Viaggio nell’inferno camorrista

Graziano Dell’Anna



Reportage e presenza dell’autore

Gomorra, esordio letterario di Roberto Saviano, è un’ambiziosa narrazione-reportage sul fenomeno camorrista in cui, in controtendenza coi principi generali del genere giornalistico, l’autore decide di mettersi in gioco in prima persona. Per Saviano, infatti, "comprendere significa almeno farne parte" e "la neutralità e la distanza oggettiva sono luoghi che non sono mai riuscito a trovare". Per questo sin dalle prime pagine l’autore si tuffa nei luoghi e nelle situazioni che racconta, facendosi personaggio del suo libro insieme a camorristi, spacciatori, pusher, stakeholder. Un rifiuto dei principi di oggettività e neutralità del reportage che Saviano estende al punto da non riuscire a descrivere situazioni sgradevoli e disumane senza ricorrere alla didascalia delle proprie reazioni emotive e corporee: nausea, brividi, tremore. Per Saviano, insomma, nel descrivere la morte di una quattordicenne, o la vista di un cadavere carbonizzato, o l’odore del sangue nell’aria, non è possibile – o, che è lo stesso, non è giusto – immolare qualsiasi traccia delle proprie umane sensazioni sull’altare di una rappresentazione che si vorrebbe il più possibile asettica e distaccata.

Ma la presenza dell’autore in Gomorra non si giustifica solo col rifiuto del principio di oggettività giornalistica. Il "viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della Camorra", infatti, comprende una serie di squarci autobiografici e addirittura trova la propria energica conclusione in quel "Maledetti bastardi, sono ancora vivo!" che è qualcosa di più che una semplice introduzione del punto di vista dell’autore: è il grido catartico e dolorosamente personale del narratore-personaggio. In quest’ottica la partecipazione di Saviano alla sua stessa materia scardina dall’interno la forma-reportage e diventa componente essenziale della poetica del libro. È una partecipazione che dice l’impossibilità di analizzare il fenomeno camorrista se non dal di dentro, con uno sguardo interno, e allo stesso tempo il livello di infiltrazione morale negli individui e di compromissione generale di cui il Sistema imprenditorial-camorrista è capace. Ed è, anche, una partecipazione che descrive dall’interno non solo la camorra, ma la stessa vicenda di chi la camorra è impegnato a raccontarla, del giornalismo d’inchiesta con tutte le sue difficoltà e i suoi rischi, i suoi entusiasmi e le sue frustrazioni e, più in generale, dice l’avventura stessa della parola, sui cui limiti e sulle cui potenzialità Saviano si sofferma più volte in alcune liriche oasi di riflessione.

Superamento dell’inchiesta

Alle ricorrenti intrusioni dell’autore coi propri movimenti, lampi autobiografici, reazioni psicofisiche e riflessioni metaletterarie nel tessuto dell’inchiesta, che ne costituiscono un primo livello di scardinamento interno, collabora ulteriormente il forte intento letterario del libro. Infatti, mentre si serve degli strumenti della ricerca e dell’analisi per mappare un fenomeno imprenditorial-camorrista che si mostra sempre più sterminato e sfuggente, in certi momenti Saviano sembra come avvertire l’insufficienza e i limiti del giornalismo e dell’inchiesta (e insomma, della stessa ragione umana). Così, nelle prime pagine, è costretto ad ammettere che "gli occhi non riuscivano a contare, quantificare, il numero di container presenti. Non riuscivo a tenerne il conto. Può apparire impossibile non riuscire a procedere coi numeri, eppure il conto si perdeva, le cifre diventavano troppo elevate, si mescolavano". Oppure, qualche pagina dopo, riflette sull’illusoria "presunzione che conoscere gli atti d’indagine fosse un modo maestro per possedere il calco della realtà". O ancora si abbandona all’amara considerazione che "puoi collocare tutto in un casellario di senso che lentamente ti costruisci, ma gli odori, quelli non possono essere irreggimentati, ci sono. Lì. Come traccia estrema e unica di un patrimonio d’esperienza disperso". E ancora "mi tormentavo, cercando di capire se fosse possibile tentare di capire, scoprire, sapere senza essere divorati, triturati".

