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La città della passione
Sergio Baratto

Dedico queste pagine di ricordi alla memoria di Carlo Giuliani.


Era il gennaio del 2001. Una petroliera affondata rischiava di devastare le isole Galapagos, le Encantadas di Melville, che «rifiutano asilo persino ai più derelitti degli animali» e il cui spirito sembra gridare «Pietà di me, e mandatemi Lazzaro, che possa immergere la punta del dito in acqua e rinfrescarmi la lingua, perché in questa fiamma sono tormentato», ma anche la terra d'incanto che avevo imparato ad amare da bambino attraverso le fotografie a colori fasulli sull'enciclopedia della natura.
Poi i preparativi per trasferirmi a Milano, i tanti microtraslochi di libri, cd e ciarpame inutile da salvare. A metà aprile ho salutato la vecchia casa. Ho smesso di prendere il treno tutti i giorni, perciò le note quotidiane che buttavo giù durante il viaggio sui miei quaderni si sono diradate.
Già l'anno prima, leggendo degli scontri di Seattle, qualcosa mi era come smottato dentro. Ora, mentre sui giornali si facevano previsioni sull'entità della catastrofe ecologica delle Galapagos, avvertivo con una sensazione di dolore fisico l'urgenza di capire quanto stava succedendo per davvero, nel mondo di qua. Le mie letture di allora: saggi sull'Organizzazione Mondiale del Commercio, sull'EZLN, sulle nuove forme di lotta contro il potere del capitale globale. Scaricavo dalla rete mucchi di documenti sul primo Forum Sociale di Porto Alegre, articoli agghiaccianti sulle strategie crudeli delle multinazionali: privatizzazione delle reti idriche, speculazioni finanziarie su scala planetaria, distruzione dei diritti dei lavoratori, MAI, ALCA/FTAA, GATS, TRIPS, sigle esoteriche che oggi non dicono più niente ma che allora circolavano di bocca in bocca, rimbalzavano di sito in sito in una specie di ronzio cospirativo che solleticava il mio antico romanticismo carbonaro. Ma non era solo la fantasticheria di uno studente cresciuto giocando al gioco dell'estremista e leggendo favole di barricate ottocentesche e novecentesche, di uno che prima ancora era stato un ragazzo dell'oratorio inconsapevolmente imbevuto di teologia della liberazione. Udivo davvero montare tutt'intorno un brusio di rabbia e indignazione come non l'avevo mai sentito prima, e mi girava la testa per lo stupore e la felicità, perché era esattamente lo stesso che da molto tempo mi portavo chiuso nel petto. Allora mi sbagliavo, non ero solo! mi dicevo. Per la prima volta avevo l'impressione di immergermi nel flusso della realtà in sincrono, con tutto il corpo.
È stata una personale, fulminante rivoluzione copernicana.

Il flusso improvviso è diventato una piena, si è portato via le frattaglie dei Novanta. Il clintonismo e il centrosinistra, la trionfale avanzata neoliberista. Il bon ton linguistico. Centro di permanenza temporanea non campo di concentramento, intervento umanitario non guerra e bombardamento. Tempesta nel deserto, Missione Arcobaleno.

