Sete. Trilogia del deserto

Giuseppe Munforte



Nel 1998 è uscito in Italia "Sete. Trilogia del deserto" di Shulamith Haraven (Neri Pozza).
È formato da tre racconti separati, fatti della stessa materia dura e attraversati da una tonalità emotiva comune. Una dimensione di vita che risente della tensione continua del sole. Il deserto, condizione fisica di sopravvivenza, diventa luogo di erranza, di visioni, di una rappresentazione barbara e sanguinaria della vita e delle relazioni.
La sete è una invocazione ininterrotta, l’elemento costante della precarietà dell’esistenza. Un’interrogazione continua sul destino, fisica, pagata giorno dopo giorno nella carne di ogni singolo. In solitudine, collettivamente. Uomini e animali sulla stessa brace. La notte la gente leccava assetata insieme alle bestie la rugiada che stillava dalle pietre.
La scrittura torna nei luoghi, nella materia di cui è fatto il racconto biblico, come se la parola religiosa non fosse ancora nata. O fosse rifluita. Portando con sé il suo carico enorme di sentenze commenti certezze riti. Insiste nel momento originario della paura, dell’incertezza. Dell’indecisione. Ma anche della spietatezza trasparente, priva di odio, di un modo ancora brutale di concepire i rapporti tra gli uomini e le donne e i bambini, gli obblighi, i doveri, le responsabilità. Torna nel luogo del silenzio di Dio. Nel luogo in cui Dio è diventato silenzioso, invisibile, non invocabile. Là dove alla sofferenza rispondono solo il sole e la polvere del deserto. Dove Dio ha manifestato la sua parola come un elemento connaturato a una montagna bruciata, piena di sterpi e di pietre abbaglianti. Una muraglia verticale, gigantesca, rosso cupo, come i pezzi smontati di uno smisurato elefante estinto. Un decalogo allucinato tramandato malamente tra le tribù di pastori, l’esatto contrario di quanto prescrivevano le potenti divinità e gli usi degli altri popoli di quei paesi.
L’uomo nelle narrazioni di Sete viene posto in modo radicale di fronte al silenzio di Dio, all’imperscrutabilità dell’arbitrio. È infisso nella sua solitudine come in un buco della roccia sbiancata dal fuoco del sole e levigata dal vento. Se Dio esiste, in queste terre, guida gli uomini silenziosamente. Oscuramente. La sua guida equivale alla legge disordinata della vita. Alla dolce e tremenda legge del caos.
Leggendo, viene da pensare che sia un Dio non solo invisibile, silenzioso, ma anche un Dio che, forse, non è in grado di parlare. Di intervenire. Di forzare con la sua azione la responsabilità degli uomini, di anticiparla. Un Dio che agli uomini ha dato, forse, solo l’apertura gutturale della possibilità della parola, la aleph, solo questa lettera, la prima del decalogo, che prepara, nella sua impronunciabilità, la possibilità di pronunciare ogni altra lettera, come dice una teoria hassidica.
La presenza di Dio nella vita del popolo del deserto sembra limitarsi a questo dono. Che per l’uomo è tutto. La possibilità del linguaggio. Dei Libri e dell’interpretazione infinita. L’interpretazione coincide con la vita, con il peso e con la leggerezza della responsabilità, tutta e da sempre sulle sole spalle degli uomini. Dio non entra nell’interpretazione – nella vita – se non per averla resa possibile. Ma l’interpretazione – la vita – è il contatto costante, ininterrotto, dell’uomo con Dio.
Da quel varco: da quella possibilità originaria, tutti i Libri sembrano essere rifluiti, in un movimento contrario a quello della Storia. La scrittura di Sete torna all’origine, ripercorre come una miccia le macerie e i tesori lasciati dalla parola rifluita. Torna a quel punto zero per ripetere il movimento originario della parola.
Nelle sue pagine si manifesta la novità di un Dio che non c’è. Non ha altari. Luoghi. Immagini. Ha dettato una legge che viene accettata perché si sposa profondamente con la natura degli uomini del deserto e, dunque, in un certo senso, proviene da loro stessi, che se ne sono assunti interamente la responsabilità. Il popolo del deserto, le tribù periferiche, la conoscono male – ma, per quel che possono, la seguono. Il loro è un Dio che non può competere con gli dei del sangue. Per paura, confusione, le tribù erigono altari, fanno sacrifici. Ma la vita procede comunque in modo imperscrutabile. Dopo, resta loro solo lo sconcerto per la violenza, per il sangue versato.
