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Due interviste a Antonio Moresco
Fabio Zucchella, Stenio Solinas

 
ANTONIO MORESCO 
Intervista di Fabio Zucchella

("Pulp libri" n° 78, marzo/aprile 2009, ancora in edicola) 

 
Dopo la pubblicazione, lo scorso settembre, di una nuova edizione Einaudi delle Lettere a nessuno, rischioso e impietoso "diario segreto ed epistolario esploso" sul mondo della cultura e dell'editoria italiana, esce in questi giorni Canti del caos (Mondadori), in un'edizione definitiva e riveduta di oltre mille pagine che raccoglie i due precedenti capitoli (Feltrinelli, 2001 e Rizzoli, 2003) da tempo scomparsi dagli scaffali delle librerie, con l'aggiunta di una nuovissima, attesa parte finale.

Con questo libro Antonio Moresco (che ha pubblicato finora una ventina di titoli tra narrativa, saggistica, opere teatrali, reportage e raccolte di favole) arriva a uno snodo cruciale della sua vicenda letteraria: Canti del caos è un romanzo-mondo (o, forse meglio, un romanzo-universo), un chaosmos narrativo in cui esplodono trama, personaggi, dialoghi, continuamente risucchiati in un vertiginoso processo di agglutinazione simultanea delle immagini: oscene e sublimi, ordinarie e deliranti. Che testimoniano l'epico, indispensabile candore di uno dei pochi scrittori di oggi che possono aiutarci a sfondare "il muro dello spazio e del tempo immobilizzati". 

 
Non ti ha mai sfiorato l'idea che questo modo come dici tu trascendente di essere dentro le cose – la letteratura, la vita – sia non solo inattuale ma magari anche  impossibile?…

Ma certo, è probabile che sia così. Lo so. Difatti alla fine di Lettere a nessuno c'è una lunga missiva intitolata appunto "Lettera a nessuno", il cui destinatario diventa una sorta di figura inesistente su cui misuro ciò di cui parli tu. Vedi, fin da quando ero bambino ho sempre avuto il sogno di poter bruciare, che potesse esistere il fronte di questo incendio delle persone, di questa sorta di insurrezione delle anime, delle vite. Ma mi rendo conto che è un'idea che non ha molto corso, non so, forse è un retaggio dalla mia vecchia educazione religiosa, anche se io non sono credente. Però ti devo dire una cosa: non me ne frega un cazzo della letteratura, se è qualcosa d'altro, di diverso da questa possibilità. Quindi per me non si tratta di un gesto di coraggio o di chissà quale eroismo. Tant'è vero che il libro si conclude con questa frase: "il mio ultimo sogno è che venga finalmente il giorno in cui mi dimenticherò perfino di essere stato, un tempo, uno scrittore".  In me l'illusione è ancora forte, però in questo momento, dopo aver sperimentato per quindici anni un rapporto personale diretto con il mondo della cultura, io adesso ho bisogno di proseguire la mia strada però ritornando là da dove ero venuto, cioè sotto terra. Perché in fondo io come scrittore ho esordito a quarantacinque anni, adesso ne ho più di sessanta e allora il tutto si riduce a quindici anni. Io non so quanto vivrò, metti ancora cinque, dieci anni, chissà… Se ci pensi, quindici anni vissuti come scrittore emerso rappresentano una parte della mia vita sostanzialmente piccola. Che però mi è bastata
 
Tu racconti di uno scrittore sotterraneo che dopo anni di lotte finalmente emerge alla luce, con conseguente pubblicazione di libri e "visibilità" culturale. Ora però lo scrittore non ne vuole più sapere di questa luce e ritorna sotto terra. Non ti sembra contraddittorio?

Può darsi. Quando tu ti poni con un'urgenza, dall'altra parte scattano delle reazioni di irrigidimento o di rifiuto, e vieni percepito come un corpo estraneo se la logica che guida le tue azioni non si conforma a tutto l'insieme di quel mondo. Ecco, io ho avuto un'esperienza simile, che però non rinnego affatto. Io non mi lamento, nessuno mi ha chiesto di scrivere quello che volevo scrivere – e insomma, io ho fatto quel cazzo che ho voluto e l'ho fatto fino in fondo, quindi non ho niente da rimpiangere, da rinnegare, non ho niente di cui pentirmi. Ma non è questo che ha determinato in me una reazione di delusione e di rifiuto. Ho capito che il grosso del mondo che gravita attorno ai libri è un mondo perduto. Forse è sempre stato così, non lo posso dire… 
 
