Per Giorgio Messori

Linnio Accorroni



Giorgio Messori è morto il 12 giugno, stroncato, come si dice in questi casi, ’da una lunga e dolorosa malattia’. Il sottoscritto, incuriosito da due preziose recensioni di Trevi e Belpoliti per il suo Nella città del pane e dei postini, l’aveva intervistato, ricavandone la sensazione di una persona dolcissima, incline alla riservatezza e alla malinconia. Questa è la recensione che è apparsa su "Stilos" del 30 agosto-12 settembre 2005.

GIORGIO MESSORI, Nella città del pane e dei postini Diabasis, pag.232, euro 12,50

L’autore: Giorgio Messori è nato a Castellarano (Reggio Emilia) nel 1955. ha esordito come narratore nel 1983 con il libro di racconti, scritto insieme con Beppe Sebaste, L’ultimo buco nell’acqua (Aelia Laelia). Ha tradotto Peter Bichsel e pubblicato saggi sulla letteratura e sull’arte, con particolare riguardo alla fotografia: tra questi, il volume Atelier Morandi (Palomar, 1992).

In epoca di smodate ed enfatiche celebrazioni di libri additati alla stregua di Capolavori, quasi che, come in un remake della famosa favola, bastasse gridare ’al lupo’ per materializzarne la presenza, pare saggio non eccedere in elogi ed incensamenti; ma se mi è consnetito un inciso autobiografico, chi scrive è stato profondamente toccato, come raramente accade, dalla melanconica bellezza ed intensità di questo libro di Giorgio Messori ed è convinto che per questo Nella città del Pane e dei Postini si possa, giustificatamene, evocare la presenza, non fantasmatica, del "lupo-Capolavoro". Per questo m’immagino questa recensione un po’ come una scommessa e una sfida, sicuro che tutti coloro che avranno modo di leggerlo non potranno rimanere estranei al fascino enigmatico, all’emozionante inafferrabilità di questo testo, che deriva anche dalla scelta di un taglio narrativo affabulante e quasi colloquiale, in presa diretta, mai incline però a corrività o trascuratezze. Forse, sempre tentando di ’individuare’ la magia di questo stile nitido e purissimo, ma mai banalmente naif, si può riandare a quel passo di Cristina Campo quando, in Lettere a Mita, scriveva di "parole" che appartengono "all’ era primaria del linguaggio ".

Passando all’originale struttura di questo testo, esso appare come un diario-romanzo scritto dall’autore in occasione di una lunga permanenza in Uzbekistan, come lettore di italiano all’università e diviso in quattro parti, fuse eppur distinte, dai titoli evocativi: Diario di un inizio, La Città del Pane e dei Postini, Il giardino, Una settimana nel giro del mondo (Viaggio in Kirghisia). In più tratti, si capisce che la scrittura in Messori (e la scelta della forma-diario è rivelatrice, in questo senso) è tout court pratica gnoseologica perché, attraverso essa, egli tenta di sbrogliare fili e nodi di un presente e di un passato, spesso di ostica e dolorosa decifrazione. C’è una frase-quasi totemica di Giacometti, più volte citata nel corso del libro e che esplica, assai felicemente, il senso ultimo di questa ricerca conoscitiva: "Non so quel che vedo se non lavorando".

Il diario di Messori è quello di un intellettuale italiano che, dopo essere passato per disavventure esistenziali che vengono narrate à rebours, per pennellate rapide e vibranti, decide di abbandonare la propria terra d’origine per l’Asia centrale, in un viaggio che, sin dall’inizio, assume la prospettiva della metanoia, della conversione radicale, ricordando la fanciullesca del Rossmann d’Amerika di Kafka. Un viaggio che è un atto di fede verso l’esistenza di un Altrove possibile e che, sia pur sempre descritto con aderenza realistica, assume contorni quasi fiabeschi, uno sradicamento voluto e desiderato da cui nasce "una contemplazione stupita per l’evidenza plastica dei gesti, per la teatralità stessa della vita umana (nel mio caso questo stupore è favorito anche dall’inevitabile straniamento ed isolamento linguistico)".

Questa permanenza nel cuore dell’Asia centrale gravita attraverso due snodi esistenziali fondamentali: il Viaggio, fatto di esplorazioni lunghe e brevi (i laghi immensi ed il giardino sotto casa, la bizzarra topografia delle città e la descrizione minuziosa della stanze…) e la cronaca di un Amore, narrato con una grazia appassionata che incanta per il suo ’anacronismo’ elegiaco. Tutto comunque, passato e presente, lutti e passioni, esotismi e occidente, viene come intravisto attraverso quella "dolcezza un po’ vischiosa", che mi pare espressione bellissima con la quale si rende perfettamente l’ambiguità della nostalgia malinconica verso la propria terra d’origine temperata dalla tentazione di un dépaysement che si desidererebbe quasi eterno. Del resto, lo scrittore sa che "se ora non fossi così lontano, non potrei mai raccontare certe cose. Ma lo spazio aiuta il tempo, così i ricordi si fissano in una lontananza che me li fa distinguere meglio".








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 16 giugno 2006