Il Non uccidere è un comandamento buono, per il popolo del deserto. Per la sua gente è comprensibile. Che sia venuto da Dio è una conseguenza, forse, della sua comprensibilità. E Dio stesso, forse, non potrebbe volere altrimenti. Chiway, il profeta gabaonita che si unisce agli ebrei, protagonista della seconda parte del libro, mentre andava con Achilud a tosare le capre, indagò con discrezione a proposito della legge che aveva dato Mosé. Se ne poteva parlare o era un segreto? Achilud era imbarazzato. Rispose che conveniva interrogare coloro che erano più importanti e più anziani di lui. Che era bambino all’epoca in cui era stata data la legge, nel deserto, e poi non che avesse studiato molto. Sapeva che la legge proibiva di uccidere e portare falsa testimonianza. Ma a dire il vero era assai più quello che non sapeva, benché tutti fossero convinti che era una legge molto buona. Chiway chiese scusa, ma continuò a indagare con profonda umiltà: che lo perdonasse, il suo signore Achilud, ma poteva dirgli quando non si doveva uccidere? Quanto infatti a uccidere un anziano o un sacerdote in città, nonché un fratello della propria madre, ebbene anche a Gabaon questo era proibito. No, rispose Achilud, non uccidere, mai. Così diceva la loro legge. Di più non seppe spiegare.
La legge è venuta al popolo del deserto da Mosé, il quale ha avuto il destino di dover salire tra i roveti di quella montagna bruciata. Sempre secondo la teoria hassidica, la rivelazione di Dio fu per il popolo del deserto una immensa aleph, una voce inarticolata. Solo Mosé fu chiamato a interpretarne il senso e a riportarlo alla sua gente. L’autorità dei Libri avrebbe così il suo fondamento in una rivelazione di per sé incomprensibile – ossia, la cui comprensione non ha termine. Alla fine della prima parte di Sete, il profeta è stremato, solo. Ormai vecchio, è giunto quasi alla fine della sua vita. Un omone balbuziente nella difficile lingua degli ebrei. La conosce poco, lui educato tra gli egizi. Si diceva che avesse in petto due cuori, uno egizio e l’altro ebreo, e che avesse colpito a morte il primo, sì da non lasciarne traccia. C’era chi giurava di aver visto la cicatrice sul petto. Lui sta per morire, mentre i suoi sono in vista della terra promessa e si affrettano e non hanno più pazienza per la vita del deserto e non montano quasi mai le tende per dormire. Quando le prime tribù hanno già varcato il confine, lui è sempre più debole. La mente confusa, a volte. Ogni tanto si convinceva che Ba e Ka fossero venuti a portargli via l’anima. (…) Nei momenti di lucidità tentava di impartire al popolo altre leggi ancora, un interminabile codice. Ma il popolo non si dava nemmeno più pena di mettere per iscritto le sue istruzioni.
Nella seconda parte del libro un profeta senza più dono di visione gira per la città preda dell’angoscia per una strage imminente. Mancanza assoluta di pietà nella città. La pietà non esiste. Non è comprensibile. Perché non uccidere? La vita nella città, a ragione, non può neanche dirsi spietata. Dopo aver perso la figlia, amata anche come una donna da quando aveva dodici anni, a causa di un vaticinio sbagliato, Chiway inizia il suo percorso di trasformazione.
Il Dio che non si mostra equivale al Dio che non esiste. Invano lo si cerca frugando tra gli oggetti miserabili del popolo del deserto, così come fa Chiway, che pagherà poi il suo gesto con l’allontanamento dall’accampamento. Alla fine del suo peregrinare, il profeta Chiway scopre la pietà. Dopo aver vissuto sette anni come un servo tra gli ebrei e dopo essersene andato finendo a vivere solo, in una capanna, ormai uomo di nessuna città, di nessun popolo. Ma la pietà non è fatta di buone intenzioni, come ci ha abituato a credere la malafede cattolica. È fatta di giorni di dedizione e di fatica, di fiducia spesa male e di attesa. Di errori e di delusioni. È fatta del bisogno della presenza e del dono della presenza. È fatta di carne. Di cose concrete. Accudendo e chiedendo aiuto a Gosha, il bambino dalla lingua mozzata. Raccogliendo canne per farne flauti. Con lui, per lui. Che solo con il flauto riesce a farsi sentire, ad esprimersi. Gli diede persino un nome. Gosha. Chissà da dove gli era sortito, quel nome. Poi d’un tratto si ricordò, e fu come se un nodo molto stretto si fosse sciolto dentro di lui: suo fratello si chiamava così, suo fratello che da bambino era stato offerto in sacrificio al santuario di Gabaon, l’aveva visto con i suoi occhi bruciare sull’altare. Cinque anni aveva. Pensare che per tutti questi anni l’aveva sempre saputo.
