Intervista a Giorgio Messori

Linnio Accorroni



Giorgio Messori è morto il 12 giugno, stroncato, come si dice in questi casi, ’da una lunga e dolorosa malattia’. Il sottoscritto, incuriosito da due preziose recensioni di Trevi e Belpoliti per il suo Nella città del pane e dei postini, l’aveva intervistato, ricavandone la sensazione di una persona dolcissima, incline alla riservatezza e alla malinconia. Questa è l’intervista che è apparsa su "Stilos" del 30 agosto-12 settembre 2005.

Innanzitutto un dato biografico: lei vive ancora in Uzbeskistan?

Sì, vivo ancora in Uzbekistan, ma quello che sta per iniziare sarà l’ultimo anno accademico che farò a Tashkent. Perciò mi sento già con un piede in Italia, e prevedo di vivere il prossimo anno come un lungo commiato, visto che la prospettiva di stare in Uzbekistan si è così tanto accorciata.

La prima percezione dell’estraneità fra terra d’origine e luogo d’arrivo è dato da una specie di concerto di gala con strumenti tradizionali con una cantante che fa vibrare la sua voce avvicinandola ad un piattino di porcellana, omaggiata da mazzi di fiori tra un pezzo e l’altro, etc…Questo spettacolo desueto agli occhi di un occidentale le fa affermare: "mi manca completamente la nomenclatura per descrivere quello che vedo". Eppure questa mancanza, questo vuoto espressivo è la condizione necessaria per raccontare questa che è una quête a più dimensioni.

La mia "fortuna" è stata di arrivare in un paese di cui non sapevo niente. Ci sono andato per puro caso, solo perché mi è stato proposto e io ho detto di sì perché l’urgenza più forte era quella di un cambiamento: uscire dal mio paese, dalle abitudini, dalla scuola italiana… Se avessi potuto scegliere sarei probabilmente andato da un’altra parte, ma spesso il caso fa scelte migliori di quelle che potremo fare noi. Così non avere informazioni preventive su un posto, cioè non aver racconti di amici e neanche mai letto un libro o visto un film che riguardi quel paese, ritengo sia una situazione rara che può avere risvolti molto positivi. Innanzi tutto perché non ci sono, ovviamente, delle aspettative, e così neanche nessuna immagine s’interpone all’esperienza diretta del posto. Naturalmente per affrontare una situazione del genere occorre una certa disposizione mentale, cioè la voglia sentirsi davvero "stranieri" per poter così iniziare un lento processo di apprendimento, una vera e propria alfabetizzazione che non riguarda naturalmente solo la lingua, ma anche i gesti, le immagini, i comportamenti. Nella prima parte del libro cerco soprattutto di descrivere l’inizio di questa difficile alfabetizzazione.

Lei riflette anche sull’ambiguo status diegetico del diario, affermando che può esistere un racconto sotto forma di diario, ma mai viceversa. Quali sono i motivi che l’hanno indotta alla scelta di questa particolare forma espressiva ?

L’osservazione che Lei ricorda, cioè che ci può essere un racconto in forma di diario ma non un diario in forma di racconto, oltre ad essere una riflessione letteraria che mi sento ancora di condividere, in quel momento esprimeva anche il desiderio di non essere più soltanto spettatore, com’è inevitabile per chi arriva in una terra sconosciuta. C’era anche, mi sembra di vederlo con chiarezza a posteriori, il desiderio di entrare nella vita, cioè in una storia. Infatti subito dopo quell’osservazione "letteraria" c’è l’incontro con la ragazza che poi diventerà mia moglie, e questa è probabilmente la parte più narrativa di tutto il libro. Fra l’altro la prima parte si chiude proprio quando la vera e propria storia inizia, cioè quando io e questa ragazza andiamo a vivere assieme. Poi nella seconda e terza parte, scritte a distanza di tempo l’una dall’altra, passo da una specie di diario di viaggio che viveva dell’incessante susseguirsi dei giorni, a una forma che somiglia sempre di più al diario intimo. Infatti spariscono le date, i riferimenti cronologici, e gli eventi raccontati sono solo quelli che lasciano una traccia più profonda nella coscienza, cioè quelli che si riverberano anche nella memoria e nell’immaginazione. Infine nella quarta parte ho sentito il bisogno di tornare all’aperto e ho descritto ancora un vero e proprio viaggio, questa volta in Kirghizistan, un paese confinante.
Per quanto riguarda la forma espressiva del diario, sia che penda più verso il diario intimo o quello di viaggio, cioè a seconda che privilegi l’orizzontalità del tempo o accetti il rischio di sprofondare nella sua verticalità, ad ogni modo è forse la forma letteraria più aperta che io conosca. E visto che non sono mai stato interessato a ingabbiarmi in una "fiction", il diario in questo caso mi ha permesso di seguire un percorso di scrittura che ha trovato le sue ragioni, e la sua forma, solo cammin facendo. Con questo non è che adesso pensi di diventare uno scrittore di diari.

Ad accrescere l’indubbia fascinazione di questo libro sta anche la sua struttura quadripartita, in cui c’è spazio per un bellissimo, struggente ricordo in memoriam di Luigi Ghirri. Che cosa ha significato per lei l’opera e la personalità di questo fotografo?

