Poeta, sei stato nominato! #7

Alberto Casadei



Dopo il convegno sulla poesia che si è svolto a Pisa l’11 e 12 maggio (vedi qui), avevo chiesto a tutti i partecipanti di mandare qualche riflessione. Alberto Casadei, uno degli organizzatori, ci manda queste note. Tutti gli interventi che mi sono arrivati portano lo stesso titolo, seguito dal numero progressivo. C.B.

Partirò da alcune considerazioni già espresse in parte su un numero di “Stilos” (aprile 2006) e riprese nel numero di “Eupolis” (38-39) appena uscito, e interamente dedicato alla poesia contemporanea, per riallacciarmi poi alle molte suggestioni uscite dal convegno di Pisa dell’11 e 12 maggio, che nelle intenzioni mie e degli altri organizzatori doveva appunto essere un punto di partenza per una nuova riflessione sul ruolo oggi della poesia e, insieme, della critica in tutte le sue espressioni.

Che la lirica moderna, in sostanza a partire dalla svolta romantica, sia un’espressione delle tendenze narcisistiche della società è stato di recente ben argomentato da Guido Mazzoni nel suo Sulla poesia moderna (Il Mulino 2005). La tesi è di un’evidenza palmare, dato che l’io poetico, autobiografico o trascendentale, connotato empiricamente o pura flessione del Linguaggio, è comunque centrale in ogni sorta di costruzione letteraria che noi definiamo ’lirica’, comprendendo ormai sotto questa dizione anche la poesia per musica e i tanti ibridi riscontrabili (poema in prosa o prosa lirica ecc.). Il problema di fondo è ovviamente quello del senso di questa scrittura, ovvero come questa scrittura tendenzialmente solipsistica può diventare patrimonio comune, condiviso in comunità più o meno definite, e comunque tale da rappresentare un’interpretazione significativa di ciò che chiamiamo realtà.

E’ chiaro che il ritiro del mandato sociale ai poeti, iniziato secondo Benjamin ai tempi di Baudelaire, è ormai totale, anche perché la società ha approntato diversivi validi alla lirica ’colta’, a cominciare appunto dalle canzoni più o meno letterariamente elaborate, e ha oltretutto promulgato l’accettazione diffusa del vizio di scrivere versi: se, come dicono le statistiche, circa tre milioni di italiani hanno alcune o molte poesie nel cassetto, è evidente che non si può punire questa attività anche solo ironizzando su di essa, come ai tempi dei crepuscolari; d’altronde bastano i dati a far capire che si tratta di un vizio senza conseguenze pratiche, essendo le vendite di qualsiasi libro di versi in media inferiori alle cento copie, di solito quelle acquistate dall’autore per i suoi omaggi. Il narcisismo si ferma alla scrittura, è ben più difficile che spinga alla lettura.

Se però ci si ostina a credere che la poesia scritta abbia ancora un senso non esclusivamente personale, occorre andare a scavare in quei territori che si sono sempre collocati ai margini della corrente romantico-simbolista o anche avanguardistico-surrealista, in periferie che possono proporre oggettivazioni di tipo teatrale oppure epico, come per esempio nella Terra desolata. Eliot ha mostrato almeno due punti fondamentali per la poesia non meramente lirica del Novecento: da un lato la necessità che l’io venga ’calmierato’, filtrato attraverso un noi che è incontro con il presente e con i modelli letterari (è il procedimento del correlativo oggettivo, che si attua a più livelli); dall’altro, che la poetica personale deve aspirare a una profondità, a essere significativa in rapporto a una lunga durata, che è prima di tutto quella della tradizione, da intendersi non come vincolo ma come forma di lettura della storia e del suo possibile senso.

Chi scrive poesia oggi dovrebbe, a mio avviso, tentare di rispondere a queste sfide, in modo diverso dal pieno modernismo di Eliot e però senza cadere nell’attuale tendenza all’anything goes, che, proprio perché non più significativa per la società, la poesia può accogliere più che mai facilmente. Il problema è leggere la storia in maniera soggettiva senza cadere nel soggettivismo, ma cercando, attraverso una forma riconoscibile, confrontabile con quelle acquisite, di oggettivare il proprio, ineliminabile punto di vista. Il quale, fra parentesi, non deve per forza essere eliminato: un aspetto del fondamentale saggio di Mazzoni che va precisato riguarda il suo ribadire la non significatività dell’esperienza del singolo di fronte alla storia, perché è plausibile che, appunto perché della storia qualcuno tenta di dare una sua lettura artistica, essa cambi di prospettiva (del resto Mazzoni stesso, citando Adorno, sostiene che le forme dell’arte registrano la storia degli uomini con più esattezza dei documenti; ciò implica che le opere d’arte – o almeno quelle che riescono a diventare classiche - sono soggettività oggettivata, e non mera documentarietà).

