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La città dell'alfabeto
Marco Rossari


A come ABC. Dormo in Alphabet City, tra Avenue A, B e C. Terminati i numeri, in questo angolo di New York sono partiti dalle lettere. È qui che vengono a vivere tutti gli scrittori della città, per ordinanza comunale. Ispirazione urbana, calamoterapia del sonno. L'alfabeto ne stravolge la vita notturna, fruga nei loro sogni: compongono romanzi sonnambuli, camminando per il quartiere. La tastiera è la strada, lo schermo il riflesso sul vetro di un caffè, la stampa il muro pastrocchiato di un palazzo fatiscente: perfino i cagnolini a passeggio sfornano qualche interiezione nelle pagine più deboli del loro nuovo capolavoro. Mi sveglio di colpo, ho appena scritto questa frase: chiamalo sonno.

B come band. In qualsiasi isolato del Lower East Village o di Williamsburg trovi localini dove suonano band da pomeriggio a sera – alle sei, alle sette, alle otto e alle nove – quasi tutti gratis, a parte la birra. Alla fine casco sul muy divertido Marc Ribot: suona intorcigliato alla chitarra come un vitigno al palo, la testa china che lascia intravedere solo la chierica e riproduce in minore il gesto alla Miles Davis delle spalle al pubblico (poi imitato da innumerevoli direttori d'orchestra). Si aggroviglia intorno a un pezzo di John Coltrane. Se obbligo del musicista classico è di non lasciare intravedere niente della preparazione e dell'esercizio, il segreto del jazzista è l'opposto: aprire la parete dell'officina, mostrare la fatica, improvvisare. Di qui il sudore e l'eroina. A fine concerto, ovviamente, lo incrocio al bar che ordina un succo di frutta.

C come cantore. Il grande cantore di New York è Woody All... No, Mario Maffi. Leggo in Sotto le torri di Manhattan, da poco ristampato per Odoya con il titolo New York: "E poi soprattutto, è ovvio, Mana-hatta, Manhattan, di significato e origine ancor oggi molto dubbi: «luogo di ebbrezza generale»? «luogo dove ci si procura il legno per archi e frecce»? «isola delle colline»? «piccola isola»? «isola fondata sulle rocce» (come tradusse Walt Whitman)? dal nome dei Manate (=«abitanti dell'isola»)? In quell'opera buffa, di storia e fantasia, che è Diedrich Knickerbocker's History of New-York, del 1809, Washington Irving, primo scrittore americano di professione, si diverte a scherzare facendo derivare il nome dall'uso delle donne native d'indossare copricapi maschili: «Man Hat On»! Significato e origine dubbi, quindi: comunque, un nome di grande musicalità che conserva una forte carica mitica ed evoca un passato controverso, un'aura di mistero. E un senso di colpa non ancora sopito".
Il senso di colpa: tutta l'America come un enorme Pet Sematary?

D come Decifrare. Il libro di poesia più interessante lo trovo in un negozio di jeans. Si chiama Understand Rap. Decostruisce con effetto comico la sintesi vorticosa dei testi di 50 Cent o 2Pac. "I got five on it, grab your four-ho, let's get keyed", ovvero: "Possiedo cinque dollari con cui vorrei contribuire all'acquisto di una certa quantità di marijuana che potremmo fumarci, e visto che tu avrai senz'altro acquistato un liquore al malto a poco prezzo in una bottiglia che ne contenga più di un litro per accompagnare la marijuana, ti pregherei di prenderlo e venirmi a trovare di modo che ci si possa drogare insieme". E poi dicono che i rapper sono logorroici.

E come estensione/elevazione. Poetry slam in Bowery Street. Alcuni testi non sono male, a patto di accettare come definizione di poesia "un componimento che superi i duecento versi e contenga almeno una volta la parola Dio".

F come fiaba. Per colpa di Giuliani a Manhattan manca il quartiere malfamato dove ti avvertono di non mettere piede, la zona-botola sopravvissuta alla cosiddetta "gentryfication" che ti sprofonderà nei bassifondi, quello che è il Tenderloin per San Francisco. Gli Stati Uniti sono come le fiabe: "Guardati dalla zona oltre la Quattordicesima, Cappuccetto Rosso". E tu provi subito l'impulso di andare a comprarci una dose di crack dal lupo.

G come Ground. Un aereo di linea sorvola Manhattan. Desiderio inconfessabile di vederlo schiantarsi contro l'Empire State Building. "Ero lì, te lo giuro, proprio sotto."

H come Holy. Capita di entrare in una chiesa e trovare il wi-fi gratuito e un gabinetto con asciugamani elettrico come in qualsiasi locale pubblico. Dulcis in fundo, in una nicchia spunta un altare scolpito da Keith Haring. Adesso provate a immaginare la connessione in Santa Maria delle Grazie e un omosessuale ad affrescare l'ultima cena. Ok, provate a immaginare la connessione.

