Poeta, sei stato nominato! #8

Elena Salibra



1. Le antologie del primo novecento da Poeti d’oggi di Papini-Pancrazi a Lirici Nuovi di Luciano Anceschi, all’ Antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo di Ravegnani-Titta Rosa fino a Poesia italiana contemporanea di Spagnoletti mostrano una particolare attenzione agli autori in senso globale, danno voce ai poeti che in taluni casi fanno una loro autopresentazione. Il risultato è il racconto avvincente di tante avventure dell’anima. Così scrive Luciano Anceschi nell’Introduzione:

[…] oltre alle notizie biografiche e bibliografiche, ciascun poeta è presentato con uno scritto che ci consegna le sue idee e la sua esperienza sulla poesia […] così oltre ad aprire su ogni autore quel delicato rapporto tra poetica e poesia, sul quale tanto si vuole insistere ai nostri giorni, questi scritti – da Campana a Luzi - sono utili per delineare una storia della coscienza poetica contemporanea.

Con I poeti italiani del Novecento di Mengaldo (1978) cambia la prospettiva sul piano metodologico; si mostra una particolare attenzione ai testi, perché “un testo a rigore, non rappresenta neppure il suo autore: rappresenta solo se stesso” e, servendosi delle luminose parole di Szondi, si parte dal principio che “i testi non si presentano come degli esemplari, ma come degli individui”. Questo spirito vuole informare alcune delle antologie dal millenovecentosessanta ad oggi, pubblicate recentemente, tra le quali quelle di Piccini, Testa, Cucchi-Giovanardi, Bertone, di cui gli stessi curatori hanno discusso in una tavola rotonda coordinata da Alberto Casadei al convegno pisano.

Il rilancio del genere antologico, cui in questi ultimi anni si assiste, si porta dietro un’idea di poesia che procede per frammenti, che imbocca più percorsi, si perde nel labirinto dei segni minimi, asseconda talune forze centrifughe, individua momenti atipici di un autore, ne svela taluni indizi formali o tematici, ne fa affiorare dei tic stilistici, ma rimane sempre aliena da pretese esaustive e da ambiziosi quadri d’insieme.

In questo modo il lettore si trova di fronte ad accattivanti miscellanee in versi in cui ha la possibilità di riconoscere anche il proprio angolo di visuale, di isolare traiettorie laterali di gusto e di tendenza e di entrare in sintonia con singole storie parziali.

2. Sergio Solmi individua il paradosso che sostiene la poesia del primo Novecento “in un’estrema illusione di canto dopo la distruzione di tutte le illusioni”. Ci si chiede quale sia, se c’è, il paradosso che attraversa la seconda metà del secolo ventesimo. Forse, come ipotizza Daniele Piccini, si può parlare di un ossimoro permanente in virtù del quale la spinta innovativa alla fine confluisce in qualche modo nella tradizione. Si percepisce nelle storie di singoli autori uno scarto compensatorio rispetto alle forme classiche e insieme una loro reinvenzione. Ogni poeta contemporaneo diventa l’epicentro di un terremoto creativo ed euristico entro il quale, pur con sussulti e ritorni indietro, ciascuno si costruisce il proprio sistema di riferimento.

Allora la poesia moderna si configura come il frutto di un azzardo in cui rottura e continuità vanno di pari passo e non si escludono a vicenda; così il lessico e la metrica giocano in una specie di bifrontismo, si lasciano lambire dalla prosaicità e dalla quotidianità o si aprono ai linguaggi multimediali ma insieme affondano in un passato ancestrale. Esemplari in questa direzione sono le esperienze di alcuni poeti dialettali, che penetrano nella natura arcaica della lingua, ne sfruttano le potenzialità fino al limite del non senso, si ritrovano a maneggiare una lingua speciale e ad impiegare una metrica rigorosa (Baldini, Scataglini). Alcuni si isolano in esperienze appartate e decentrate della provincia, si impegnano in misteriosi pastiche sperimentali ma si ritrovano a confrontarsi con l’arte della parola. Tutti comunque vivono il dramma di doversi inventare una voce propria in un incrociarsi e sovrapporsi di voci che si avvicendano nella memoria e che fanno parte del proprio immaginario collettivo.