Prima, mi ricordo, facevo lunghe passeggiate per i boschi del Ticino con mia zia Rosalinda. Mi parlava con foga delle politiche liberiste fatte proprie dagli «ex compagni». Precarizzazione del mondo del lavoro, postfordismo, delocalizzazione, dismissione… Diceva «mi viene lo schifo» e si augurava una devastante, salvifica deflagrazione della sinistra. Ma io allora pensavo a tutt'altro. Non capivo nemmeno il significato di quelle espressioni. Mi diceva: sono arrivati gli svedesi, hanno comprato il marchio della Loro & Parisini, il suo bagaglio tecnologico. Adesso chiudono tutto e trasferiscono la produzione in Brasile. Ci mettono tutti in mobilità. E io dicevo «Sì, sì, che schifo», ma non capivo, non sapevo davvero cosa significasse. Non mi rendevo conto di cosa volesse dire «sono finita nel girone infernale delle agenzie interinali», «mi hanno trovato un posto in una fabbrichetta dove i due soci passano il tempo a guardare porno sul computer»…
Della politica avevo smesso di interessarmi. Per me, in quel crepuscolo degli anni Novanta, la sinistra era tutta riassunta nel dissidio sul candidato senatore nel collegio elettorale del Mugello. E i centri sociali erano organismi alieni, per iniziati, esclusivi. Avevo l'impressione che vi si potesse accedere solo tramite parola d'ordine o raccomandazione, come nel maniero di Eyes Wide Shut o nei club più alla moda. Ma non conoscevo nessuno che potesse farmi da Caronte, ero timido fino all'inverosimile, non ero praticamente capace di usare il computer e ignoravo perfino l'esistenza di Hakim Bey, non ho mai sopportato il reggae, la techno, lo ska, l'hip hop e l'hardcore, non mi facevo le canne e soprattutto la mistica della cannabis non mi riempiva di fervore: quante possibilità avevo di entrare e, una volta entrato, di trovare il mio posto? Del resto non avevo mai frequentato alcun gruppo organizzato, l'ultima era stata la parrocchia, fino ai sedici anni, un'esperienza formativa terminata per sopraggiunti limiti di ateismo ma di cui mi ero sempre sentito oscuramente orfano.
Ai tempi del liceo avevo giocato a fare il beatnik e il comunista (contemporaneamente). Nei primi anni di università mi ero spinto a comprare un numero di FalceMartello, il giornale dei trockisti, ma la sua lettura mi aveva annoiato, perciò ero passato a Bakunin, ma anche lui mi annoiava e anche, se mi vergognavo ad ammetterlo, non riuscivo a leggerlo per più di due pagine alla volta. Le mie letture sovversive, quelle che davvero in quegli anni mi hanno rimescolato il cervello, erano altre. Ero quadriennalista di russo, ho preso una feroce sbandata per i russi: Puškin, Gogol', Gončarov, Čechov, Bulgakov, l'immancabile Majakovskij, Achmatova, Mandel'štam e altri ancora più sconosciuti, Sologub, Charms, Platonov… scrittori immensi che nessuno legge fuori dalle nicchie di matti buongustai… Dostoevskij e il poeta simbolista Aleksandr Blok rappresentavano qualcosa di più, non li amavo solo come artisti, erano anche i miei maestri. I romanzi del primo e le poesie del secondo mi parlavano come il Vangelo parla a un cristiano. La saggistica mi faceva il solletico. Forse solo Bachtin e Šklovskij riuscivano a smuovere qualcosa in me. Fuori dalla Russia, mi aveva turbato e ferito la Genealogia della morale di Nietzsche.
In Italia i governi di centrosinistra si susseguivano in una specie di moto peristaltico da anellide molliccio quadridimensionale. E poi stragi in Ruanda, guerre balcaniche, allarmi criminalità, pompini presidenziali, nuove economie e vecchi colonialismi, «capitalisti di tutti i paesi, unitevi!». Il tutto sotto i miei occhi assenti. Quando nel gennaio del 1994 l'insurrezione zapatista nel Chiapas era finita sui giornali, mi ero pubblicamente eccitato per dare sfoggio del mio terzomondismo, ma sotto sotto non avevo capito un cazzo e mi ero detto semplicemente «To', un altro rivoluzionario latinoamericano».

Invece adesso la piena, e il ronzio che cresceva. La rabbia che avevo covato per anni finalmente si specchiava in altre rabbie analoghe, poteva sfogarsi liberamente, aveva trovato le parole giuste per definirsi e un linguaggio per conoscersi.
Non era solo per via delle porcherie delle multinazionali, del capitale globale, dei governi neoliberisti. Era un grumo, e nel grumo erano amalgamate molte cose. Era il disgusto per la vita borghese, per i doveri sociali di apparenza, carriera e successo, per la paccottiglia di lusso esposta nelle vetrine, per la colonizzazione della vita da parte della merce autoritaria, per la pubblicità onnipresente, per la folla in piena frenesia consumista che mi scorreva tutt'intorno sui marciapiedi del centro di Milano sotto Natale, per l'incapacità di reagire di chi stava un basso, per l'ignavia del ceto medio, per i soprusi di chi stava in alto, per la sempiterna oppressione dei ricchi sui poveri e per l'ipocrisia che la voleva fenomeno del passato, per le percosse agli immigrati clandestini nei CPT.

A marzo una delegazione di capi militari zapatisti ha abbandonato il suo covo nella selva Lacandona per dirigersi verso la capitale del Messico. Non con un'operazione militare, ma con una marcia pubblica pacifica – e con una scorta disarmata di 111 «tute bianche» italiane – attraverso il Paese, fermandosi di villaggio in villaggio, di città in città, per parlare con la popolazione. Non per conquistare il potere, ma per chiedere con fermezza che il governo approvasse una riforma costituzionale finalmente rispettosa dei diritti e della dignità indigena. Come un fiume impetuoso, la «marcia del colore della terra» è andata ingrossandosi sempre di più, e il fruscio da rigagnolo che aveva emesso alla sua partenza dal Chiapas si è trasformato in un frastuono clamoroso. L'11 marzo, centinaia di migliaia di persone si sono assiepate nella vasta piazza centrale di Città del Messico, lo Zócalo, per ascoltare le parole del Comando Generale dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale:

«Città del Messico: qui siamo. Qui siamo, come colore ribelle della terra che grida: DEMOCRAZIA! LIBERTÀ! GIUSTIZIA!
Messico: non siamo venuti a dirti cosa fare, né a condurti da nessuna parte. Siamo venuti a chiederti umilmente, rispettosamente, di aiutarci. Di non permettere che torni ad albeggiare senza che questa bandiera abbia un posto degno per noi che siamo il colore della terra».

