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Maria ciclamino
Alessandra Saugo

La materia…la polvere, l'avevo sentita sempre come il sedimento del tempo, tempo che per rendersi sensibile è rimasto preso; era in essa, però, nella più dura materia, che del tempo avevo sentito il battito occulto. Il tempo che discende, si estende e placa senza mai sparire da ciò che vediamo. Il tempo solamente ammansito nella pietra, addormentato nel marmo. Tutto respira.
Non c'è corpo, non c'è materia alcuna interamente staccata dal tempo. E tutto quanto si distrugge va a finire nel suo cuore.
Giacché la materia è tale soltanto perché non ha un cuore suo, proprio. E la vita si schiude là dove un qualcosa comincia a pulsare di un palpito suo, a respirare nel suo proprio tempo, là dove si disegna un vuoto, una caverna temporale creata da un piccolo cuore, un centro.
(Maria Zambrano, Diotima di Mantinea.)

…figlio meo dilicato…
(Jacopone da Todi, Donna de Paradiso.)



Maggio 2008.
È dal gennaio 2007 che mia figlia Maria – otto mesi neanche – tiene il mio corpo in ostaggio. Prima con la gravidanza, poi con l'allattamento. Lei sta bivaccando sul mio corpo da quasi un anno e mezzo.
Essere cibo vivo, cibo permanente, è facile. Mangio molto, dormo più che posso, e ci sono sempre. Facevo attenzione alla pancia gravida, che non prendesse colpi, faccio attenzione alle mammelle piene di latte, che non prendano colpi. Non ho mai difeso così cavallerescamente il mio corpo prima che si mettesse in funzione di Maria. Funziona bene, nutre, fa crescere. E il bello è che non è una meccanica fredda.
Si impastellano le parole.
Si imbambagiano.
Si postano a nido.

Maria ciclamino, coloretto,
Maria musetto, petesìno
Maria profumino, mistieretto.

Maria ciuciantìna
Maria s-ciantinella:
Maria di mammabella.

Maria sensetti, cucioletti,
Maria pociolini, coessetti,
Maria piumini, e lenzuolini.

Maria sbruffaldina,
Maria sparpaglietti,
Maria picinina.

Di tanti fofettini,
di molti fifillini.

Maria ruttiera
e singhiozzetti:
Maria soffietti.

Maria pusantina, e pusolentina,
Maria quantipusanti.
Maria pronpròni.

Maria brontolina, odorelli,
culante e culantina,
Maria pisànte, e pisanònte.

Maria baccaglina.
Lagrimetti,
singhiozzetti,
gnarocchetti,
sospirini
e scoppietti.

Maria all'impruppo,
allo spruppo,
all'appioppo,
all'accruccio,

Maria, sei solo un picciò.
Sei bocciolino.
Sei lallantina.
Sei pimpinelli.
Sei ciuffaldina.


La distanza in immersione sarebbe credo il portamento da intraprendere per trasportare un po' di vissuto cruciale recente fuori dal privato, proteggendo ogni sua delicatezza, senza sbalzarlo fuori, senza alienarlo. Senza tradire la sua intimità.
Bisognerebbe riuscire a fare un po' quello che fa il tempo all'amore, che gli dà la schiarita.
Da quando è nata Maria il presente ha uno spessore nuovo, si è messo a stazionare in modo apprezzabile, dura meglio. Forse perché per la mia bebè l'attimo non è fuggente ma è permanente, e me lo fa capire, e insieme lo abitiamo in lungo e in largo. Le parole che le dico cascano dentro la sua zucchetta (meglio, sucoletta) rigenerate come da un presente totale.
Il suo misterioso comprendonio inspessisce i bordi del momento.
Il mio andare per un attimo di là, uscire dal suo raggio ottico, quasi sempre la precipita in un finimondo di disperazione. È come se lei percepisse la mia sparizione momentanea come sparizione totale, e le prende l'incubo. Come non sapesse ragionare che dopo tornerò come sono sempre tornata ogni volta, come non ci fosse nessuna assimilazione dei tempi verbali, del loro castello di buone probabilità: la sua vita è come se fosse un infinito presente, non si articola, non si coniuga.
E mi infila dentro al suo tempo radicale, un abissino puntiforme, fermo, necessariamente fatto di noi due. C'è una legnosità flessile di attaccamento piena di linfa come di ramo con la gemma. Perché sformarla?
Così la interpello, la nomino, la soprannomino, la saluto perché la trovo, continuo a trovarla di nuovo anche se è sempre con me, e a salutarla, esultando come se salutarla sia la più esaltante notizia che posso riferirle. E lei esulta con me. Noi che siamo sempre insieme esultiamo di trovarci. Non ci stanchiamo di rendercene conto e di rendercelo noto.
Dove porta tutto questo?
È il granaio della corresponsione.