3. Non sempre il maggiore impatto innovativo si incanala negli spazi canonici dei gruppi che si definiscono come avanguardia. Emblematico è il caso di Amelia Rosselli che nella sua ricerca poetica sperimenta più e più a fondo della neoavanguardia, con la quale è stata a torto confusa, quando impiega addirittura tre lingue e sottopone la metrica a sorprendenti variazioni, creando un sistema non più sillabico ma accentuativo o addirittura spaziale. Si pensi allo spazio-cubo basato sull’idea spazio-temporale della parola, e ad un verso tridimensionale con una sua profondità prospettica. Il testo teorico, nel quale ella spiega la sua ipotesi, si intitola Spazi metrici e viene pubblicato sul “Menabò” nel ’63 da Pasolini, il quale confessa di non averci capito niente, ma ne intuisce il profondo valore innovativo.

4. Un fenomeno su cui vorrei porre l’attenzione è quello dei poeti-critici. Si pensi nella tradizione del XX secolo a Montale, Pasolini, Fortini, Raboni, per citare solo i più grandi. Un poeta che è anche critico è come se nascesse due volte alla poesia. E’ come se la sensibilità percepita e sperimentata nell’essenza del percorso creativo, con tutte le difficoltà, i blocchi e i ritorni indietro, venisse rimessa in gioco in ogni singola esperienza altrui, ma passando sulla propria carne. C’è una corrispondenza tra pratica della scrittura e lettura critica. Entrando nelle pieghe dei testi di un autore si ripercorre la propria vicenda, con tutti i problemi di definizione di uno stile, di una lingua, attraverso la fulminea o meditata rivelazione di una voce. Inseguire il ritmo che esprime un’energia interiore, un movimento della mente significa prima di tutto, come afferma Calvino nella sua lezione memorabile sulla "Rapidità", “una paziente ricerca del mot juste, della frase in cui ogni parola è insostituibile, dell’accostamento di suoni e di concetti più efficace e denso di significato”. Interpretare la poesia altrui aiuta ad entrare in questo misterioso meccanismo, soprattutto quando ci si imbatte in ciò che è diverso e proprio in virtù di quella diversità che stigmatizza tante identità creative che hanno plasmato in modo indelebile anche la propria storia.

5. Mi soffermo infine a parlare Tiziano Rossi, perché è il poeta da me presentato al convegno pisano.

Tiziano Rossi si colloca “in una zona che è insieme di confine e di feconda contaminazione tra fedeltà alla linea lombarda e interessi sperimentali”, scrive Giovanni Raboni . Lo stesso Tiziano in una recente intervista afferma che i poeti “della cosiddetta linea lombarda si sa tengono solo un piede dentro questa corrente, l’altro sta altrove”. Così se la coloritura morale, la forte incidenza del linguaggio parlato e la prossimità alla prosa possono iscriversi in quell’area, altre componenti non vi rientrano “quali, per esempio, la propensione epica, la capacità di disegnare eroi (non Eroi con la maiuscola) coinvolti in una battaglia contro il male, la morte, il tempo o il nulla”.

Fin dalle prime prove, Il cominciamondo del 63, la sua è una poesia rasoterra (“dobbiamo strisciare giù basso, signora, imparare che è basso”) che si collega ad una sorta di sminuzzamento e di miniaturizzazione dei dati del reale. Ma come in una prova di laboratorio i pezzi devono trovare l’incastro giusto che il poeta cerca con scrupolosa razionale cura.

Nelle raccolte Della talpa imperfetta (1968), Dallo sdrucciolare al rialzarsi (1976), Quasi costellazione (1982), Miele e no (1988), Il movimento dell’adagio (1994) si assiste all’impiego di stilemi metrici alti e di un registro formale-letterario che si combina con moduli oraleggianti e soprattutto con una sintassi piena di incespicamenti, sfilacciature, pause, spezzature. Con Pare che il Paradiso (1998) ma soprattutto con Gente di corsa (2000, Premio Viareggio) si moltiplicano le prospettive nella forza aforistica delle quartine che privilegiano altri personaggi rispetto al comunque insopprimibile io. Ultimamente Rossi si è cimentato sul versante della prosa (Controvento, Il Faggio, Milano 2005 e Cronache perdute, Milano, Mondadori, 2006). Ma forse più che di prosa si può parlare di un genere di confine perché “anche qui – egli afferma – mi capita di immettere turbative (grammaticali, sintattiche, ritmiche)”.

Microstorie queste prosette che non indulgono alla cura formale ma assecondano un’esile filigrana narrativa; la loro struttura minimale sostiene la grande tensione morale. Forse il segreto del loro essere è in clausola a Firmamento, “brùscoli da niente, loro si fanno forza” (un inedito pubblicato sull’ultimo numero di “Soglie”).








pubblicato da c.benedetti nella rubrica poesia il 17 giugno 2006