I come Italia. La masseria, Il mulino, I trulli, Il Matto, Scarpetta, Acappella, Scottadito, Puttanesca, Ossobuco, Tarallucci, Campagnola, Pappardella, Pomodoro Rosso, Cacio e pepe, Cacio e vino, Salute!, Mangia, Cara Mia, Positano, Toni's Di Napoli, Gigino, Nanni, Gennaro, Maria Pia, Serafina, Padre e Figlio, Sorella, Fratelli, Italianissimo. E poi ovviamente pizza, pizzeria, pizzaccia, yr pizza, pizzaitaly, perfino "ápizz". Infine semplicemente trattoria, osteria, vineria, pasticceria, fino all'anglicizzato "inoteca". Non c'è niente da fare: la cultura italiana ha proprio colonizzato quella americana.

J come Jogging. Davanti ai centinaia di insopportabili jogger che ti sfiorano, l'unica consolazione è sapere che l'ideatore della disciplina è morto appunto correndo. (La battuta è rubata a Daniele Luttazzi, che tanto l'aveva soffiata a Bill Hicks. Umorismo ecosostenibile.)

K come Kgb. È un bar.

L come Libri. Resisto a mille librerie, per non scucire troppo. Alla fine cedo a un fantastico edificio di SoHo che pare una biblioteca, con tanto di soppalco in legno scricchiolante, libri usati, fini benefici e una cafeteria dove la vecchia libraia sfodera una splendida t-shirt dei Misfits e prepara un caffè rivoltante. Mi siedo a sfogliare un vecchio romanzo di Joseph Heller. Accanto, la nuova promessa della narrativa USA digita sul portatile alla velocità della luce il nuovo Grande Romanzo Americano: anticipo a sette cifre, traduzioni in tutto il mondo, recensione di Antonio Monda, imitato da tutti i ragazzi di Trastevere e dell'Isola. Mi alzo, gli chiedo l'ora, gli soffio nell'orecchio, gli tappo il naso, gli infilo le dita negli occhi. Niente, continua imperterrito. Prendo una scure dalla nicchia antincendio, la faccio oscillare dietro le spalle e gliela conficco violentemente tra i denti. Balbetta: "Thab'd a chiip imitabion of a Treb Eastoc Eldis novet!".

M come museo. I musei di New York sono più belli delle opere che contengono. Perfino tra un Van Gogh e un Mirò, vengo calamitato da una vetrata verticale che apre il muro in uno spaccato ipnotico di palazzi stratificati, una visione che affascinò perfino Carmelo Bene in quel grande capolavoro del novecento italiano che è la sua Vita (o la sua vita, è lo stesso): "Una metropoli-necropoli. Le cariatidi al quarantesimo piano, i fumi infernali dei riscaldamenti sotterranei. Il delirio multietnico". Definizione di NY: una città capace di fare arrendere al luogo comune anche un rompicoglioni come Carmelo Bene.

N come neve. Prova a imboccare una rampa d'uscita sotto la neve con il ghiaccio in stile Rockefeller Center mentre il tassista indiano parla contemporaneamente con la moglie al cellulare e a te del fratello che vive a Roma, un occhio alla strada e l'altro al sedile posteriore e il terzo al cartellone pubblicitario della tipa di 1-900-SEX-CHAT, provaci e non avrai più paura di nulla.

O come Obamamania. Pupazzi, adesivi, tazze, tutta una gadgettistica devota all'ennesimo culto della personalità per una città spacciata per democratica che però elegge un sindaco repubblicano da una vita. Ma c'è una differenza? Ascolto uno scampolo del discorso presidenziale di fine anno e il nostro invita gli spettatori a tornare "the greatest country in the world". Io ho già dei problemi con il "country", figurarsi con il "greatest".

P come politicamente corrotto. A febbraio è prevista una nuova edizione di Huckleberry Finn, dove "nigger" diventa "slave" e "injun" si addolcisce in "indian". Spero che prima il fu Samuel L. Clemens, in arte Mark Twain, faccia in tempo non solo a rivoltarsi ma anche a uscire dalla tomba e a strozzare (anzi "aiutare a spirare tramite soffocamento") il responsabile.

Q come come quality time. Nelle sit-com il diabolico programmatore ha eliminato l'intervallo tra il finale di quella prima e l'inizio di quella successiva, creando un flusso senza soluzione di continuità tra un siparietto e l'altro, mentre la pubblicità va in onda unicamente in mezzo alla narrazione. Resto due ore a fissare lo schermo con un calzino infilato sul piede e l'altro in mano.