Perduto in che senso?…
Ma perché ha perso il sentimento, gli ideali che pure avranno mosso molte delle persone che ne fanno parte, quando sono state giovani. Ci avranno creduto, no? Avranno avuto dei sogni, delle illusioni. La stragrande maggioranza li ha persi, li ha rinnegati. Io no. E rimarrò così, stupido e infantile fino a quando crepo. Quando il cozzo tra l'entità dei tuoi sogni e delle tue illusioni e la natura del mondo circostante diventa insuperabile, tremendo, ti impone o la resa o il ritorno alla condizione precedente. Se io mi scavo di nuovo un buco sotto terra, così come ho vissuto per tanti anni, e lì dentro faccio succedere qualcosa e ci metto tutta la poca o tanta energia a mia disposizione per renderla forte al massimo, be' questa non è una resa. Dico semplicemente che mi sottraggo a delle condizioni che mi imprigionano, che limitano la mia libertà, che mi fanno vivere nell'amarezza. Cosa che voglio evitare assolutamente. E allora innanzitutto ho voluto completare la pubblicazione integrale dei Canti del caos, e di questo sono molto contento, poi mi piacerebbe che qualcuno degli altri miei libri venisse ripubblicato, ad esempio Gli esordi… Ma vorrei stare dentro il mio prossimo libro staccandomi il più possibile dal mondo degli scrittori e della cultura. Che mi ha deluso, mi immaginavo fosse migliore.  

 In questa terza parte dei Canti  ricorre spesso l'espressione "tempo immobilizzato", che lascia intuire un rapporto di tensione – di contrasto e compresenza – con il caos…

Nel libro si arriva a una sorta di passaggio di specie, alla vendita del pianeta da parte di Dio, si arriva a una situazione-limite che si esprime attraverso l'immobilizzazione dello spazio e del tempo. Ed è come se fosse necessario rompere, sfondare un tempo che per l'uomo tende alla fissità, a diventare un muro. Nel momento della vendita del pianeta ciò avviene nella maniera più assoluta, quindi attraverso l'immobilità. Tutto si gioca dentro questo sfondamento, questo passaggio, questa fuga di neutrini, come la chiamo io… Ho il sospetto che tutto ciò abbia molto a che fare con la nostra condizione di specie, e quindi lo scatenamento progressivo del caos, che aumenta le sue figure, le sue possibilità, è un sintomo del fatto che noi come specie stiamo andando verso un limite, verso una immobilizzazione. E nella terza parte dei Canti sono riuscito a raccontarlo solo nel modo in cui l'ho fatto. Mi sono chiesto se avrei potuto farlo in un altro modo, anche meno oscuro, ma sono convinto che avrei sminuito, quasi banalizzato tutto…  

 Ti riferisci ad esempio a certi passaggi in cui adotti una distorsione, una sorta di simultaneità dei tempi verbali?…

Sì, se esiste una contemporaneità di tempi e di spazi immobilizzati, ciò deve riflettersi anche nella lingua che devo usare per esprimerla. E nei tempi verbali ciò si esplicita con maggiore violenza: è proprio lì che si scarica al massimo quella simultaneità. Non solo della narrazione ma anche degli uomini, difatti in questa terza parte vengono fuori alcune figurazioni forti della storia umana, esemplificate nel cavallo di Troia, nella lotta di Giobbe con Dio o nella passione di Gesù: punti-limite del nostro immaginario. 

 L'ultimissima sezione dei Canti ha un titolo per il quale usi un termine,  un neologismo, che spesso ricorre nel libro e che mi pare faccia presagire una svolta futura: increazione.

Guarda, questa cosa per me è di fondamentale importanza, e anche se si precisa in modo molto nitido appunto alla fine della terza parte dei Canti, in realtà è già presente nelle due parti precedenti e addirittura anche negli Esordi. Per me si tratta di un'idea talmente importante che ci voglio crepare sopra… Sarà il senso, l'argomento, la dimensione portante del mio prossimo libro. E lì voglio aprire a fondo questa mia invenzione, questa intuizione. Voglio anche capire a fondo cosa significa per me increazione. Credo che rappresenti una dimensione molto più vicina di quello che pensiamo… 
 
Immagino tu stia parlando di una nuova condizione, di un nuovo paradigma, del superamento di una soglia. È così?

Dici bene. Il contrario della parola "creazione" è "distruzione", non increazione. L'increazione appartiene a un'altra dimensione, ed è lì che voglio stare, è quello il territorio che voglio esplorare. Per me è difficilissimo esprimerlo con parole diverse da quelle che ho usato nel libro, e comunque lo ritengo così importante che voglio dedicarci tutto il resto della mia vita. È una possibilità estrema dell'esistenza, non si tratta certo del nulla. Sarà un'avventura assoluta. 

