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Come ho preso lo scolo
Tiziano Scarpa


Vi voglio raccontare una cosa che mi è successa (però tu mamma non leggerla), che è successa a me, Tiziano Scarpa, nato a Venezia nel 1963, narratore, drammaturgo e poeta, vincitore del premio Strega 2009 con il romanzo Stabat Mater eccetera, da poco tornato nelle librerie con il nuovo romanzo Le cose fondamentali eccetera.

Dunque, l'estate scorsa mi telefona una giornalista. Collabora a una rivista medica. È una voce gentile, con l'accento della mia regione. Mi dice che hanno una rubrica in cui chiedono agli intervistati di raccontargli una malattia che hanno avuto: "Lei avrebbe una malattia da raccontare?"
Io ci penso un po'. Mentre ci penso, mi rendo conto che sono un uomo fortunato. Ho quarantasei anni, e non ho mai avuto malattie gravi.

L'unico disastro fisico degno di nota della mia vita è stato la perdita di capelli, che onestamente non si può definire una malattia. È vero che però ho cominciato a perderli già a diciotto anni, e all'epoca ne avevo sofferto molto.
"Una malattia che ho avuto, o una cosa di cui ho fatto una malattia?", chiesi alla mia intervistatrice.
"Decida lei," rispose la voce di femmina dall'accento veneto, che cominciava a spazientirsi.

Mentre gli altri intorno a me erano completamente giovani, io portavo sulla testa un'anticipazione di vecchiaia.
La malattia è una cosa seria. Perdere i capelli non è serio. Anche se perderli durante l'adolescenza è una tragedia. Ma se ci pensi bene è ridicolo. Ma se ci pensi meglio è una tragedia. Ma se ci pensi benissimo è ridicolo. Insomma, non va bene come esempio di malattia. Con tutta la gente che soffre, che sta male veramente. Vergogna! E poi, ne ho già parlato tante volte, nonostante io sia il primo a detestare chi fa autoironia sulla propria crapa pelata. Basta, mi dicevo, racconti sempre le stesse cose. Hai quarantasei anni e stai già cominciando a raschiare il fondo del barile. Brutto segno per uno scrittore, eccetera. Che poco che hai vissuto, eccetera.

"Be', ci pensi, casomai richiamo," tagliò corto l'intervistatrice.
"Aspetti, mi è venuta in mente una cosa!"
A questo punto, una vocina dentro di me mi disse: "Non dirglielo, non dirglielo! Questa non la devi raccontare, mai! A nessuno!"
Ma una vociona le ribatté: "E invece sono proprio queste le cose che devi raccontare. Solo gli scrittori raccontano certe cose. Gli altri non avranno mai il coraggio di farlo. Per non nuocere alla loro reputazione. Per non rovinarsi l'immagine. In questo li freghi tutti in tromba, perché tu sei uno scrittore, tu non hai paura di dire la vita così com'è."
"Per carità, non farlo. Non ti conviene! Ti massacreranno. Non sarai mai considerato autorevole. Fa' come gli altri, mettiti in posa da intellettuale, imposta la voce, pronuncia spesso la parola 'Occidente', sii professorale. Ti prego. Fermati!", piagnucolava la vocina dentro di me.
"È tuo dovere, fallo!" fallicamente insisteva l'altra. "La vita così com'è. È il tuo dovere di scrittore."

"Mi è tornato in mente quando mi sono preso una malattia venerea," dissi. "Può interessare alla vostra rivista?"

Vent'anni fa ho lavorato alla Mostra del Cinema. Una notte dormii molto male. Sentivo delle fitte alla pancia. La mattina orinai con fatica. Mi bruciava molto. L'orlo di pelle intorno al buco a forma di taglietto sulla punta (dicesi meato uretrale) era arrossato. Per tutto il giorno provai una fastidiosa sensazione di umidità, come se perdessi pipì al rallentatore. In realtà stavo emettendo goccioline purulente, che macchiavano le mutande di chiazze color giallo post-it.
Andai dal dottore. Era estate, il mio medico era in ferie. Il sostituto era uno che non conoscevo. Gli descrissi i sintomi. Si rifiutò di visitarmi. Mi fece domande sulle mie abitudini sessuali. Per non fare la figura dello sfigato senza donne, accennai a una relazione poco stabile. Mi guardò severamente. Mi prescrisse una visita specialistica urgente in ospedale, annunciandomi che dovevo fare un tampone. Mi disse che con queste cose non si scherzava, c'erano infezioni che potevano portare alla sterilità permanente.

