A Milano con la sindrome di Stoccolma

Franco Del Moro



Noi vogliamo, per quel fuoco che ci arde nel cervello,
tuffarci nell’abisso, inferno o cielo non importa.
Giù nell’ignoto per trovarvi del nuovo.

Charles Baudelaire

Nel 1950 la popolazione mondiale era di "appena" 2,5 miliardi di individui. Stiamo, ovviamente, parlando di esseri umani (non dimentichiamoci però che la nostra è solo una delle tante popolazioni che vivono sul pianeta).
Il tasso di crescita della popolazione ha avuto il suo picco nel 1965 raggiungendo il 2 per cento l’anno; nel 1980 era di 4,4 miliardi; nel 2000 ha raggiunto quota 6 miliardi, oggi siamo oltre i 7 e raggiungerà i 10 entro il 2050.
Poi, dicono gli esperti, raggiungerà un punto oltre il quale non potrà più espandersi: circa 12 miliardi. Da questo punto in poi la Terra non consentirà una ulteriore antropizzazione delle sue risorse e quindi la razza umana dovrà per forza ridimensionarsi o adattarsi.
Con le buone o con le cattive.
Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle oppure un economista, avverte saggiamente Kenneth Boulding.

Non lontano da casa mia, in un paese che si chiama Rocca de Baldi, c’è una chiesa medioevale. Nella pietra della soglia di ingresso alla chiesa ci sono incisi un fallo e altri disegni osceni.
Furono incisi nella stessa epoca della chiesa, probabilmente dagli stessi che la eressero o, forse, dagli abitanti della borgata. Per spregio ed esecrazione.
Recenti lavori di restauro del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci hanno portato alla luce tratti e disegni fino a quel momento invisibili. Non tutti questi disegni sono di Leonardo, alcuni appartengono ad altre persone che hanno avuto per qualche tempo fra le mani i fogli di Leonardo. Per esempio sul recto del foglio 73 ci sono alcuni schizzi di Leonardo, fra cui lo schema di una bilancia in equilibrio, un disegno di pale rotanti, ruote e ingranaggi con numeri per calcolare la moltiplicazione o demoltiplicazione della velocità di rotazione… mentre sul verso il restauro ha evidenziato un fallo, ovviamente non opera di Leonardo, del tutto simile a quelli che vediamo ancora oggi disegnati in ogni dove. Spregio ed esecrazione anche qui.
In Liguria, nell’entroterra di Savona, c’è il Lago di Osiglia, un lago artificiale. Lo scorso autunno per effettuare lavori di restauro alla diga il bacino è stato svuotato. Nella conca del lago è così riapparsa una antica borgata che la diga aveva sommerso. Le case in pietra, prive del tetto e dei pavimenti, erano ancora in piedi. Questa primavera sono andato a camminare in questo paesaggio lunare che era il fondo del lago prosciugato, e sono entrato in una di queste case spettrali che era probabilmente una sorta di osteria o comunque un luogo pubblico. Conservava ancora tracce di graffiti umani sui muri: i soliti cazzi e le solite frasi oscene. Tutto ora è tornato sotto un centinaio di metri d’acqua.
Questo per dire che la razza umana non è affatto migliorata col tempo.
L’evoluzione della nostra specie va misurata in ere, non in secoli.

Presumo quindi che l’adattamento a cui accennavo poco sopra avverrà con le cattive.
Anche perché temo che nel 2050 la "popolazione mondiale" sarà persino peggiore, più arrabbiata e imbastardita, di oggi.
E, per quanto possa sembrarvi strano, lo intuisco guardando le classifiche dei libri più venduti negli ultimi tempi.
Ma, prima di arrivare a questo, occorre prendere in considerazione un altro fenomeno tipico dei nostri tempi: l’accentramento demografico nelle aree urbane.

