Anticipazione #6

Tiziano Scarpa



Al termine di un decennio prodigioso, in cui ha scritto sei romanzi e centinaia di racconti, oltre a svariati testi teatrali, poesie, articoli, dopo aver narrato qualunque situazione, la vita urbana e quella in campagna, la pace e la guerra, ritraendo tutte le classi sociali, in questo mondo e in quell’altro (tanto da aver fatto sospettare a qualcuno che di lui esistano due omonimi, il narratore realista e l’altro, autore di racconti soprannaturali), a nemmeno quarant’anni, poco prima di sprofondare nella malattia, ecco che questo formidabile scrittore sfocia in un libro inclassificabile, inaudito.

Ha raccontato tutto, ha attraversato un immenso continente di storie, di scritture narrative: ora sbuca in un paesaggio mai visto, una forma d’arte completamente nuova, assolutamente libera, e feconda per l’avvenire.

Apparentemente Sull’acqua racconta con tono confidenziale una breve navigazione da Saint-Tropez a Montecarlo, concedendosi qualche divagazione: indimenticabile quella che ricostruisce le vicissitudini del cadavere di Paganini (sembra quasi che l’autore, consapevole della sua fine imminente, stia cercando di imparare come stare al mondo da morto).

Ma Sull’acqua è un libro che si sporge sul secolo venturo, anticipandone le sperimentazioni più ardite. Dopo aver narrato il narrabile in una carriera letteraria bruciante, con questo libro l’autore inventa una scrittura dove può succedere qualunque cosa, racconto e pensiero, ci offre il capostipite di una forma inedita, né romanzo né reportage, né diario né saggio, ma tutte queste cose insieme.

I nostri complimenti all’editore, che ripresenta Sur l’eau ai lettori italiani con convinzione, in edizione tascabile, pur relegando questo capolavoro in una collana di letteratura di viaggio, e manifestando così lo sconcerto che può provocare una scrittura senza gabbie di alcun genere.

Ne riproduciamo alcune pagine profetiche che prefigurano la scissione autoanalitica dell’uomo contemporaneo. (T.S.)


Il fatto è che porto in me questa seconda vista che è al tempo stesso tutta la forza e tutta la miseria degli scrittori. Scrivo perché capisco e soffro per tutto ciò che è, perché lo conosco troppo bene e soprattutto perché, senza poterlo gustare, lo osservo in me stesso, nello specchio, nel mio pensiero.
Che non si provi invidia per noi, che ci si compianga, perché ecco in che cosa l’uomo di lettere differisce dai suoi simili.

In lui nessun sentimento semplice esiste più. Tutto ciò che vede, le sue gioie, i suoi piaceri, le sue sofferenze, le sue disperazioni, diventano istantaneamente soggetti di osservazione. Egli analizza nonostante tutto, nonostante se stesso, incessantemente, i cuori, i volti, i gesti, le intonazioni. Non appena ha visto, qualsiasi cosa abbia visto, gli ci vuole il perché! Non ha uno slancio, non un grido, non un bacio che siano schietti, non una di quelle azioni improvvise che si fanno perché le si devono fare, senza sapere, senza riflettere, senza capire, senza rendersi conto poi.

Se soffre, prende nota della sua sofferenza e la archivia nella sua memoria; si dice, tornando dal cimitero dove ha lasciato colui o colei che amava di più al mondo: “È singolare quello che ho provato; era come un’ebbrezza dolorosa, ecc…” E allora si ricorda tutti i dettagli, gli atteggiamenti dei vicini, i gesti falsi, i dolori falsi, i visi falsi, e mille piccole cose insignificanti, osservazioni estetiche, il segno della croce di una vecchia che teneva per mano un bambino, un raggio di luce su una finestra, un cane che attraversò il mesto corteo, l’effetto del carro funebre sotto i grandi tassi del cimitero, la faccia del becchino, la contrazione dei lineamenti e lo sforzo dei quattro uomini che calavano la bara nella fossa, mille cose infine che un brav’uomo che soffre con tutta l’anima, con tutto il cuore, con tutte le sue forze, non avrebbe mai notate.

Egli ha visto tutto, trattenuto tutto, suo malgrado, perché è innanzi tutto un uomo di lettere e ha la mente costruita in modo tale che la ripercussione, in lui, è ben più viva, più naturale, per così dire, della prima scossa, l’eco più sonora del suono primitivo.

Sembra avere due anime, una che nota, spiega, commenta ogni sensazione della sua vicina, dell’anima naturale, comune a tutti gli uomini; e vive condannato a essere sempre, in qualsiasi occasione, un riflesso di se stesso e un riflesso degli altri, condannato a guardarsi sentire, agire, amare, pensare, soffrire e a non soffrire, a non pensare, a non amare, a non sentire mai come tutti gli altri, schiettamente, francamente, semplicemente, senza analizzarsi dopo ogni gioia e dopo ogni singhiozzo.

Se parla, la sua parola sembra spesso maldicente, unicamente perché il suo pensiero è acuto e scompagina le molle nascoste dei sentimenti e delle azioni altrui.

Se scrive, non può astenersi dal mettere nei suoi libri tutto quello che ha visto, tutto quello che ha capito, tutto quello che sa; e questo non escludendo neanche i genitori, gli amici, mettendo a nudo, con un’imparzialità crudele, i cuori di coloro che ama o che ha amato, esagerando persino, per accrescere l’effetto, unicamente preoccupato della sua opera e per nulla dei suoi affetti.

E se ama, se ama una donna, la seziona come un cadavere in un ospedale. Tutto ciò che ella dice, che ella fa, viene istantaneamente pesato su quella delicata bilancia dell’osservazione che egli porta in sé, e classificato in base al suo valore come documento. Se egli si getta al collo in uno slancio impulsivo, egli giudicherà l’atto a seconda della sua opportunità, della sua giustezza, della sua potenza drammatica e lo condannerà tacitamente se lo sente falso o mal fatto.

Attore e spettatore di se stesso e degli altri, non è mai attore soltanto come le persone semplici che vivono senza malizia. Tutto intorno a lui diventa di vetro, i cuori, gli atti, le intenzioni segrete, ed egli soffre di uno strano male, di una sorta di sdoppiamento, che fa di lui un essere terribilmente eccitabile, difficile, complicato e noioso persino per se stesso.

Inoltre, per la sua particolare e morbosa sensibilità, è come uno scorticato vivo per il quale quasi tutte le sensazioni sono diventate dolorose.

Rammento i giorni neri in cui il mio cuore fu talmente lacerato da cose scorte un secondo, che i ricordi di quelle visioni restano in me come piaghe.

Un mattino, in avenue de l’Opéra, in mezzo alla folla tumultuosa e festante inebriata dal sole di maggio, vidi passare a un tratto…

Guy de Maupassant, Sull’acqua, traduzione di Barbara Besi Ellena, Edizioni Ibis, pagg. 75-78.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 13 giugno 2006