Accudire.
I primi mesi: il suo tormentato sperso esserci da poco niente. Fortissima sua disabilità. Raccoglierla, raggrupparla, assisterla. Il suo corpicino praticamente paraplegico, in balìa della tenuta, del trasporto, dell'appoggio, del tatto o della malagrazia altrui. Consegnato.
Il corpo della mamma ha vivida potenzialità di farsi paradiso, luogo di beatitudine e di pace. Perché non diventare il paradiso del proprio neonato per un po' di mesi della propria vita?
Andarsene al di là di dove si era state fin lì, farsi rapire dal proprio neonato, che va verso la pangea e ha la potenza di risucchiare ogni deriva dei continenti, ogni frammentazione terremotata, e divisione.
Penso alle madri dei bambini handicappati. Alle cure che giorno per giorno gli hanno dato quando erano neonati in via di sviluppo delle loro menomazioni. Le cure, in termini di tempo, di occhio che si accorge, di corpo che soccorre e che si affatica, che si prodiga nelle azioni attente che ci vogliono, gli aggiustamenti, le protezioni, le ispezioni, le interpretazioni dei pianti, nutrire, cambiare i pannolini, predisporre per la notte, fare il bagnetto, asciugare, spalmare, riscaldare, coprire, nutrire, prendere ancora e sempre in braccio, dileguare con i baci canterini un pianto, un altro, un altro, nutrire, cambiare i pannolini, alzarsi nel cuore della notte, rimanere sveglie, resistere, fare ambientare nell'arco delle ore il proprio neonato, opportunamente trattato, tenuto pulito, vestito appropriato, tenuto preferito, anteposto, tenuto tutto bello accarezzato, tenuto baciato e tenuto abbracciato. Penso alle madri dei bambini handicappati. Non è un pensiero  patetico, è un pensiero forte, è un inchino. C'è sparpagliato nel tempo e nello spazio un cuore materno mastodontico e macigno.

La mia bambina è nella culla durante l'ora bella.
La mia bambina ha butìni, ha celestino, ha buietto sotto il lenzuolino.
La mia bambina è baciucchietti è filantina, pupazzetti e molesina,
di qua dalla finestrella
durante l'ora bella.

Io e Maria siamo come due muratori con in mano mattoni di acqua, e ci stiamo facendo su la casa-corrente.
Tra noi c'è sempre stata comunicazione. Non ho mai avuto il senso di parlare da sola parlandole. C'è sempre stata corrispondenza, ascolto reciproco, andirivieni di messaggi.
Quando è ora di dormire ci sediamo davanti alla sua culla, lei mi chiede il latte con sorrisetti sonori di trepidazione allegra, fa come il tifo al suo rubinetto, il suo idolo, lo incita ad apparire. Poi ingoia intensamente con la sua inconfondibile grazia focosa. Dopo un po' di vigore voluttuoso, piano piano la sua consistenza si fa sempre più mollina, scivolosa, lei slitta dentro all'addormentino, che non è una disposizione solo ad addormentarsi, ma all'accoglienza dell'atmosfera del sonno, vigila nel torpore, si fa sognante, è in ascolto, fa durare il tempo, lei sprofonda il tempo, la stanza ne è piena.