Era la primavera in arrivo. Una settimana dopo, il Global Forum organizzato a Napoli dal Dipartimento per l'amministrazione pubblica e il management dello sviluppo dell'Onu, ancora sotto il governo di centrosinistra. In rete hanno cominciato a girare i primi racconti anonimi di violenze da parte delle forze dell'ordine, sui grandi giornali nulla, a parte la prevedibile demonizzazione pavloviana dei contestatori irredimibilmente ignoranti, violenti, antomodernisti, teppisti. Giugno, il summit dell'Unione Europea a Göteborg con la partecipazione speciale di George W. Bush: l'imponente mobilitazione di protesta che si trasforma in guerriglia urbana, l'apparizione del Blocco Nero, le violenze della polizia, l'agente che spara su Hannes Westberg, vent'anni, la pallottola che gli buca il ventre e gli spappola mezzo fegato, la milza, un rene… 

Il rumore sempre più forte intorno al G8 ormai imminente, i passaparola sui siti militanti, la mobilitazione che cresceva sempre di più, come una progressione di Fibonacci, le notizie di treni e pullman carichi di compagni da tutta Europa, addirittura dagli altri continenti… Era la nascita del nuovo internazionalismo, una cosa che mi sbucciava il cuore come un'arancia… Un anno e mezzo dopo Seattle, sei mesi dopo il Primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, mi dicevo lasciandomi andare senza vergogna, come un tempo, alle mie fantasticherie epico-romantiche, questa sarà la tempesta perfetta. Nella mia immaginazione vedevo fiumi di persone affluire a Genova dai quattro angoli del pianeta, come nei murales politici sudamericani, e mi prudevano le labbra per la voglia di unirmi a quel grido collettivo. E man mano che i giorni passavano mi esercitavo a mettere nella mia voce tutta la mia rabbia.
Si tenevano assemblee di quella che tra me e me chiamavo «la frazione milanese del movimento» nei cortili dei centri sociali, addirittura in Piazza Santo Stefano, mi ricordo, dietro la Statale, in una mitissima sera di metà giugno a ridosso del mio compleanno.
Siccome ero completamente vergine e innamorato come un bambino, non vedevo e non immaginavo le divisioni interne, gli scazzi ideologici, le differenze, i distinguo, le gare a chi era il più duro e puro. Quella mia comica ingenuità mi salvava.

E poi era la stagione più bella dell'anno, il mese effimero in cui le scuole chiudono, comincia l'estate e le giornate sono luminose e interminabili.
Percorrevo la circonvallazione nel ronzio ovattato della sera, con indosso finalmente solo la maglietta, e vedevo sciamare con la coda dell'occhio le luci dei lampioni ai lati della strada.
Lasciavo come al solito la macchina a un quarto d'ora di distanza, facevo tutto il percorso con la sigaretta tra le labbra, zigzagando tra le merde di cane. Davanti alla porta Marco e Angelo mi aspettavano con in mano una lattina di birra già mezza succhiata. Entravamo nel cortile gremito, dove il fumo e il brusio delle voci si mescolavano in grumi di nebbia sopra le teste sudate. Ci sedevamo tutti stretti l'uno all'altro su certe panche durissime, che squadravano le chiappe e provocavano fitte di dolore al buco del culo. Iniziava la discussione. Le mani si alzavano. Marco insultava tutti a bassa voce, Angelo sorrideva con quella sua aria un po' angelica e io mi perdevo a guardare un enorme buffo cane lupo che scivolava tra le gambe degli umani inseguendo odori di piedi, ascelle, mozziconi…
Poi discutevamo lungamente tra noi, nel guscio sempre più spesso della notte.
«Guarda, alla fin fine io se vedo che buttano giù le vetrine di un McDonald's ci godo…»
«Che cazzo dici? Non capisci che così si fa un favore alla polizia? Disciplina, ci vuole, organizzazione, non quelle cose velleitarie che servono solo a scandalizzare i miei vicini di casa.»
Angelo, con un sorriso sghembo: «Secondo me avete ragione e sbagliate tutti e due…».

È stato così che, quasi senza accorgermene, sono scivolato dentro luglio.



[Questo brano è apparso in forma differente all'interno di un testo più ampio, intitolato "Finché vivi, finché ti è possibile, diventa buono", pubblicato nel 2009 su Che fare?, il quinto numero della rivista "Il primo amore".]

Pubblicato da s.baratto il 20-07-11
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