Editoria embedded

Benedetta Centovalli



«Le notizie e i segnali che oggi provengono dagli ambienti dell’editoria tradiscono il disprezzo per qualsiasi cosa che non sia il profitto, e questa per il pubblico è la cosa più difficile da accettare: i lettori sanno istintivamente che il mestiere di fare libri è qualcosa di più che far soldi». Questa citazione dal New York Times di un articolo che critica l’acquisizione di Random House da parte di Bertelsmann è riportata da André Schiffrin in Il controllo della parola (Torino, Bollati Boringhieri, 2006), seconda puntata dell’ormai storico Editoria senza editori, uscito in Italia nel 2000 per la stessa casa editrice. Ottantanove pagine affilate come un’arma, dense di notizie che messe in fila offrono un panorama molto preoccupante del mondo editoriale americano e europeo (Francia, Inghilterra e all’ottima introduzione di Stefano Salis il compito di rendere conto della situazione italiana, vedi Il controllo della parola). Schiffrin analizza la seconda fase del processo che ha portato alla concentrazione di più sigle editoriali in colossi che oggi possono far convivere, come in Francia e sempre con la protezione del governo, il mondo dei media con l’industria delle armi, e la cui corsa al profitto ha alterato la natura stessa delle case editrici acquisite e modificato il funzionamento della macchina editoriale. Di pari passo Schiffrin ci costringe a vedere come la mappa degli editori sia stata stravolta dalla spinta «concentrazionaria». All’appiattimento inevitabile di programmi e proposte risponde l’attuale fenomeno dei best seller planetari. Se è il successo a determinare la produzione, la conseguenza è l’uniformazione dell’offerta, la cancellazione delle differenze. Non è tranquillizzante pensare che, al pari dello shampoo o del dentifricio, nei paesi occidentali e in quelli occidentalizzati, scalino le classifiche nello stesso tempo proprio gli stessi libri. Decine di milioni di copie per Il codice da Vinci o il successo della saga di Harry Potter ci danno l’esatta smisura di questo fenomeno e ci mettono in guardia, se solo vogliamo compiere lo sforzo di analizzare quello che sta succedendo, sui rischi e sul significato del «controllo della parola». La stessa campagna elettorale italiana che ha visto protagonista assoluta tra i media la televisione - con gli effetti e le distorsioni credo evidenti per tutti – ci pone la questione con tutta la sua urgenza e la sua gravità anche nel nostro Paese.

Nell’era dell’editoria embedded, quella che pubblica in sicurezza, si persegue il solo genere best seller. Dall’editoria che si serviva del libro blockbuster per pagare i testi di qualità a più lenta rotazione siamo passati direttamente all’editoria blockbuster. Punto e basta. Anche se la tirannia della tiratura produce esiti nefasti e incancrenisce qualunque barlume di civiltà.

Eppure – dice apertamente Schiffrin – i grandi cambiamenti che hanno rimodellato l’editoria e che vengono considerati inevitabili non sono affatto inevitabili. Il fatalismo, l’accettazione passiva della deriva culturale, la complicità, l’autocensura e il conformismo del mondo intellettuale non sono più accettabili. Una democrazia matura deve avere un’editoria libera, plurale, creativa, indipendente dal potere politico: fondamentale nel libro il capitolo L’Iraq e i media americani, dove Schiffrin spiega come sia stato possibile che le maggiori testate americane, dal New York Times al Washington Post, e le principali televisioni abbiano potuto sostenere la guerra di Bush in Iraq. Una democrazia matura deve proteggere le voci del dissenso tanto più quando quelle del consenso si fanno assordanti. Eccolo il paradosso dell’editoria, il suo passaporto, un’editoria libera non pratica la democrazia letteraria. La democrazia è sacrosanta ovunque, meno che in letteratura.

Pubblicato su "Stilos", 25 aprile-8 maggio 2006








pubblicato da b.centovalli nella rubrica democrazia il 18 giugno 2006