Più del 50% della popolazione mondiale risiede in aree urbane, e questa percentuale cresce anno dopo anno.
Stiamo parlando di qualche miliardo di persone, ma dato che le megalopoli del mondo, pur tendendo verso una struttura comune sono ancora molto diverse fra loro, limitiamoci alle nostre città.
Allora diciamo che in Italia milioni di persone vivono in città, e questo significa che milioni di persone vivono senza avere neppure un albero (intendo dire proprio, di proprietà), senza mangiare prodotti coltivati nella propria terra, senza avere campi o boschi intorno alla loro casa, senza poter ascoltare il silenzio anche alle quattro del pomeriggio, senza potersi sedere su una roccia, senza pucciare i piedi in un torrente fresco se ne hanno voglia, senza accorgersi che ci sono intorno a loro infinite altre specie animali che strisciano, volano, scavano, nuotano, saltano, corrono, cantano (le altre popolazioni a cui accennavo all’inizio).
Tutto quello che questi milioni di individui urbanizzati conoscono del mondo sono le città in cui vivono, e le informazioni che dall’interno della città i media producono elaborando le attività della città stessa. Il rapporto che hanno con il mondo non metropolitano è virtuale, speculativo, immaginario, supposto, ovvero: è senza fondamenti.
Il mondo al di là delle barriere autostradali che cingono le città è per milioni di persone una deduzione, tanto quanto è vaga e superficiale la nostra esperienza della Luna pur vedendola (quasi) tutte le sere ed essendoci sbarcati sopra più volte.
E di certo non bastano quattro settimane di ferie all’anno, la settimana bianca in montagna e qualche weekend in agriturismo per colmare queste lacune… soprattutto perché esiste una distinzione più che sottile fra "territorio" e "mondo", fra attraversare ed esserci.
Si può fare trekking attraverso un territorio naturale e non intravedere nemmeno da lontano l’anima di quel mondo; si possono fare trecento chilometri in moto lungo strade di montagna senza sentire neppure per un secondo lo spirito delle montagne; si può passare un mese su una barca a vela in alto mare senza mai entrare in contatto con il mondo marino. Il territorio non è il mondo.

Le ragioni dell’esistenza degli oggetti

Le città producono quindi una conoscenza limitata e falsa della realtà.
Una conoscenza limitata e falsa che gli abitanti delle città percepiscono però come vera e assoluta.
Vivere in città significa presumere di conoscere il mondo, perché ci si specchia ogni giorno con migliaia di persone che vivono nello stesso ambiente, nello stesso modo, e hanno tutte la stessa impronta culturale, e questo produce nel cittadino uno strabismo permanente che lo porta a ritenere che la sua percezione del mondo, essendo condivisa da una massa così grande di suoi simili, sia per forza di cose esatta, sia il punto di riferimento per tutti i mondi possibili, anche quelli extra-urbani.
Ma le città sono invece solo un segmento del mondo, e neppure il più significativo, anche se sono così tanti gli individui che dentro al recinto urbano trascorrono tutto l’arco della loro vita, dalla nascita alla morte.
I cittadini, specie quelli che in città sono nati e in città hanno sempre vissuto, hanno un rapporto con la natura pressoché nullo, e una conoscenza con ciò che non fa parte degli standard urbani limitatissima. È inevitabile pertanto che per milioni di persone inurbate, deprivate del contatto con il mondo esterno, diventino fondamentali e imprescindibili per la loro vita gli oggetti: telefonini, computer, accessori tecnologici di ogni tipo, una bella automobile, un elevato numero di sofisticati elettrodomestici, mobili di design, un guardaroba elegante,… queste cose non sono necessarie per vivere, ma sono necessarie per vivere in città.
Anche il lavoro, visto dalle città, sta diventando sempre più astratto, virtuale, autoreferenziale, sempre più svincolato dal contatto con il pianeta, quello vero.
Se si pensa che tutte le attività politiche, economiche e culturali vengono svolte in città da persone di questo genere, ossia da persone che conoscono solo il modo urbano di vivere, c’è di che preoccuparsi seriamente. Non mi stupisco affatto che dai palazzi di potere che si trovano nel cuore delle città partano iniziative aberranti come la Tav, il Ponte sullo Stretto, le centrali nucleari e altri ordigni del genere; non mi stupisco affatto che le logiche economiche vengano considerate i pilastri fondamentali su cui poggia l’intero paese; non mi stupisco affatto che la cultura letteraria di quest’epoca sia una cultura unicamente di tipo urbana, ovvero deprivata.
Per questo apprezzo uomini di lettere come Giovanni Arpino che ne Il fratello italiano, scrive: "Il mondo si è imputtanato. Sono queste città. Dove ti danno tutto e tutto ti levano. Un uomo arriva in queste città e si sente una merda. Poi lo diventa…".
Ma chi la pensa in questo modo è una eccezione, di questi tempi.

Perché ai cittadini piace tanto il noir?