Nascita della voce di Maria.
Maria non sbuca, si staglia, nasce col cesareo. All'improvviso sento il suo pianto, senza vederla. Una voce nuova, sorprendente, non poderosa, la foga sincopata del suo piccolo furore ha gentilezza. Ascolto dal tavolo operatorio lo scoppio inaugurale della sua uscita, la sua voce inaudita al massimo dello stralunamento è tonantina; ai miei sensi è una captazione del mio ascolto vezzeggiativo lenitivo dello strappo tremendo, dello spavento, del freddo e dello sbattere contro la parete di luce che la sta mettendo tutta in tempestina.
È cominciato tutto con il sonaglio che le è scrosciato fuori.
Mi sono intonata a lei nel più cristallino dei tintinnii.
È color ciclamino, anche la sua voce.
Appena posso tenerla tra le braccia è già lavata, con la tuta, un berretto, gli occhi due bollicine di palpebre, le dita delle mani di consistenza di gambi di ciclamino di bosco, poltigline filanti, affusolate, è vera, ma sembra inventata, atterrita di incredulità tasto la matassina di questa bambina grande come cinque sei gomitoli.
Più che parlarle, le spiffero in bolle di sapone arcobaleniche, che vanno a infrangersi lievi sulle sue piccole guance, e sui suoi piccoli forellini in respirazione, in propensione, in ascolto, temendola leggermente, perché lei questo sensorino mi sembra anche accoccolata dentro una specie di sterminato risentimento. Brancola col bechetto che tirando forse vuole tirarsi dentro, rientrare; e tira dentro per tirare indietro la sua acqua buia calda, la rivorrebbe, sento, perché ora c'è interruzione tra il suo guanto di acqua buia e il suo ascoltino aspirantino. – Perché mamma c'è questo allentato enorme che ci racchiude adesso. – Mi chiede-ciuccia ciecamente.
Un grumetto muto.
La sua voce accovacciata nell'ascolto totale di quello che ho da dirle. L'avverto subito che nel bosco, che loro intanto nel bosco, che tutti quelli che sono piccoli, che loro sono tutti al sicuro, neanche uno si è perso, neanche uno sta male, neanche uno ha freddo… Dimmi semplicemente mamma. Dimmi con protezione dall'urto. Dimmi a cuscino. A pennellino. Dimmelo con garbo. Con bacchettina magica. Dimmelo con scia di xilofono e di campanellini. Dimmelo sottovoce. Metti giù piano le biglie dei mondi di qui nel panno piccolo del mio all'oscuro di tutto. Dicendomelo fa' saltellare gli zoccoli di un caprioletto, fa andare a nascondersi una piccola marmotta. Fa' sbucare dagli aghi di pino a letto nel sottobosco un ciclamino come me. Dicendomelo fa' andare a dormire gli scriccioli nel nido. Le lucciole tra l'erba. Dicendomelo metti un piccolo campanile a cominciare con me.
Ho saputo con chiarezza da subito che con la mia voce aprivo un interno per Maria, per il suo inerme distaccamento dal mondo di dentro, la sua dislocatura, il suo sfasamento per l'infuori. Stava a me chiarirle tutto, in particolar modo dare un'eco ai suoi attimi corporei, i suoi attimi-bocca, attimi-naso, attimi-liquidini caldi che le scendono, attimi-gola in tempestina.
Il suo sentirsi, irrelato, io glielo aggancio a un'abitudine di tono che le arrivi come una soluzione di collegamento.
Di notte cammino avanti e indietro nel corridoio del reparto maternità illuminato molto flebilmente che palpita di felpate vitalità nottambule di puerpere con i loro neonati, di puericultrici come farfalle notturne, tengo stretta a me Maria, sento che le fa bene abbandonarsi a un torpore adesivo, la piccola testa slogata addossata, le sussurro all'orecchio una monodia di tre parole…sei/ un/ ciclamino/
Questo mantra viene su dalla sensazione del suo tessutino volonteroso di dormire immerso in qualche modo ancora dentro, il dentro di prima glielo dà la voce, ora più vicina, c'è un delicato scambio di spazi, si addormenta, sento il suo respirino abbandonato sul collo.
È come portare in salvo qualcuno camminare su e giù per il corridoio con lei, la scaldo, le ridò casa comportandomi così. La consolo perché spiantarsi è dura. Stringo questo grumo di carne tiepida, tutta respirata e settembrina, questa mia abitante che mi ha appena lasciata, e la ringrazio di non potermi lasciare davvero.

Adesso che ha quasi otto mesi ancora non credo ai miei occhi nel vederla nelle stanze di casa. Questa casa adulta e anche solitaria, silenziosa, è ora il terreno della sua infanzia, è tutta foriera di indelebile risveglio. Maria sta sgominando il gioco fisso delle stanze.
Lei è il mio orgoglio e la mia maggiore trasparenza.
Le sue guance sono porporine, due piccole pesche zuccherine.
I suoi piccoli vestiti sono presenze fatate dentro l'armadio, e se penso a tutte le volte che non le andranno più bene, a tutti gli scalinetti mobili della sua crescita, mi viene ansia e nostalgia. Ancora, il tempo: in lei ne vedo la fermezza, la fermata, il fermamente, e le compro un body taglia sei-nove mesi e ostia è in tutto e per tutto puntuale. Ma nello stesso tempo c'è il che cresce da marea che sale, ci monta sopra, se la porta via così, com'è, e la ridà colà multiplamente.
Il tempo fa un enorme capolino in lei. Vederla è una forte previsione. E ad esempio la sua giovinezza e la mia vecchiaia balenano fuori una con gli orizzonti e l'altra senza.
Con lei così piccola l'intimità la vicinanza della propria vita e l'intimità della propria morte si infuocano. Non so perché.

Il neonato: questa formazione consequenziale, diramazione viscerale, mi sta sembrando la grande opportunità di rinverdire alla radice, e di osannare che è una porta segreta che si apre, che non lo immaginavi.
Poi questi puerperici neonati analfabeti, afasici, alloglotti, tolgono la corrente alfabetica in cui viviamo immersi. Che tramite loro salta, aprendo in seno al tessuto della vita, alla mamma, una presa di contatto con la basilarità umana, tutta carne appena accennata, tutta emozionale, e azzardata.
Il neonato mi sta anche sembrando l'occasione che ha la lingua per rifarsi una vita.


[Questo testo è originariamente apparso su "Attualità lacaniana" n. 8/2008, Franco Angeli editore.]

Pubblicato da a.moresco il 29-01-11
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