"Preparati, è terribile. Ti infilano un ferretto nel coso, in profondità," mi disse una mia amica.
"E tu come lo sai?"
"Una volta ci ho accompagnato il mio fidanzato. Quando è uscito dall'ambulatorio sembrava un gattino bagnato, è rimasto tutto il giorno mogio mogio."
Così, nei due giorni che mi separavano dalla visita specialistica, alle goccioline e al bruciore si aggiunse la tortura dell'immaginazione: spiedini di ferro infilati nel meato uretrale, rostri incandescenti, urla.
La mattina della visita l'urologo si infilò dei guanti di lattice, io mi abbassai le mutande.
Gli bastò un'occhiata: "Ma, scusi, lei ha una banalissima blenorragia!"
"Prego?"
"Una blenorragia. Vulgo: scolo." Disse proprio così, "vulgo: scolo," piluccando con i guanti di lattice dell'ablativo latino un termine scientifico, per infilarlo in una parola triviale. Poi aggiunse: "Ma il suo medico perché l'ha mandata qui? Bastava che le desse un paio di antibiotici, e le passava tutto subito, si sarebbe risparmiato questi giorni di sofferenze inutili."

"Mi segue?", chiesi alla mia intervistatrice.
"Sono tutta orecchie," disse la voce.
E io sono un cazzone totale, pensai. Sto raccontando i fatti miei a una sconosciuta, particolari intimi che non confiderei neanche a un amico. Sono al telefono con una bella voce di donna, con l'accento della mia regione, una che magari abita a pochi chilometri da qui, e le ho appena descritto nei dettagli il mio uccello che secerne gocciole purulente. Complimenti. Un vero seduttore.
"Pronto? Signor Scarpa? È ancora in linea?". La voce della femmina veneta incalzava.
"Mi scusi, mi ero incantato un attimo. Le racconto la fine della storia della mia blenorragia."

Dopo la visita dell'urologo, mentre rincasavo mi tornò in mente un racconto giovanile di Ian McEwan. Un uomo va a letto con una, poi con un'altra. Il problema è che loro lo scoprono perché si sono prese tutte e due da lui la stessa malattia venerea. Nell'ultima scena del racconto, lo legano al letto, nudo a pancia in su, e tirano fuori un bisturi molto affilato.
Io ero sicuro di non avere contagiato nessuno. Oppure sì? Era da settimane che non facevo l'amore. Due mesi prima avevo lasciato una ragazza che mi voleva bene, ma da allora non ero stato con nessun'altra. Mi vennero gli scrupoli. Una vocina dentro di me mi disse: "Chiamala. È tuo dovere avvertirla."
La chiamai. "Scusami," le dissi. "Ti telefono per una questione delicata: come stai?"
"Mi sorprende che tu me lo chieda." disse lei, glaciale. "È la prima volta che ti preoccupi dei miei sentimenti."
"Ma, fisicamente? Tutto a posto?"
"Che cosa c'entra?"
"No, perché... io... Io ho preso... Te lo dico. Ho la blenorragia. Vulgo, cioè. Mi è venuto lo scolo. Non vorrei che anche tu, per colpa mia... Ma non sono andato a letto con nessuna dopo di te! Voglio dire, ho pensato che era mio dovere avvertirti."
"Io sto benissimo," disse lei. "Sto con un uomo fantastico, scopiamo giorno e notte," disse lei. "E ho proprio piacere di sapere che tu sei impestato."

"Capisce?", dissi alla mia intervistatrice. "Ho chiamato la mia ex che non sentivo da due mesi per informarla che dopo di lei non ero stato con nessun'altra e, come se non bastasse, che mi ero preso pure una malattia venerea! All'epoca non sapevo che la blenorragia ha un'incubazione molto rapida, un paio di giorni in tutto, quindi per risalire al contagio non ha senso prendere in considerazione rapporti sessuali che non siano molto recenti."
"Ma allora, come si è infettato?"
"Mah, credo che fosse perché usavo un bagno pubblico frequentatissimo. È raro, ma può succedere. Alla Mostra del Cinema ci passano migliaia di persone. Poi nella vita non mi sono più ammalato, per fortuna. Comunque, anni dopo ho letto un romanzo di Stephen King dove la madre del protagonista dice che i maschi sono delicati, per prendersi un'infezione così gli basta fare la pipì controvento. Come vede, la mia cultura medica si fonda su solide basi."

Tre mesi dopo quell'intervista, in treno, una signora sfogliava una rivista medica. Ero seduto accanto a lei, il viaggio era lungo, ho sbirciato fra le pagine: c'erano persone famose di tutti i tipi, star televisive, cantanti, presentatrici, calciatori. Sorridevano facendo ok con la mano, un cerchio con pollice e indice, tutti quanti. Evidentemente erano stati fotografati apposta così da quella rivista. A una stazione lo scompartimento si è quasi svuotato, mi sono seduto di fronte alla signora per stare più comodo. Così ho visto la copertina della rivista. Sotto la testata c'era Sofia Loren che sfoderava la sua dentatura miliardaria facendo ok con la mano. Senza volerlo, mi è caduto l'occhio anche sui titoli degli articoli incolonnati in copertina. C'era scritto, in caratteri fucsia brillanti: "Tiziano Scarpa: come ho preso lo scolo".
Poi mi sono accorto che la signora mi stava guardando, alternava occhiate colme d'inquietudine dalle pagine della rivista alla mia faccia.
L'ho guardata anch'io negli occhi e, sorridendo, le ho fatto ok con la mano.


Una versione ridotta di questo racconto è stata pubblicata su Smemoranda 2011.

Pubblicato da t.scarpa il 02-02-11
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