Così, se davanti a un fenomeno come quello camorrista che celebra ogni giorno la propria dismisura, dati e statistiche possono non riuscire più "a contare, a quantificare", atti d’indagine e verbali di processi non rappresentano il fedele "calco della realtà" e al di là del proprio "casellario di senso" non restano che tracce di un "patrimonio d’esperienza disperso", tutto ciò significa che per "tentare di capire" non basta più conoscere: bisogna immaginare, essere in grado di "rifondare la propria immaginazione". Questo rientra nelle corde della letteratura, e da quest’intima convinzione Gomorra trae gran parte della sua forza mitopoietica e allegorica, cioè di opera letteraria.

A caccia di simboli

Con questa persuasione, infatti, Saviano guarda la realtà con una doppia vista, che nel momento in cui con occhio analitico registra i dati e segue i meccanismi di un evento "letterale", come lo scarico delle merci cinesi nel porto di Napoli, con un occhio poetico ne coglie il risvolto "ultraletterale", di simbolo, per cui il porto stesso – per restare sull’esempio – da oggetto reale diventa il luogo mitico dal quale "tutto quello che esiste passa", "come fissare l’origine del mondo", e dove una nave che attracca crea l’impressione epica "di stare dinanzi a tutta la produzione del mondo".

Saviano è ininterrottamente a caccia di simboli, ricerca sempre la piega allegorica di un personaggio o di un avvenimento, fiuta emblemi e archetipi in ogni angolo: "una sorta di icona mobile"; "ogni mitologia da casba, ogni leggenda di ombelico marcio del centro storico"; "divenuta simbolo tragico"; "l’immagine simbolo di questa terra"; "unico simbolo minaccioso"; "il vero simbolo del liberismo. L’icona assoluta. Potrebbe divenirne l’emblema"; "l’icona involontaria"; "persone che diventano, senza volerlo, dei simboli"; "simboli quasi metafisici, spirituali, archetipici"; "un’aura che si impasta di leggenda, di veri e propri miti metropolitani"; "la maggior parte degli archetipi criminali"; "è divenuta una sorta di simbolo di ricchezza assoluta"; "una sorta di mito di cui tutte le lingue parlano"; "territori che erano stati raccontati come un’epica di un paese lontano"; "l’emblema più concreto di ogni ciclo economico" ecc.

Anche per questo Saviano non si dispensa dall’inserire nella sua inchiesta voci di strada e leggende, anche preventivamente dichiarando la loro scarsa attendibilità, che da una parte possono dare il senso e la misura dell’opinione popolare sulle cose e dall’altra contribuiscono a conferire un alone letterario alle storie e ai personaggi. E similmente, per rappresentare i personaggi e rapprenderli in gesti assoluti, senza luogo né tempo, l’autore tende a trasfigurarli attraverso frequenti metafore bibliche, storiche, letterarie, cinematografiche (e quanto alla trasfigurazione in mito cinematografico, Saviano indica come sia pratica frequente negli stessi ranghi malavitosi, una sorta di processo automitizzante che nasce dal desiderio, in ossequio all’estetismo del ventesimo secolo, di vivere la vita come opera cinematografica).

Il titolo stesso del libro, Gomorra, tratto da una lettera del compagno di lotta di don Peppino Diana, è in fondo una trasfigurazione allegorica, di matrice biblica, dei luoghi di camorra nella città emblema della perdizione umana. E in questa costruzione mitopoietica anche i soprannomi collaborano alla conversione delle persone storiche in personaggi letterari ("Augusto era come inebriato dal suo nome, dal simbolo del suo nome") e così gli stessi dati dell’inchiesta, concreti e validissimi nella loro funzione informativa, vengono usufruiti dal congegno della narrazione diventando quasi numeri biblici, danteschi, adatti a dire la dismisura e lo stupore epico di fronte alla realtà.