Anche il miracolo è oggetto di un’interrogazione che non ha risposta. E, per altri versi, i miracoli accadono naturalmente, sono eventi in armonia con la vita. Con il valore divino della vita.
La terra promessa si schiude agli ebrei quasi per caso, dopo anni e anni di vagabondaggio caotico nel deserto. Le tribù la raggiungono superando le ultime montagne e ne varcano finalmente i confini. Quando i primi furono in vetta, nel deserto non restava più nessuno. La bellezza del mondo è dovuta agli uomini. È di per sé miracolosa. Il suo miracolo non ha nulla di misterioso, di incomprensibile. Gli uomini del deserto entrano nella loro terra con i sensi inebriati dalla natura rigogliosa. Ammutolito, il popolo guardava e guardava, insaziabile. Eschar per la prima volta, dopo anni di solitudine e di malanimo, inizia improvvisamente a ridere. Qualcosa lo chiama dalla terra che si dispiegava sotto i suoi occhi. Avverte una presenza, non comprende. Qualcosa, qualcuno, lo chiamava, come per scherzo, nel vento, nei monti, fors’anche nella memoria di anni e anni e vagabondaggi, qualcuno che sorridendo con indulgenza s’aspettava da lui qualcosa, ma chissà cosa. Macché, non le quaglie né la manna o l’acqua dalla roccia, quella presenza imperscrutabile che forse era una coscienza dolce e tardiva, lo chiamava. Il divino coincide con una vita da rendere finalmente divina.ualcosa
La presenza nel mondo del Dio silente lascia interamente all’uomo la responsabilità degli eventi. La sua presenza equivale alla sua assenza. La sua azione coincide con la vita degli uomini.
Il libro sembra voler tornare al senso originario dell’ebraismo, lo presenta come una anti-religione rispetto alle religioni del tempo. Riti, altari, sacrifici. Il Dio che non parla è anche il Dio che non vuole parlare la lingua degli uomini. Che non toglie all’uomo l’onore della sua assenza – e, dunque, della sua presenza ininterrotta. Il Dio che non può impedire di massacrare, di sgozzare.
Dopo un sacrificio fatto per disperazione, per invocare la pioggia nel mezzo di una folle arsura della terra, finalmente piove. Ma poi non piove più. Il sacrificio è stato profanato da un atto sacrilego. Ma è piovuto lo stesso. E poi, chissà, piove e non piove più. Riprende la sete. La vita torna alle sue cadenze imperscrutabili, la sete e la fine per sete tornano a essere una costante della vita nel deserto. La sete che annulla la vita.
È l’uomo che fa i miracoli. I miracoli non sembrano rimandare a Dio. È quasi naturale che un uomo possa fare dei miracoli, perché non c’è distanza tra l’uomo e Dio. I miracoli accadono. Ad alcuni portano una salvezza provvisoria, ad altri la morte. Per altri ancora non servono a nulla, portano solo lo sconcerto dell’esclusione. Mosé, attraversando una folle stremata e morente per l’arsura, infastidito, disturbato, forse ancora troppo estraneo a loro e chiuso nella solitudine del suo destino, scaglia il suo bastone contro una roccia dove si forma con mortale lentezza una goccia d’acqua, e la goccia poco a poco si trasforma in un torrente. La folla a questo punto non bada più a lui. Tutti a riempire orci e vasi in un tripudio di giubilo. Una folla tremenda s’assiepava presso la parete di roccia. Il canalone era assai stretto, erano in tanti a finire schiacciati contro la pietra. La gente si spingeva, si insultava, si picchiava, si pestava. Due uomini morirono travolti dagli altri proprio vicino alla sorgente, e nessuno badò a loro (…). Nel gran trambusto, le due povere donne non riuscirono a raggiungere l’acqua. La sofferenza le aveva sfinite, non avevano più la forza di lottare. Comunque i bambini erano già morti. Mosé e il suo gruppo passarono davanti alle due, senza però vederle. Immobili, con gli occhi fissi sulla roccia che aveva dato l’acqua, e su quella inenarrabile, letale confusione. Le manine dei bambini continuavano a penzolare, ora morte del tutto.
