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Messies – Ein schönes Chaos
Teo Lorini

Un ruolo cardine nel periodo della mia anarchica e irregolare formazione di cinefilo è stato svolto da quello strumento fondamentale – e ormai obsoleto almeno quanto gli schedari cartacei e le schede catalografiche – che era il registratore VHS. Antonioni, Fellini, Truffaut, Welles, Kurosawa, Kubrick, Visconti, Bergman, Vigo, Buñuel, Pasolini, Dreyer, Lang, Ferreri, Scorsese, Ejsenstejn, Chaplin, Tarantino, Altman, Coppola, Leone, Melville, Hawks, Peckinpah, Herzog, Ford, Rossellini… Negli anni avevo accumulato decine e decine di videocassette che oggi languono accatastate in scatoloni in un angolo del garage di mio padre il quale non si rassegna al fatto che quella collezione sia ormai da buttare via. Non solo perché verosimilmente i nastri saranno ormai smagnetizzati in gran parte, ma perché il VHS, lo strumento stesso che ha inciso ore di film su quelle cassette e permetteva di riprodurli a piacere, è ormai un elemento di archeologia industriale, uscito di produzione e destinato a scomparire quando gli ultimi esemplari si romperanno e sarà impossibile o estremamente costoso reperire pezzi di ricambio.

A quella vasta e disordinata collezione ho ripensato durante la proiezione di Messies – Ein schönes Chaos, l'eccellente documentario che il 53enne svizzero Ulrich Grossenbacher ha dedicato alla Messie-Syndrom (nella nostra lingua viene alternativamente definito "accaparramento compulsivo" o "disposofobia"). Si tratta di un disturbo che la medicina sta ancora valutando se inserire nel DSM, e le cui peculiarità consistono nell'acquisizione e nella raccolta compulsiva di beni superflui, se non addirittura deteriorati o dannosi, senza riuscire a liberarsene. Tale ossessione invade gradualmente lo spazio mentale ma anche quello fisico dell'accaparratore, costringendolo a vivere in condizioni di pesante abbrutimento entro spazi via via più limitati e progressivamente inaccessibili; un celebre caso di disposofobia venuto alla luce nella New York del Secondo Dopoguerra, è quello dei fratelli Collyer, a cui E.L. Doctorow si è ispirato per il suo romanzo Homer & Langley (2009).

Presentato nella "Settimana della Critica" (da anni una delle sezioni più interessanti del Festival di Locarno), il documentario di Grossenbacher racconta le esistenze di alcuni accumulatori della Svizzera tedesca. C'è ad esempio Elmira, una donna che vive registrando – su audiocassette – migliaia di puntate delle trasmissioni culturali della radio Svizzera; oppure Arthur un proprietario terriero settantenne che ha accumulato nella propria fattoria un quantitativo incredibile di veicoli (trattori, autoarticolati, automobili, macchine agricole) in progressivo stato di disfacimento, o ancora un uomo di mezz'età che ha stipato delle più disparate cianfrusaglie quattro granai e buona parte della propria casa e viene messo dalla moglie di fronte alla prospettiva di una separazione.
La prima cosa che colpisce di queste persone è lo stato di abbandono che li accomuna. Non solo le loro case, in cui gli spazi sono ridotti a meno dell'essenziale (Elmira dorme su un fianco nell'unica frazione di materasso lasciata libera da giornali vecchi, libri sfasciati e cassette senza etichetta), ma persino i loro corpi sembrano arresi a un degrado inarrestabile: i vestiti sformati e spesso coperti di macchie, i capelli unti, lo strato di nerume sotto le unghie. Eppure, in tanto sfacelo, l'ossessione che li divora dà loro le risorse per gesti quasi sovrumani: queste persone anziane e trasandate spostano infatti pesi enormi per distanze considerevoli, impiegano costantemente le nude mani, incuranti delle schegge di legno o di ferro che si incistano nella loro carne… Accanto a questo c'è poi la costante lamentela, l'autocommiserazione per il tempo che non basta mai: ci sarebbero tante cose da fare (idee di oggetti "artistici" ricavati dal ciarpame, riciclo di pezzi dei congegni o dei motori sfasciati ecc…) ma il tempo non mi basta. "Se solo avessi più tempo", esclama a turno ciascuno degli accumulatori, senza mai prendere in considerazione, oppure dando per scontato, il fatto che è casomai a mancare e a ridursi irrefrenabilmente è lo spazio vitale.

La prima mezz'ora di proiezione – quando cioè il pubblico fa conoscenza con le persone che saranno seguite dalla telecamera – è stata contrappuntata di risate apparentemente incongrue (ad esempio quando Elmira fa crollare, tentando un'azzardato scavalcamento, una parete di audiocassette non catalogate e si dispera al pensiero dell'ulteriore disordine fra le preziose puntate di Kulturzeit che, con ogni evidenza, lei non avrà mai modo di ascoltare). Non è però difficile tradurre quelle risa in una manifestazione di quel malessere che Pirandello associava al superficiale "sentimento del contrario", una sorta di esorcismo rispetto all'umanissima angoscia che ci travolge quando realizziamo che la "follia" non è un altro universo che irrompe repentinamente nel nostro ma parte da un microscopico scarto (chi non ha mai tenuto da parte un vecchio arnese, un paio di scarpe, un utensile malconcio perché "potrebbe tornare utile"?).
I disturbi e le sofferenze raccontate Messies innescano una serie potentissima di riflessioni. In primo luogo è difficile non chiedersi quanto questa sindrome sia il risultato di uno stile di vita, quello del mondo consumista in cui viviamo, nel quale tutto è alla nostra portata. E lo è in quantità esorbitanti.
Nel corso di una gelida discussione con la propria moglie uno dei protagonisti dice: «Costa meno comprare le cose e buttarle via quasi nuove come fai tu, che conservarle e farne un uso appropriato come mi sforzo di fare io!» Oltre alla compulsività – dolorosissima – che lo spinge a spendere gran parte del suo reddito nell'affitto di spazi in cui ammassare le proprie cianfrusaglie, in questa frase risuona paradossalmente un poderoso richiamo di verità rispetto all'attitudine contemporanea verso l'accumulo del superfluo: si pensi a beni voluttuari (cd, dvd, magliette, accessori) acquistati sull'impulso di un momento e magari mai scartati dalla confezione, o ancora alla quantità di cibo che passa direttamente dal frigo al pattume…
Dall'altra parte gli accumulatori raccontati nel film si scontrano con un'ossessione di segno opposto, la proverbiale passione elvetica per l'ordine e la pulizia, tanto che a muoversi per costringere il contadino Arthur a rimuovere dalla propria terra la ferraglia accumulata non sono psicologi o assistenti sociali ma una commissione municipale con tanto di membri della protezione civile, geometri e agrimensori cantonali ai quali l'ormai sconfitto Arthur oppone desolato l'interrogativo: «Ma allora c'è una legge che mi impedisce di avere del disordine in casa mia?»

Ci vorrebbero altre dieci pagine per raccontare situazioni e momenti chiave di questo documentario. Basti per ora segnalare che Grossenbacher gira con un rigore pari solo alla sua pudicizia, evitando tutti i facili stratagemmi (musica, montaggio ecc…) capaci di provocare una pietà che invece si genera progressivamente e per accumulo, come il trionfante caos che sormonta le vite dei protagonisti e le devasta.


Pubblicato da t.lorini il 10-08-11
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