Un esempio di esaltazione della violenza in un testo religioso

Sergio Baratto



1. Questo è un brano tratto dal Libro per i mujaheddin della Moschea, un testo religioso di carattere divulgativo diffuso nei paesi arabi musulmani:

"Sicuri dunque fatevi avanti, mujaheddin, e con animo intrepido sbaragliate i nemici del Profeta, sapendo che né la morte né la vita potranno separarvi dall’amore di Allah (…). Quanto gloriosi torneranno i vincitori dal jihad! Quanto beati moriranno nel jihad i martiri! Rallegrati, se vivi e vinci in Allah; ma esulta ancor di più se morirai e raggiungerai Allah. (…)
Invero i mujaheddin del Profeta combattono tranquillamente le battaglie di Allah, non temendo affatto di peccare quando uccidono i nemici né di perdere la vita, in quanto la morte inferta o subita per il Profeta non ha nulla di delittuoso, anzi rende ancora più meritevoli di gloria… Il mujahid del Profeta uccide tranquillamente e ancor più tranquillamente perisce. (…) La morte che commina è un guadagno per il Profeta. Nella morte dell’infedele il musulmano trova il proprio vanto, perché in essa il Profeta viene glorificato".

No, non è vero. Ho mentito. Ho sostituito (o meglio tradotto) alcune parole: "milites" con "mujaheddin", "Dominus" con "Allah", "proelium" con "jihad", "Christus" con "Profeta" e "paganus" con "infedele". Il Libro per i mujaheddin della Moschea non esiste. In realtà il brano appena citato è di Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), monaco, santo e dottore della Chiesa, ed è tratto dal suo Liber ad milites Templi. De laude novae militiae.
Nell’originale suona così :

"Sicuri dunque fatevi avanti, soldati, e con animo intrepido sbaragliate i nemici della croce di Cristo, sapendo che né la morte né la vita potranno separarvi dalla carità di Dio (…). Quanto gloriosi torneranno i vincitori dalla battaglia! Quanto beati moriranno in battaglia i martiri! Rallegrati, o vigoroso campione, se vivi e vinci nel Signore; ma esulta ancor di più e glòriati se morirai e raggiungerai il Signore. (…)
Invero i soldati di Cristo combattono tranquillamente le battaglie del loro Signore, non temendo affatto di peccare quando uccidono i nemici né di perdere la vita, in quanto la morte inferta o subita per Cristo non ha nulla di delittuoso, anzi rende ancora più meritevoli di gloria… Il soldato di Cristo uccide tranquillamente e ancor più tranquillamente perisce. (…) La morte che egli commina è un guadagno per Cristo. Nella morte del pagano il cristiano trova il proprio vanto, perché in essa Cristo viene glorificato".