Aveva inutilmente cercato di fare qualcosa per loro Eschar, Colui che ha in odio i miracoli, come dice il titolo della prima parte di Sete, un ragazzo ferito dagli usi della sua gente, che l’hanno privato della donna che amava, e vive solo e si accampa a distanza dagli altri. Sulle rocce, con il suo gregge. Le donne erano andate da lui per chiedergli se sapeva di qualche angolo dove poteva trovarsi ancora un po’ d’acqua. Eschar le guardò come se fosse stato impalato. Solo in quel momento si rese conto di quale danno questo deserto aveva causato alla stirpe di Sur, che da quando era stata derubata dei suoi strumenti musicali non faceva che deperire. (…) Domandò come mai erano venute da lui, perché non erano andate da Mosé, chiedendogli di fare qualche miracolo. (…) Le donne risposero che Mosé aveva a che fare con gente ben più importante di loro, che una gran folla attorniava la sua tenda ogni giorno, in cerca d’acqua. Parlando, lo guardarono con quegli occhi grandi e feriti tipici di tutti i discendenti di Sur. Sapevano che ognuno faceva quel che poteva, di più no. Eschar disse che avrebbe provato. Cercò a lungo, passando da un dirupo all’altro, arrampicandosi con fatica. Seguì i versi degli uccelli. Ogni tanto veniva illuso da un po’ di vegetazione. Alla fine, dopo molto tempo, trovò una pozza con sul fondo ancora un po’ d’acqua. Si tolse il copricapo e lo immerse, facendo assorbire tutto il liquido, poi tornò di corsa alle donne. Porse loro il tessuto bagnato, e loro ringraziarono con grande deferenza, poi strapparono il tessuto in due, ne infilarono un lembo in bocca a ogni bimbo, e ridiscero al campo.
Il giorno successivo, prima del miracolo, con la folla che attende Mosé c’erano anche, un po’ discoste, le due donne con i bambini che stavano morendo d’arsura: avevano ancora in bocca i brandelli del telo di Eschar, ma ormai non ce la facevano più a succhiare. E il tessuto si era ormai asciugato. Erano privi di sensi, rossi in viso, la fessura degli occhi bollente come fango nero sotto le palpebre pesanti, le braccine penzoloni, inerti. Le mani parevano già morte. Fu allora che giunse la truppa di Mosé.
Quelle mani che continuano a penzolare morte, dopo il miracolo. Quella sera il cielo si coprì di nuvoloni gonfi che negavano le stelle, poi giunse un vento freddo e violento, e sul far del mattino arrivò tanta ma tanta pioggia, che riempì tutte le pozze e i bacini. Il canalone fu inondato. Più tardi tornarono i rapaci, sempre volando bassi e strillando. Arbusti e felci luccicavano quasi, tutti bagnati. Seppellirono i morti. Anche le due donne seppellirono i loro bimbi, poi tornarono, ma mute, alla vita quotidiana. Non avevano più nulla da dire, né a Mosé né a Eschar. Anzi, li evitavano, smunte e curve come sempre.
Sete è un racconto capace di riportare in modo limpido la crudeltà e l’orrore del mondo. Un mezzogiorno un’enorme aquila sorvolò placidamente l’accampamento ed emettendo uno strillo acuto liberò dal becco il braccio di una donna morta. La sua scrittura sembra voler ripartire da qui, dal silenzio e dalla sconfinata innocenza e brutalità della vita, per ricominciare il movimento della parola, quello che ha portato al labirinto dei Libri, in un’adesione, sovrapposizione senza filtri alla vita. Una parola ancora lontana dalla normalità delle dottrine. La sua voce si posiziona nelle vicinanze del dono originario della aleph, la consonante muta che rende possibile il linguaggio, e riesce in questo modo a risultare sorprendentemente attuale parlando di vicende lontanissime. Scava e tocca l’osso del nostro stare al mondo, la radice della violenza e delle scelte, dell’amore e dei dilemmi, della giustizia e dell’ingiustizia che si pagano con il sangue, il senso della speranza e della gioia che i giorni ci possono portare. Come a dire che l’uomo non invecchia e racchiude in sé, nella sua esistenza di carne, interrogazioni decisive, più di quelle portate dai Libri.
Sfogliando un’ultima volta il testo, prima di concludere, mi rendo conto che questi appunti nascono solo da due, tre delle sue quasi duecento pagine.

Giuseppe Munforte, milanese, ha scritto il romanzo "Meridiano" (Castelvecchi).








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 9 giugno 2006