Dato che i cittadini percepiscono il microcosmo della loro metropoli in maniera ipertrofica, confondendo i mille stili di vita che sono possibili fuori dalle città come surrogati dello stile di vita cittadino e dunque quello cittadino come l’unico stile reale e possibile di vivere, tutto ciò che non proviene da una città viene ignorato, trascurato, emarginato.
Questa cesura non risparmia ovviamente niente e nessuno, neppure la letteratura: quasi tutti i libri pubblicati in questi anni raccontano storie di tipo urbano, con gli stessi limiti e le stesse tinte fosche che sono proprie della vita umana all’interno delle grandi città.
Molti dei romanzi contemporanei sembrano opera di scrittori che vivono come il protagonista di The Truman Show, ossia individui nati dentro a gigantesche cupole artificiali senza nulla sapere di ciò che esiste al di fuori della cupola.
Del resto anche le grandi case editrici sono installate nelle grandi città, pertanto i direttori editoriali delle grandi case editrici sono cittadini con una visione del mondo da cittadini, alla Truman tanto per dire; ecco perché gli unici libri che oggi vengono ritenuti validi dai grandi editori sono i noir, le storie violente oppure oscene, o i libri dei personaggi famosi, delle celebrities tv, e i libri di attualità scritti dai giornalisti: cultura cittadina limitata, per cittadini di limitata cultura, ancorché eruditi e scolarizzati.
Troppo facili le metafore per descrivere una grande città: zoo, prigione, manicomio, lager… troppo facili le metafore conseguenti per descrivere i cittadini.
Tutte esagerate eppure tutte vere.

Vorrei soffermarmi un momento sulla questione letteraria, perché non è così secondaria come può apparire. Una volta acquisita questa chiave di lettura, le classifiche dei libri più venduti possono es-sere viste come una sorta di profezia sul futuro della nostra società.
Per arrivarci occorre però capire a fondo il cuore del problema.
Il cuore del problema è che alla lunga le città rendono sterili i loro abitanti, creano dipendenza, e sviluppano nella maggior parte dei cittadini una variante della "Sindrome di Stoccolma", quella sindrome a cui si fa riferimento per spiegare rapporti inverosimili fra vittime e carnefici, come quando per esempio gli ostaggi in mano ai sequestratori finiscono per simpatizzare e parteggiare per gli stessi; andando più indietro nel corso della storia, si possono trovare punti in comune anche con i casi (documentati) di prigionieri fuggiti dai Gulag che una volta liberi fecero di tutto per rientrarvi in quanto ormai erano totalmente assuefatti alla prigionia e incapaci di vivere in realtà differenti dal Gulag stesso.
I sociologi più avvertiti hanno cominciato a studiare le città usando gli stessi dispositivi con i quali si studiano la istituzioni totali, come ad esempio i lager, e le megalopoli vengono considerate a tutti gli effetti una estensione sociale degli stessi dispositivi che sottendevano alla creazione e alla organizzazione dei lager.
Nei lager erano recluse centinaia di migliaia di persone controllate però soltanto da poche centinaia di soldati. Se i prigionieri si fossero scagliati in massa contro i loro carcerieri li avrebbero travolti grazie alla sperequazione numerica, e la maggior parte di loro si sarebbe potuta salvare.
Ma, come è noto, non lo fecero.
Così una ristretta minoranza di uomini feroci e senza scrupoli li ridussero in schiavitù costringendoli a ogni sorta di torsione: fisica, psichica, spirituale. È la stessa cosa, a me pare, che sta succedendo oggi in città come Milano, per esempio.
Cito Milano perché è una città che conosco personalmente, ma ritengo che il discorso possa essere esteso a tutte le megalopoli.

Ogni qualvolta vado a Milano mi rendo conto che è del tutto priva di compassione, ovvero la percezione delle altre forme di vita presenti sulla Terra (animali, ma non solo, penso alla natura in senso olistico, tutta come forma vivente, anche alberi e pietre) è per i milanesi una astrazione, un fatto culturale, roba che si sa che c’è ma che non tocca da vicino (quasi) nessuno, non a livello di quotidianità, al-meno. Non fa parte del sentire comune e della vita quotidiana.
I cittadini hanno con gli individui non-umani del pianeta lo stesso rapporto che hanno con i monti della Luna: sanno che esistono, ma non li hanno mai visti da vicino. Quindi se ne infischiano.
Come dicevo prima, questo scollamento con il mondo reale mi appare sempre più evidente osservando la produzione letteraria contemporanea. Il che mi fa supporre che gli scrittori, anche quelli bravi, siano tutti eccessivamente urbanizzati, catramizzati, lamierizzati, cellularizzati, internettizzati… e il loro sguardo sul mondo è limitato a quell’unica realtà che conoscono. Del resto a loro va bene così, dato che 9 lettori su 10, come anche il sistema editoriale stesso, è installato nelle città e quindi scrittori, lettori ed editori si identificano tutti con questa visione del mondo e questa letteratura.
Oggi Beppe Fenoglio e Nuto Revelli (per citare solo due grandi scrittori che nei loro libri hanno descritto mondi rurali) verrebbero forse pubblicati da una piccola casa editrice di provincia, mentre non troverebbero più spazio presso i grandi editori.
Troppo distanti dall’attualità, i loro mondi rurali.