Per uscire comunque dal campo delle astrazioni, occorrerà dire qualcosa di positivo su cosa può essere la poesia oggi, ovvero su come si può sostenere un progetto poetico che sia acquisizione di una conoscenza, sia pure ipotetica, e non mera riproposizione egotica del già noto. Uno dei piani su cui si gioca la partita è ancora quello del rapporto significante/significato, che sempre più appare difficilmente motivabile in un’ottica strutturalista, e che però solo in poesia trova una sua continua ri-lettura. Questo non può più portare agli sperimentalismi futuristi e poi surrealisti, ormai inevitabilmente ripetitivi, ma anche la forza di una deformazione espressionista appare adesso smorzata dalla complessità del nostro approccio ai linguaggi, essendo lo status comune quello di essere avvolti da un mistilinguismo di comunicazione necessaria e incessante: l’espressionismo ha bisogno di deformare ciò che è stabile, non ciò che è già di per sé instabile e deforme.

D’altra parte, non sembra approdare a grandi esiti neanche l’accettazione piena di questa situazione, che è quella implicita in tanta parte dell’attuale poesia ’comunicativa’, ossia quella in cui la soggettività viene smorzata perché entra a far parte di una lirica appena al di sopra della prosa, modulata, spesso secondo il grande modello di Sereni, per essere un rovescio selettivo di un diarismo-biografismo viceversa aperto e non selettivo. Il mistilinguismo abbassato, la poesia verso la prosa (formula fortunata quanto generica), insomma la decantazione della soggettività che rimane entro i confini del qui e ora, è una via ben praticabile e amichevole di creare una comunità, ma rischia di dar luogo a una sorta di terapia di gruppo, di confessione raffinata, di elenchi di occasioni minori ancora concesse a chi non si aspetta molto altro dalla sua esistenza.

Non è certo nemmeno la sublimazione aulica una risposta opportuna, la restrizione del campo della poesia al sublime coatto, alla percezione di una forza intrinseca ai versi che, semmai, è sempre e soltanto stata una conquista formale di un significato, non l’imposizione di una forma aprioristicamente alta a ciò che appare solo come il portato di un ribellismo tardoromantico se non dannunziano. Queste risposte sono tutte all’interno della logica del narcisismo non finalizzato, e possono avere un senso oggi solo se coniugate a un rapporto forte e visibile con i mass-media, ovvero là dove la poesia diventa parte di un sistema spettacolare che ha ben altri e più efficaci elementi per attirare il grande pubblico.

Semmai, se si ritiene che la nostra forma del mondo stia diventando quella della rete a maglie irregolari, che si modifica istante per istante come il Web, che mostra a tutti ciò che avviene ovunque senza spiegare alcunché di quello che è in effetti avvenuto, allora la poesia potrebbe rispondere creando forme di conoscenza integrata, connettendo i linguaggi diversificati per ottenere un significato davvero ulteriore, e senza bisogno di esibizionismi espressionisti. Il problema è cosa connettere, cosa deve entrare in una poesia per far sì che sia una parte inclassificabile di un sistema viceversa sin troppo schematizzabile: fare della poesia una sorta di connessione tra conoscenza del mondo e ipotesi sul mondo, in cui l’io sia più che altro un sensore, capace però di chiedersi e di chiedere perché certi nessi tra eventi del singolo e filamenti della rete (o porzioni del vuoto) sono significativi.