Luigi Ghirri è stato innanzi tutto un amico. E nella terza parte del libro, dove ricordo Luigi, uno dei temi principali è proprio l’amicizia, tant’è che ho cercato di fare un vero e proprio elogio dell’amicizia. Cioè ho voluto ricordare che dagli amici ho imparato a vivere, a vincere paure, a diventare quel che sono. E se è vero che agli amici devo tanto, fra di loro forse solo a Luigi riconosco il ruolo e l’importanza che possono avere i maestri. Cioè qualcuno da cui non sono mai stato deluso (a volte le amicizie hanno anche risvolti amari, o amarognoli) e dove mi è impossibile separare la persona dal suo lavoro artistico, le idee dai comportamenti. È stata una presenza luminosa, nella mia vita, che mi ha indicato una strada che vorrei continuare a percorrere. Fra l’altro, proprio quest’estate sono stato invitato a rievocare un lavoro che avevamo fatto assieme, quindici anni fa, quando eravamo stati a visitare gli atelier di Giorgio Morandi. In settembre faranno una mostra con le foto di Ghirri e alcune opere di Morandi al Castello di Carpi, in occasione del Festival della Filosofia di Modena. Allora mi hanno chiesto di scrivere il testo introduttivo al catalogo della mostra e così mi sono accorto, ancora una volta, che quando torno a concentrarmi sulle immagini di Ghirri, a rileggere quello che ha scritto, ho sempre qualcosa di nuovo da imparare, o ritrovo qualcosa che credevo di aver dimenticato. Perciò Luigi Ghirri è ancora una bussola, anche se ovviamente continua a mancarmi l’intimità che si può avere solo con la persona, che adesso non c’è più.

Questo libro può anche essere letto come una risposta verso quanti affermano l’impossibilità di ritrovare nel viaggio una qualche plausibilità nell’epoca dell’omologazione e della globalizzazione selvaggia.

A questo proposito mi permetto di citarmi, quando dico che a un certo momento i viaggi non mi bastavano più e il viaggio doveva piuttosto somigliare a un esilio. Nel senso che per uscire dallo sguardo vorace del turista è forse necessario fermarsi, in un posto, cioè abitarlo per un certo tempo. Così il viaggio più facilmente si trasformerà in esperienza, che è d’altronde il tragitto che cerco di descrivere nel libro, cioè il lento approdo di uno spazio all’inizio totalmente estraneo verso uno spazio sempre più interiore (da qui il passaggio dal diario di viaggio al diario intimo). Penso che quel che racconto è essenzialmente questo processo di trasfigurazione. E in fondo, a chi abbia letto o leggerà il libro, credo risulti evidente che anche la Città del Pane e dei Postini non è che debba necessariamente esistere…

C’è una frase di Bergson che mi pare perfetta per commentare quell’andirivieni temporale e spaziale checonnota, come un ’canto del pendolo’ tutto il suo libro: "la nostra esistenza attuale man mano che si svolge nel tempo viene così replicata da un’esistenza virtuale, da un’ immagine speculare. Dunque, ogni momento della nostra vita presenta due aspetti: è attuale e virtuale, percezione da un lato e ricordo dall’altro. Esso si scinde nell’attimo stesso in cui si pone" È d’accordo?

Visto che prima abbiamo parlato di Ghirri, è proprio da lui che ho imparato, in modo esemplare, che guardare è anche sempre immaginare e rimemorare. Il problema è semmai farli stare insieme, percezione e processi mentali attivati dalla percezione stessa. Perciò non sono tanto d’accordo con la scissione di cui parla Bergson, perché il compito di ogni attività artistica come scrivere, fotografare, dipingere, è proprio ricomporre questa scissione tanto da non farla più percepire come tale, in quanto raccolta nell’unitarietà di una forma compiuta. Insomma, un po’ il contrario di quello che fanno i fisici atomici con la materia…

Amerika di Kafka, Beckett, Cechov, l’Idiota, Giacometti : libri ed autori evocati per accenni rapidi e fugaci, ma che funzionano come contrappunto alle proprie esperienza, specchio in cui ci si riflette e confronta.

Gli autori che Lei ricorda li amo particolarmente. Il fatto che entrino nel libro è perché anche la lettura è a tutti gli effetti un’esperienza. Un’esperienza come l’incontro con una persona, l’innamoramento per una donna, l’ascolto della musica di Bach.

L’ultimissima parte è tutto un elogio del viaggio e l’amicizia, una endiade che costituisce forse una ’promessa di felicità’ possibile.

Fin da quando ero ragazzo ho imparato che il viaggio è una cartina di tornasole per verificare la sincerità di una amicizia, la sintonia di un rapporto amoroso. In quel caso, nel viaggio in Kirghisia, potevo contare su rapporti già collaudati, tipo quello col fotografo Vittore Fossati con cui ero già andato in giro per mezza Europa, io a prendere appunti con la matita, lui con la.sua macchina fotografica.

La figura di Enea contrapposta a quella di Ulisse: lei scomoda questi eroi archetipici attribuendo grande comprensione e stima per il primo, rispetto alla popolarità quasi ’immeritata’ del secondo.

Ho notato che molti recensori e lettori hanno visto in questa contrapposizione una possibile chiave di lettura del libro. Ora io non sono certo un esperto in materia, perciò ringrazio chi ha saputo analizzare meglio di me questa contrapposizione. Però, devo dire, quando ho fatto quell’osservazione di preferire Enea ad Ulisse l’ho fatta soprattutto perché in quel momento stavo costruendo casa, pensando al matrimonio, cioè tutte azioni che preludono a un metter le radici. E questo, paradossalmente, in una terra che sapevo che avrei dovuto lasciare. Mi pare infatti che l’Eneide sia un libro incompiuto e Virgilio prevedesse di finirlo con Enea che salpava per altri lidi, dopo aver fondato Roma.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 16 giugno 2006