Benvenuti nel Paradiso del tubodigerente

Vi sono tuttavia molti abitanti delle città che avvertono un vuoto, che intuiscono che qualcosa gli è stato sottratto. Ma, accidenti, si sono fatti nuovamente fregare.
Abili mercanti e venditori di sogni, ovvero quel "ristretto manipolo di soldati" di guardia sulle torrette, li hanno plagiati: gli hanno fatto credere che il vuoto di cui avvertono la presenza non è nell’anima, ma nello stomaco, e apposta per loro è stata inventata una nuova moda cittadina: l’enogastronomia.
Semplicemente un altro modo per fare soldi con la loro infelicità.
Ed ecco allora che i cittadini riscoprono, almeno apparentemente, i mondi extra-urbani; scappano in massa dalle loro città appena possono (scappare… ancora una metafora carceraria), e corrono nei nuovi paradisi enogastronomici, creati apposta per loro, a far lavorare il loro tubodigerente, a riempire il "buco", in cerca di una "pienezza" di senso che confondono con una pienezza di pancia.
Dopo il "pensiero debole" e il "pensiero unico", oggi siamo nell’era del "pensiero grasso" e della cultura non alta, non popolare, bensì grassa. Per i cittadini depressi è stata creata una nuova droga: il "cibo genuino"...
Almeno genuino lo fosse veramente… so di allevamenti con venti capre che producono duecento tomini di capra "genuini" alla settimana, e di viticoltori con mezzo ettaro di vigna che riempiono trecentomila bottiglie di vino doc ad ogni vendemmia, anche quelle sfortunate, dove grandine e parassiti hanno fatto strage di uva…
Quando capiranno gli affamati di città che è la loro anima, e non il loro stomaco ad essere denutrita?
"In quasi tutte le città c’è qualcosa di inevitabile da fare, capo: andarsene" scrive Manuel Vasquez Montalban in Millennio.

Dunque, per concludere, io ritengo ci siano vari livelli di approccio alla realtà e alla vita. Ad ogni livello corrispondono e si attivano sensi interiori diversi. Lo spostamento da un livello all’altro è solo in minima parte un atto di volontà, in realtà le leve che aprono o chiudono il nostro raggio di coscienza hanno a che fare con istinti e sentimenti primari quali la paura e il dolore (non fisico, diciamo mentale, psichico), ma anche l’estasi e la compassione.
I media, come sappiamo, ci parlano di un mondo che è essenzialmente urbano ed autoreferenziale, quindi dai media contemporanei non c’è da sperare che giungano contributi concreti per cambiare le cose ed alzare la soglia di coscienza.
La letteratura, come abbiamo visto, per la stessa ragione si avvita sempre più su sé stessa: sulle mode culturali che nascono dentro alle città, sui generi letterari che derivano dalle patologie di tipo urbano, sugli incubi di cemento delle masse intruppate, e così via.
Cosa ci resta da fare, allora?
Niente, aspettare.
Come il Codice Atlantico di Leonardo, la soglia della chiesa di Rocca di Baldi e i graffiti del villaggio subacqueo di Osiglia hanno dimostrato, l’uomo non cambierà.
Continuerà a disegnare cazzi e scrivere frasi oscene sui capolavori, sulle opere d’arte, sui muri del suo vicino.
Ma prima o poi il 2050 arriverà.
E allora sì che saranno cazzi per davvero, tanto per continuare a usare il registro letterario più amato dalla letteratura contemporanea.
Sono proprio curioso di vedere quale antivirus adotterà la Terra per disinfestare il sistema.
Sarà un mega-Tsunami? Oppure una nuova glaciazione? L’inversione dei poli? O forse un altro meteorite gigante, attratto apposta per l’occasione, come quello che fece estinguere i dinosauri?… non escludo nemmeno che sia un manufatto umano ad alzare di peso gli umani dalla crosta terrestre.
Staremo a vedere.
Intanto che aspetto, vado nell’orto a prendermi tre pomodori, una zucchina e qualche fragola per la cena.
Almeno con me, la terra, ancora per quest’anno, è stata generosa.

Attribuire sacralità alla terra significa collegare ciò che c’è di più basso e di più materiale con ciò che c’è di più elevato ed etereo, colmare la frattura tra spirito e materia. Il che dà luogo a un’ipotesi rivoluzionaria; cioè che almeno in potenza, tutto il mondo potrebbe essere sacro e il sacro potrebbe trovarsi sotto i piedi invece che sopra.

Rebecca Solnit Storia del camminare.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 17 giugno 2006