R come realtà. Dopo settecentoventiquattro quadri, cinquecentosessantasei sculture, quattrocentodue fotografie, trecentonovantanove installazioni, duecentododici video e settantotto performance, davanti all'artista che ha usato una trasposizione cinematografica iraniana di un racconto di J.D. Salinger per raccontare la vicenda di un'artista lesbica americana, è consigliabile fiondarsi al primo baracchino all'angolo per addentare un hot-dog.
Possibilmente marcio.

S come stucca. Alla cheese cake non si resiste e ogni volta delude. Troppo buona, troppo grassa e troppo troppo, in definitiva. Assomiglia a certa cultura americana: non è colonialista, come ci piace credere. È solo troppo entusiasta: straborda dai confini e dal piatto. E alla lunga stucca.

T come topo. Un ratto scatta in mezzo alla strada. La città è ancora in tilt per la nevicata natalizia e i sacchetti di immondizia sono accatastati ovunque. Telefono a un amico a Scampia. "Come va?" "'Nsomma, pare di stare a New York."

U come unicità. "Questa città è unica," mi dice giustamente un turista sul ferry per Staten Island, che io non riesco a non associare alla memorabile scena di Panico a Needle Park in cui la fidanzata tossica di Al Pacino perde il cucciolo in acqua. Troppi film, troppi libri. Lo sguardo non è più sereno e ha trovato la propria riproduzione ideale nelle repliche dell'attentato a due grattacieli già enigmaticamente identici. «"Vedrai che anche le torri finiranno per sembrare umane e locali e caratteristiche. Basta che gliene lasci il tempo." "Adesso mi metto a picchiare la testa contro il muro. (…)" "Poi non saprai cosa ti ha fatto impazzire." "Ho già il World Trade Center." "Ed è già innocuo e senza età. Con un'aria dimenticata. E pensa quanto potrebbe essere peggio." "Cosa?" (…) "Se ci fosse solo una torre invece di due." "Vuoi dire che interagiscono. Che c'è un gioco di luce." "Ma non credi che sarebbe molto peggio una torre sola?" "No, perché io protesto solo in parte per la dimensione. La dimensione è micidiale. Ma averne due è come un commento, è come un dialogo, solo che non so che cosa si dicono."» (Don DeLillo, Mao II, 1991).

V come villaggio, lo scemo del. Dormo in una casa nell'East Village, il sogno-incubo di qualsiasi scrittore/artista/musicista che abbia masticato un fotogramma di Jarmusch o un verso di Dylan o uno schizzo di Basquiat. Un buco con i mattoni e le travi a vista, luce rossa sopra il letto, tascabili stropicciati e libri d'arte scaraventati qua e là, foto pretenziose alle pareti, monografie di Scorsese e Chaplin, un porno per i momenti di riflessione, souvenir indecifrabili dal Terzo Mondo, insomma tutta una paccottiglia bohémienne che, insieme agli scarafaggi, mi spinge a telefonare al proprietario. 
"Hey man, the house is fucking filthy!"
"That's why you pay so much."

W come "watch out". Quello che ti dicevano in certe zone prima della cura-Giuliani. "Attento", ma alla lettera "guardati intorno". Buffo, in una città tematizzata su se stessa allo sfinimento, con un'autoreferenzialità che non ha eguali al mondo. Il panettiere, la ballerina, il giornalista guardano la telecamera e dicono orgogliosi: "I am New York". Una parola-mondo, ancora prima della città-mondo che è sempre stata. Sbircio gli affitti e, perfino in un contesto degradato con palazzo fatiscente, mi sembrano spaventosi. Anche l'idea di NY è una bolla speculativa?

Y come York. A volte questa città mi sembra così vecchia nella sua ossessiva ricerca del nuovo.

Z come Zagat. Guida dettagliatissima ai ristoranti dove l'abuso di virgolette, tipico della cultura americana e già parodiato da David Foster Wallace in un racconto di Brevi interviste con uomini schifosi, raggiunge vette insuperabili. Un esempio a caso: «"Irresistible flatbreads" lead the "excellent" New American offerings at this "upscale" LES "retreat", whose "amber lighting" is as kind to diners as the "warm, unobstrusive" staff; just know that in the zip code, you "need a passport if you're over 50"». Una presa di distanza continua da quello che affermi, perfino in una guida culinaria. Poi scopro che il libretto mette insieme pedissequamente il parere dei clienti, ecco spiegato il virgolettame. Quindi tornano anche qui le mille stratificazioni citazioniste a cui è sottoposta questa grafopoli, epigrafe necrologio epitaffio di se stessa.





Pubblicato da m.rossari il 04-02-11
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