Le disperazioni non sono tutte uguali

Carla Benedetti



Filippo Callipo, presidente della Confindustria calabrese, lascia il suo incarico dopo due mandati. Un anno fa aveva scritto a Ciampi, aveva persino chiesto l’intervento dell’esercito contro la ’ndrangheta. Ho sentito pochi giorni fa una sua intervista su Radiopopolare. Parlava come chi ha le gambe spezzate da una lotta lunga e inutile contro l’imprenditoria criminale. "Dopo tanto lavoro non è cambiato niente" diceva.

E poi arrivava a darsi del coglione per aver fatto nuovi investimenti in Calabria, perché così obbligherà i figli a stare su quel territorio. Il figlio più piccolo, di 12, anni è inquieto per le minacce che il padre ha ricevuto. Il figlio più grande, fuori per studio, è solidale con lui. Gli ha scritto "Continua così!". Ma è proprio questo che gli fa spavento. Lasciargli in eredità una lotta senza speranza. In un territorio dove non c’è più legge, né giustizia, e dove tutti hanno paura.

Lo scoramento prevaleva sull’indignazione. Eppure le sue parole, per quanto disperate, erano nello stesso tempo, e forse proprio per questo, oltre che per la lucidità e la fermezza, anche rigeneranti.

La prima cosa che mi ha colpito è la sua consapevolezza dell’impotenza della parola pubblica in Italia. Quando gli chiedono se qualcosa non sia cambiato in meglio negli ultimi tempi in Calabria, dopo il delitto Fortugno, dopo gli arresti e le manifestazioni di giovani per le strade ecc. risponde: "Certo, buoni segnali, anche se un po’ strumentalizzati. Ma il problema è che non hanno influsso sulle cose". Cosa può mai modificare l’opinione della gente, se nessuno, neanche lui, che ha avuto la possibilità di parlare sui giornali nazionali, su "Repubblica", alla radio, che ha sollevato il problema in tutti i canali mediatici che poteva raggiungere, è riuscito a influire sulle cose! Quando un problema così grave riceve l’attenzione dell’opinione pubblica, se ne parla sui giornali, e ciononostante tutto continua come prima! La tragedia della parola pubblica non agente!

Eppure, nonostante la disperazione, le sue parole infondevano vigore. E’ questo che mi ha stupito. Non è vero che l’assenza di speranza spenga la voglia di combattere in altri.

Diceva che era giusto per lui andarsene e lasciare il campo a qualcuno più giovane, meno scorato di lui, con le forze non ancora logorate. Cioè, non resta cinicamente, come fanno tanti, a amministrare l’impotenza. E nemmeno pretende di essere l’ultimo. Mi ha colpito molto questa "saggezza del ricambio", che in nessun altro campo oggi viene più accettata, né nella politica né nella cultura.

In ogni sua risposta c’era sempre presente questo senso dell’avvicendarsi delle generazioni. "I miei colleghi più giovani che prenderanno il mio posto, meno logorati di me! I miei figli …ecc." Questo senso di continuità, di eredità che passa di generazione in generazione, e che è anche tragico (perchè assieme alla voglia di fare si ripeteranno inevitabilmente anche gli scoramenti e le sofferenze), è raro da trovarsi nei discorsi correnti, anche in quelli più critici e indignati. Ce l’aveva invece molto forte Pasolini. La ritrovo anche in Antonio Moresco (ricordo le sue osservazioni stupite su quanta capacità di soffrire abbiano i giovani).

Senza questo senso, che è tragico, ma anche di apertura, la mancanza di speranza del presidente della confindustria calabrese avrebbe avuto tutt’altro valore. Sarebbe stata come la disperazione dentro a un luogo chiuso. Dentro a un labirinto!

Così è successo alle avanguardie nel secolo scorso, ai critici della società, ai situazionisti, a Debord… Si sono mangiati il loro altro e i loro successori, pretendendo di essere gli ultimi. Si sono fabbricati un labirinto consolatorio. Hanno perso per prima cosa questo senso dell’aperto, dell’avvicendarsi, anche tragico, della vita. In cui, comunque, tutto ricomincia.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica democrazia il 20 giugno 2006