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Red State
Teo Lorini

Cominciamo dicendo a chiare lettere una verità dolorosa: dopo il folgorante esordio di Clerks, Kevin Smith non è stato pressoché mai in grado di ripetersi e ritrovare quell’impasto di genialità, ritmo, trasgressione, humor scoppiettante ed efficace sintesi che aveva contraddistinto la sua opera prima. Realizzato con un budget irrisorio (si dice sia costato meno di 30.000 dollari, per un guadagno ben superiore al milione), attori sconosciuti, scenari poco frequentati dal cinema di Hollywood, situazioni e personaggi imprevedibili ma da subito indimenticabili, Clerks è assurto a epitome del film indie che si trasforma istantaneamente in un oggetto di culto.
Da quel 1994 in cui Clerks debuttò al Sundance e venne successivamente portato a Cannes dalla Miramax, Smith ha seguito innumerevoli altri progetti (cartoni animati, regie televisive, sceneggiature di fumetti supereroistici…) e realizzato un’altra dozzina di film, fedelmente attesi dai fan ma incapaci di replicare il consenso che aveva arriso alle avventure dei suoi celebri “Commessi” e non è forse un caso che il film che più si avvicina a quello spirito sia Clerks II. Giunta dopo 12 anni, la pellicola in cui Smith riprende le vicende di Dante e Randall, appesantiti e consapevoli del tempo che è passato, è qualcosa di diverso da un semplice sequel e, pur partendo come una rassegna di situazioni esilaranti e pervase dell’umorismo caustico (e non di rado scatologico) di Smith, vira progressivamente verso un’autentica elegia della giovinezza conclusa.

Con Red State, presentato in anteprima europea sulla Piazza Grande di Locarno, il 41enne regista di Red Bank abbandona completamente l’atmosfera comica delle sue prove precedenti e re-inventa se stesso in un modo che ha sorpreso tutto il suo pubblico. Bizzarramente catalogato come “horror” da molte testate americane, Red State appare da subito ben altro: un film cioè in cui elementi linguistici ampiamente codificati dal cinema dell’orrore americano (in particolare dal sottogenere dello slasher) vengono messi al servizio di una visione implacabile quanto lucida, un noir assoluto senza illusioni o redenzione.
Gli elementi di rapporto con la precedente filmografia di Smith sono tutti nei primi minuti: un trio di ragazzotti delle superiori discretamente arrapati, un sito per appuntamenti, l’inserzione di una matura seduttrice che non riceve a New York o Los Angeles, ma nel insignificante paesino dell’immensa provincia americana dove vivono i nostri tre personaggi e nel quale vive (e predica) anche Abin Cooper, un pastore cristiano talmente estremista nelle sue posizioni contro gay, aborto, promiscuità e via strologando, da essere stato disconosciuto persino dalle varie confraternite di supremazia bianca & difesa della Tradizione che pullulano nel Midwest e nella cosiddetta Bible Belt.
Raccontare di più sarebbe imperdonabile: basti sapere che il film, girato con un’asciuttezza che concede pochissimo all’effettistica e sorretto da magistrali prove attoriali (su tutti Michael Parks, magnetico nel ruolo del pastore Cooper, e un John Goodman soprendentemente misurato) mette in scena una tragedia collettiva e, purtroppo, plausibilissima.
Smith non arretra un istante, non scivola e non esagera mai. Il risultato è l’opera più lucidamente “politica” della sua cinematografia: una parabola lucidamente e autenticamente anarchica sullo scontro tra due entità inconciliabili, lo Stato e la Religione. Evitando sia la retorica sia la burla, Red State riesce a rappresentare tutta la forza distruttrice di questi due Leviatani, portati entrambi dalle loro connaturate imperfezioni e dalle altrettanto strutturali esasperazioni a stritolare nei propri ingranaggi le esistenze fragili di esseri umani caduchi, impotenti e ciechi come in fondo siamo tutti noi.


Pubblicato da t.lorini il 13-08-11
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