La struttura del libro

Ma di dantesco, oltre alla lingua fortemente realistica, alla scissione narratore-personaggio e ai frequenti richiami all’ineffabilità dell’esperienza, Gomorra ha soprattutto – altro ingrediente letterario – la ricercata struttura interna.

Il libro si apre, infatti, con l’arrivo delle merci nel porto di Napoli, quasi luogo d’imbarco del "viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della Camorra". Prosegue quindi, nella Prima parte, inabissandosi negli inferi camorristi alla scoperta della porzione sotterranea e "infernale" del Sistema, che tocca il suo punto più profondo, "luciferino", nella guerra di Secondigliano e nella morte di un’innocente quattordicenne. Nella Seconda parte, invece, il viaggio assume l’aspetto di un’emersione sulla superficie dell’economia malavitosa ("L’economia ha un sopra e un sotto. Noi siamo entrati sotto, e usciamo sopra"), una risalita lungo il versante imprenditoriale e "angelico" della camorra: l’edilizia, il rapporto con la religione e col cinema, lo smaltimento dei rifiuti.

Tuttavia, il viaggio negli inferi camorristi di Gomorra non si esaurisce nella sua parabola reportagistica, ma adombra un viaggio di sviluppo e liberazione – quasi un sotterraneo romanzo di formazione – personale e collettivo. Infatti la Prima parte, quella "infernale", pullula di personaggi compromessi, tra cui lo stesso narratore che a un certo punto sente "subentrare un senso di colpa. Chissà a cosa avevo partecipato, senza decisione, senza una vera scelta. Dannarmi sì, ma almeno con coscienza". Quindi il racconto Kalashnikov, che è l’anello e il punto di svolta tra Prima e Seconda parte, si apre con l’inquietante autoritratto dell’autore alle prese con l’arma simbolo della camorra e racconta, attraverso la propria vicenda autobiografica, la normalità dell’iniziazione alla morale malavitosa alla quale sono sottoposte generazioni di giovani (e nella prima versione del racconto pubblicata su rivista, il sofferto commiato dal padre rendeva ancora più evidente la componente autobiografica e il suo significato di "svolta"). Alcune pagine più tardi, infatti, Saviano avvertirà di non essere "mai riuscito a sentirmi distante, abbastanza distante da dove ero nato, lontano dai comportamenti delle persone che odiavo, realmente diverso dalle dinamiche feroci che schiacciavano vite e desideri".

Ma il superamento di questa impasse sociale e psicologica passa, nella fase ascensionale della Seconda parte, attraverso l’esempio di Pasolini e don Peppino Diana, simboli positivi di resistenza e lotta civile contrapposti a quelli negativi dei camorristi della Prima parte. Di qui il segnale di una possibile salvezza finale: di chi, come Matteo, si trasferisce in Inghilterra e abbandona la maledizione della propria terra e chi invece, come l’autore, compie la scelta della sopravvivenza sul posto faticosamente conquistata giorno dopo giorno.

In questa chiave di lettura il grido che chiude Gomorra – "Maledetti bastardi, sono ancora vivo!" – è un grido liberatorio e di salvezza, quasi un prosaico "a riveder le stelle". È allora evidente, da qui e da quanto detto finora, il doppio binario su cui corre l’autobiografismo del libro: un’autobiografia fittizia, romanzesca, che serve a dare coesione e forza narrativa e allegorica all’opera attraverso alcuni personaggi e situazioni in parte o totalmente modificati o inventati, e un’autobiografia reale ma scarna e a volte, come in alcuni momenti, allusiva e sotterranea.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica giornalismo e verità il 14 giugno 2006