2. Un luogo comune ignorante ma pervasivo vuole che l’apologo della violenza sia presente nel fondamento stesso dell’Islam, vale a dire nel Corano; e che, al contrario, le presunte violenze commesse nella storia nel nome del cristianesimo (dico "presunte" perché ancora capita di trovare chi ne mette in dubbio l’esistenza) siano da considerarsi come una forzatura esterna alla dottrina evangelica: frutto cioè non del testo sacro, ma della malvagità di chi lo ha interpretato.
Non starò qui a citare i passi "pacifisti" del Corano o quelli violenti della Bibbia (basta poco per procurarsene una copia e cercarli). Sarebbe fin troppo facile. Piuttosto mi interessa riflettere sull’obiezione più sottile per cui, nel primo caso, dell’apologia della violenza sarebbe direttamente responsabile il fondatore della religione, mentre – nel caso preso qui a esempio di san Bernardo di Chiaravalle – la responsabilità non ricade sul Cristo, ma "solo" su un suo interprete, per quanto illustre.
L’obiezione è pertinente ma non decisiva. Bernardo di Chiaravalle è santo, cioè la Chiesa cattolica stabilisce incontrovertibilmente che egli gode della vicinanza a Dio e della beatitudine eterna. Nessuna delle sue opere è mai stata sconfessata: casomai le si è opportunamente "dimenticate". Di più. Bernardo di Chiaravalle è stato dichiarato "dottore della Chiesa": ciò significa che il cattolicesimo attribuisce alle sue parole (e quindi ai suoi scritti) un valore dottrinale particolare. Senza dubbio la sensibilità dei cattolici contemporanei (o perlomeno della loro maggior parte) troverebbe le idee espresse da San Bernardo nel Liber ad milites Templi moralmente condannabili, se non addirittura disgustose, e sicuramente contrarie allo spirito evangelico. Ciò nonostante, nell’enciclica di papa Pio XII dedicata proprio a San Bernardo (Doctor Mellifluus, 1953), esse vengono definite come "alte parole e più alta carità": "Poiché i luoghi santi della Palestina consacrati al divino Redentore col proprio sangue erano in gravissima condizione ed esposti all’ostile pressione di eserciti stranieri, per mandato del sommo pontefice incoraggiò con alte parole e più alta carità i prìncipi e i popoli cristiani ad una nuova crociata; se questa non sortì felice esito, non fu certo per sua colpa".
La permanenza di San Bernardo nel gotha dei portavoce di Cristo e il dovere di accettare come infallibile ciò che stabilisce il Magistero ecclesiastico fanno sì che i cattolici possano continuare a professarsi tale solo nonostante la dottrina cattolica e solo rimuovendo l’enorme contraddizione in cui sono invischiati (in realtà il Magistero ecclesiastico non è necessariamente infallibile, ma d’altra parte l’attribuzione del titolo di "dottore della Chiesa" indica che si è in presenza di una figura la cui opera costituisce una colonna portante della dottrina ecclesiastica; come si vede i distinguo sono sempre sottili, quasi a voler occultare il più possibile ogni contraddizione).

Da questo punto di vista, paradossalmente, gli unici a non cadere in contraddizione sarebbero i moderni sostenitori della crociata e della guerra santa. Ancora: assumendo l’opinione per cui l’apologia della violenza contro gli infedeli è parte integrante della dottrina islamica (secondo il luogo comune citato sopra), coerenza vorrebbe che si smettesse di dirsene indignati e di farne una prova dell’"inferiorità" o della "malvagità" di quella religione, dal momento che la "nostra" annovera dottrine ufficialmente accettate non dissimili.
A me sembra che questo paradosso e questa incoerenza scaturiscano da una contraddizione ancora più profonda. La svela in maniera illuminante Simone Weil in L’ombra e la grazia:

"Le altre civiltà. Se ne mostrano le mancanze come prova dell’insufficienza delle religioni cui esse sono affidate. Eppure, in Europa, nel corso degli ultimi venti secoli di storia, si troverebbero agevolmente mancanze almeno equivalenti. La distruzione dell’America con i massacri e dell’Africa con la schiavitù, i massacri del sud della Francia valgono pure l’omosessualità in Grecia o i riti orgiastici dell’Oriente. Ma si dice che in Europa si sono avute queste cose malgrado la perfezione del cristianesimo e, nelle altre civiltà, a causa dell’imperfezione della loro religione.
Esempio speciale, da contemplare lungamente, del meccanismo dell’errore. Si separa una parte. Valutando l’India o la Grecia, si pone il male in relazione col bene. Valutando il cristianesimo, si mette il male in luogo separato.
lo si separa senza saperlo, questo è il pericolo. O, quel che è ancora peggio, lo si separa con un atto di volontà, ma con un atto di volontà furtivo verso se stessi. E poi non si sa più che lo si è separato. Non si vuol saperlo e, a forza di non volerlo sapere, si arriva a non poterlo sapere.
Questa capacità di separare permette tutti i delitti".








pubblicato da s.baratto nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 18 giugno 2006