 
******* 


ANTONIO MORESCO 

«Così ho creato il mio romanzo staminale »
di Stenio Solinas
 
(Il Giornale", 04-07-2009)


Canti del caos di Antonio Moresco, un librone pieno di sesso, di escrementi, di amore e di morte, di personaggi strani (il donatore di seme, la Musa, la ragazza con l'assorbente, l'eiaculatore, la donna amputata, il ginecologo spastico...), patetici e grotteschi, mostruosi. Moresco non collabora a giornali, non va in tv, non è mai entrato nelle classifiche dei più venduti, ma ha molti ammiratori e su di lui si scrivono tesi di laurea. È apocalittico, ma a suo modo, non è integrato, ma non posa a vittima del sistema. Lo abbiamo intervistato, e questo è quel che resta.

«Partiamo dal libro? Bene, ho cominciato a scriverlo quindici anni fa. Avevo finito un romanzo molto lungo e molto casto, Gli esordi, che attraversava tre momenti della mia vita, il seminario, la lotta politica, la scrittura. Mi sono reso conto che era appena la prima tappa, una bolla immobile che andava squarciata per far entrare il caos, l'orrore, il male e il bene... Ho tenuto gli stessi personaggi principali, il Gatto, che poi è il diavolo, il Matto, che poi sono io, e li manterrò anche nel futuro dentro questa frontiera mobile e oscena, l'unica che ti permette, senza moralismo né fascinazione del male, di esprimere il nostro tempo, le frontiere della scienza e della genetica che ci danno un'idea diversa del mondo e della vita. Per fare questo, per stare dentro la precognizione della letteratura, il romanzo deve reinventarsi. Se vuole, è un romanzo staminale, ovvero cellule con potenzialità massime, i personaggi che creano il romanzo, una struttura libera...».

«Come dice, un'attenzione spasmodica per il sesso? Be', non l'avevo preventivata. Non pensavo di scrivere un libro con queste caratteristiche, ma subito sono entrate dentro con una tale forza che mi hanno fatto star male. Sono perfino finito al pronto soccorso, problemi cardiaci... Il medico che mi ha visitato mi ha detto: "Qualsiasi cosa sta facendo, la sospenda"... Non mi rendevo conto da dove tutto questo venisse, capivo però di essere una specie di tramite tra me e le viscere del mondo. Da qui l'insostenibilità di certe pagine, l'orrore anche, di cui la scrittura si fa testimone. Perché sa, volendo, avrei potuto rendere tutto più patinato, conviverci, insomma. Ma se si vuole fare un libro che esprima le strutture primeve della vita bisogna avere il coraggio di mettere in campo queste potenze negative. Nell'ultima parte di Canti del caos si capisce che non è un lavoro fine a se stesso perché io racconto senza moralismi, gliel'ho già detto, ma nemmeno arrendendomi al male, giustificandolo. Anche per questo è stato tutto così bruciante...».

«Sì, certo, ha ragione, si ride anche. Io sono attratto dal tragico e dal comico, non dal tragicomico, che è brodo diluito. Questo continuo contro-canto è dovuto al fatto che mentre lo scrivevo mi ribellavo a quello che scrivevo e teppisticamente si scatenava dentro di me uno spirito comico che tendeva a distruggere il precedente registro tragico... Oggi vanno di moda gli scrittori specializzati, in pace e in posa con se stessi, il sentimentale, quello che fa ridere, l'indignato, ma all'inizio la letteratura era indescrivibile, in Omero, in Shakespeare non si distingue, non si scontorna, c'è il riso, l'epica, l'avventura, il dolore».

«Perché ambientarlo nell'editoria? Bella domanda. Cos'è, un meta-romanzo, un romanzo post-moderno, vero e proprio vicolo cieco novecentesco? Me lo sono chiesto anch'io fin dall'inizio, ma cosa me ne frega dell'editore e dello scrittore, delle loro peripezie, che cavolo ci stanno a fare?... La verità è che ero senza rete... Gliel'ho detto prima, un romanzo staminale... Forse avevo bisogno di cominciare con una cosa piccola, misera, di poca allure, un editore, uno scrittore, cosa c'è di più miserabile? All'inizio, comunque, il titolo era Il caos. I canti sono venuti dopo, intorno a pagina 100 c'è il primo, il canto dell'investitore, il personaggio che poi chiude il libro, e lì mi è venuta l'idea di farlo parlare direttamente, sbarazzandolo della struttura narrativa. Ho rotto insomma una disciplina interna e questa nuova libertà se la sono poi presa tutti... Sì, lo so, può dare un'impressione di ripetitività, ma è come un pittore che alla sua pennellata arriva per gradi... Inoltre, mi sembrava che all'interno di questi canti avvenissero cose che gli davano elementi di novità, anche sotto il profilo della prosa, voci diverse ma che si assomigliano, sono identiche, una sorta di lingua comune che non fa il verso al parlato. In fondo, il modo migliore di essere vicini al proprio tempo è esserne lontano...».