Questo vuol dire tornare verso l’oscurità? Direi piuttosto verso la difficoltà buona, quella di Eliot, quella di Baudelaire, quella di Dante. Il quale non a caso è il poeta che più di tutti ci appare oggi fuori del soggettivismo, perché la sua soggettività trasportata dall’io auctor all’io agens è comunque condizionata dalla necessità di comprendere persino quanto la scienza e la teologia dei suoi tempi non erano in grado di spiegare: solo dopo aver capito cosa sono le macchie lunari così come quello che avverrà nell’Italia del 1300 tra Papa e Imperatore, si può arrivare a vedere Dio. La grande poesia è sostenuta da un processo interno, che per Dante conduce a interpretare dal punto di vista del divino anche ciò che è umano: nessuno (o forse, su un altro piano, solo Lucrezio) aveva mai descritto poeticamente meglio di lui un fenomeno meramente fisico, come avviene nel Paradiso – "Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro, / movesi l’acqua in un ritondo vaso, / secondo ch’è percosso fuori o dentro". Per arrivare a questa perfezione, che fa dell’osservare la fisica dei corpi la matrice di una versificazione che segue il ritmo stesso del fenomeno con il suo ritmo, bisogna concepire un’opera che giustifichi una connessione tra realtà e soprarealtà, alla quale pongono metaforicamente mano cielo e terra. Ora possiamo concepire e sostenere una poesia che fonda reale e virtuale, un processo che vada oltre la persuasione di una soggettività sconfitta e di una storia ridotta a sovrapposizione di immagini autoesplicative e perentorie.

Un’importante esemplificazione di quanto sin qui detto la ritrovo nell’ultimo libro di Franco Buffoni, Guerra, che ho analizzato in una specifica recensione (uscirà in uno dei prossimi numeri di "Atelier"). Senza entrare nel dettaglio, posso dire che il problema di fondo della significatività della poesia attuale emerge con forza da quella raccolta poematica: il tema della guerra, che antropologicamente e letterariamente risulta uno di quelli perenni (assieme all’amore), diventa significativo nel testo di Buffoni proprio perché se ne svela sino in fondo la concretezza biologica, la piena estraneità da qualsiasi prevaricazione ideologica, a cominciare da quella di tutte le epiche forti (e non a caso Fenoglio, nel Partigiano Johnny, aveva già optato per un’epica storica e, a suo modo, debole per rappresentare il dramma della guerra moderna, senza più gloria). Riuscire a rappresentare un tema legato a un immaginario topico senza essere tradizionalisti ma nemmeno senza ripetere gesti avanguardistici ormai sclerotizzati, è un esito che può convincere il lettore non prevenuto a concedere credito alla forza intrinseca della lingua poetica, cioè la sua piena corrispondenza, quando riuscita, fra forma del contenuto e forma dell’espressione.

Per questo, non credo che basti invocare una nuova lingua e porsi come nuovo autore per fondare oggi un gesto poetico significativo. L’attuale rapporto di forze nel campo letterario spinge in effetti a leggere le opere poetiche come espressione di un individuo, la cui importanza è però ormai legata non a cosa dice e a come lo dice, ma a quanto egli si avvicina a un sentimento collettivo, in genere di natura elegiaca, che appunto nelle poesie dovrebbe trovare espressione. È il caso, macroscopico, di Alda Merini, bestseller fra i nostri poeti, con ben 30.000 copie, secondo l’ultimo "Venerdì" – che, come giornale che registra fenomeni in atto, ci delinea bene l’attuale discrepanza tra coloro che vogliono diventare poeti e coloro che capiscono che questo implica un impegno e non solo un’esibizione di sé. Per superare quindi l’individualismo inevitabile, occorre proporre sempre più una poesia che vada oltre i limiti attuali, che si proponga non come sintesi o sottolineatura di una biografia (eventualmente nella forma ’tendente alla prosa’) e nemmeno come alterità (avanguardista, tardosimbolista, genericamente maledetta…). Le voci possono davvero diventare plurali se si fanno carico di una variabilità a questo punto coincidente con quella stessa per cui, come nota Zizek, si può credere nella fiction nella misura in cui solo quella ci consente di dare un senso alle schegge di verità contenute non tanto e non più nella biografia del singolo, quanto in quella biografia confrontata con quella di tutti nello spazio-tempo collettivo (simbolicamente rappresentato da Internet).

Se la critica accetterà questa sfida, vorrà dire che ci attende un lungo tempo di ricerca e di proposta di voci che siano decisamente specifiche di un nuovo modo di intendere la funzione della poesia. Questa poi andrà sempre più condivisa: e allora, il ruolo di incontri come quello di Pisa, con una larga partecipazione di un pubblico reale, a cominciare da quello fondamentale degli studenti delle scuole e dell’università, diventerà davvero preciso nel campo di forze culturale attuale, e non solo autotelico.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica poesia il 17 giugno 2006