«E poi, ho sempre provato insofferenza verso l'avanguardia storica novecentesca, la sua superficiale distruzione linguistica, che so, l'abolire la punteggiatura... Una volta ho scritto che la tradizione è l'esplosione! Io non ho paura della tradizione, perché non ho un'idea storicistica del tempo e dello spazio, un prima e un dopo... Scrivo in maniera chiara, semplice, proprio perché non ho bisogno di una lingua che vada in confusione, in ebollizione. L'urto, la forza, il movimento, l'esplosione, appunto, sono più forti se riesco a tenere tutto quanto dentro una lingua che sia ferma e faccia passare l'elettricità, la violenza al suo interno...».

«Il mio primo romanzo l'ho scritto a 14 anni, pensi un po'. Lo mandai a Bompiani, ricevetti una lettera di incoraggiamento, e per trent'anni è stata l'unica... Poi a vent'anni ho smesso, fagocitato dalla politica. Quando ho riannodato quel filo, la scrittura come una rete di salvataggio, è cominciata la tragedia, perché per moltissimo tempo nessun editore mi ha accettato... Tragedia, ma anche salvezza: sono cresciuto sotto terra, ero e sono rimasto quella cosa lì. A 45 anni, finalmente, mi ha pubblicato Bollati, e da allora... Non che sia diventato tutto facile, ma insomma, chi se ne frega, non me l'ha ordinato nessuno...».

«Dove ho fatto politica? Nella sinistra extra-parlamentare, "Servire il popolo", "Autonomia operaia", con abnegazione, con fede. Ho lavorato in fabbrica, ho fatto lo scaricatore, non avevo titoli di studio, tre anni di seminario, no, nessuna vocazione, mi ci avevano mandato i miei, però importanti, mi hanno messo a confronto con temi cui non avevo mai pensato. È stato lo stesso con la lotta politica, mi ha fatto andare dentro la società come una sonda... Ho fatto cose anche rischiose, con ricadute giudiziarie... Nelle Memorie dal sottosuolo Dostoevskij dice che "al confino e in prigione" ha conosciuto "la parte migliore della Russia". Se si capisce bene cosa quel "migliore" significhi, vale anche per me.

«Apocalittico? Non so cosa lei voglia intendere con questo termine... Sono sposato, ho una figlia, una nipotina, qualche amico. Debbo molto a mia moglie, alla morte dei miei genitori ho ereditato una casetta e questo mi ha permesso un minimo di dignità, non faccio la fame, vivo con poco, niente di eroico o di maledetto. Da qualche anno ho persino uno studio tutto mio, questo sottotetto dove stiamo parlando. A volte me ne sto qui in silenzio per delle ore, con un senso di meraviglia. Non mi atteggio a incompreso, anzi vorrei essere compreso. Credo che ogni scrittore abbia spinte fusionali nei confronti del mondo e quindi mi piacerebbe avere molti lettori, più vicinanza. Non penso di essere illeggibile, certo nei miei romanzi c'è uno spostamento d'asse e questo è più difficile da capire e da accettare. Non vivo la letteratura come un puro e semplice campo estetico, e d'altra parte non penso che Dante si appagasse nelle terzine, o che so, nell'uso del volgare... È adesso che c'è questo campo separato che non conta niente, e certo questa letteratura mi fa orrore, così come mettere il proprio dio nella carriera... E però, pubblico con Mondadori, ci sono universitari che fanno tesi di laurea sui miei romanzi... Va bene così».

«I libri che mi hanno scoperchiato la mente sono stati l'Iliade, tutto Leopardi, Swift, Goethe, Tolstoj, Balzac... Dagli storici greci, che ho letto dopo il decennio della mia notte politica, ho capito l'illusione della trasformazione meccanica della vita dell'uomo... Non so se vivo come tutti, cerco di stare il più possibile vicino a me stesso, a quello che credo essere me stesso, concentrato... Da dieci anni non ho la televisione, non so a quali programmi potrei essere invitato... Comunque, non sono mai stato posto davanti al dilemma se andare o meno in tv, e quindi... Certo, non andrei a fare il cretino! È vero anche che non scrivo sui giornali, un tempo mi sarebbe servito, economicamente intendo, ma adesso... Per questo libro ho impiegato quindici anni, ne ho più di sessanta, non posso dissipare il poco tempo che mi resta... No, non scrivo sempre, non sono una macchinetta, però cammino molto, di notte soprattutto, e nel camminare creo un silenzio e un vuoto che riempio di cose. Come i pellerossa che seguivano sempre gli stessi percorsi, fermo il tempo e
mi riconnetto con l'infinito. I miei libri li ho scritti con i piedi... Ecco, avrei finito. Venga, l'accompagno...».

Pubblicato da c.benedetti il 07-04-09
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