Il peccato, il giudice, il padre

Sergio Baratto



(*) Asura (sanscrito): chiunque non appplichi gli insegnamenti delle Scritture e abbia come unico scopo quello di godere sempre più dei piaceri di questo mondo. Più si attacca alla materia, più tende a essere demoniaco e più nega l’esistenza di Dio.

1. Il peccato contro Dio non esiste

Il peccato è un’offesa a Dio: "Contro di te, contro te solo ho peccato. Quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto" (Sal 51,6). Il peccato si erge contro l’amore di Dio per noi e allontana da esso i nostri cuori.
(Catechismo della Chiesa Cattolica)

Il solo peccato si commette sulla terra e resta sulla terra. Il peccato contro Dio è un assurdità. Cosa può l’uomo davvero fare per ferire Dio? La bestemmia è uno sputo controvento in una notte di tempesta. Se una formica mi vitupera, io non me ne accorgo nemmeno. Se io bestemmio Dio, cosa posso fargli veramente?

Anche la crocifissione di Cristo fu un peccato contro l’uomo, e non contro Dio: coloro che lo condannarono e lo giustiziarono non vedevano in lui l’essere divino. Casomai tra sé e sé ebbero paura che egli fosse veramente il portavoce di Dio.
L’unico esempio di peccato contro Dio che io conosca è ’solo’ un’invenzione letteraria: l’uccisione di Cristo su ordine del Grande Inquisitore nei Karamazov di Dostoevskij, dove il giudice che emette la condanna a morte sa perfettamente chi sta mandando al rogo.

Mettiamo che sia come spesso mi raccontavano a lezione di catechismo: che noi creature create per amore siamo per Dio in tutto e per tutto come suoi figli carnali, e che Dio sia il nostro Padre amorevolissimo, che ci vuole con sé nell’eterna beata comunione con Lui e in Lui; che ogni perversione della nostra condotta, ogni peccato che ci svii dal cammino salvifico verso il Padre provochi dolore in Dio, proprio come succede qui sulla terra, tra padri e figli di carne. Un Dio siffatto, per così dire vulnerabile, passibile di esperire il dolore e l’effetto del male, è un Dio troppo umano e troppo poco onnipotente. Un Dio spurio, "non divino". Può essere che sia realmente così? Oppure siamo noi che attribuiamo a Dio, come del resto si è sempre fatto, una psicologia tutta umana, mentre Egli è lontano da noi, imperturbabile, intoccabile in uguale misura dal nostro peccato e dalla nostra devozione?

Se Dio è buono non può permettere la sofferenza; ma la sofferenza esiste, e noi siamo costretti ad ammettere che Dio non esiste o non è pietoso. Il concetto di bene che si applica a Dio è puramente umano e come tale cambia nel tempo: per gli antichi israeliti Dio era buono anche perché puniva i filistei e i figli primogeniti degli egizi, i neonati di Sodoma e gli abitanti di Gerico. Per noi moderni Dio è buono secondo le diverse accezioni che oggi si attribuiscono a questo concetto.

Si crede sempre in un Dio che è la proiezione dei nostri peggiori difetti o delle nostre migliori intenzioni; in ogni caso, crediamo sempre in una proiezione di noi stessi.

2. Il Padre Buono e il Giudice Giusto

Secondo la versione rassicurante e moderna del cristianesimo, Dio è dunque il Padre perfettamente buono. Questa identificazione di Dio con il Bene è certo nelle radici stesse del pensiero teologico cristiano, ma fin dai primordi ha convissuto con una visione "parallela" di Dio come Giudice perfettamente giusto.
Ora, se la semplicità evangelica delle origini poteva identificare legge e bontà – e, anzi, Cristo stesso antepose esplicitamente la bontà alla legge, in polemica con l’ortodossia frigida dei preti del suo tempo (Mt 12,1-12; Lc 14,1-6) – con l’istituzionalizzarsi del cristianesimo nella forma di una nuova ortodossia totalizzante (e totalitaria: ma questa è una caratteristica apparentemente comune a tutti i monoteismi nel momento in cui ottengono il predominio) questa percezione "binaria" di Dio venne meno, di fatto se non ufficialmente. Il cristianesimo ha cioè progressivamente cancellato, senza perlatro negarla esplicitamente, la dimensione buona di Dio; al contrario si è rafforzata in maniera abnorme la percezione di Dio come giudice inflessibile. Tra i momenti eclatanti di questo processo si potrebbero citare la versione istituzionale del cristianesimo medioevale, quella calvinista e quella controriformista, nonché il cattolicesimo reazionario dell’epoca di Pio IX. Parlo qui ovviamente della religione ufficiale, della sua versione ideologica in vigore al vertice delle gerarchie di potere: se si considerano tutte le possibili manifestazioni concrete della religiosità al di fuori dei vincoli istituzionali, si possono trovare esempi tanto luminosi quanto falliti di un altro cristianesimo possibile, da Pietro Valdo a Francesco d’Assisi (forse lo sconfitto più illustre).

Questa visione di Dio è stata percepita come non più accettabile dalla nostra sensibilità moderna. Di conseguenza, Dio è stato costretto a subire un notevole, progressivo aggiustamento ideologico. Ai giorni nostri Dio è tornato a essere buono (anche se le pratiche di mortificazione della carne in voga presso certi membri dell’Opus Dei mostrano che l’attitudine "medioevale" del cristianesimo non si è mai completamente estinta).
Jean Guitton: l’inferno c’è, ma è vuoto.

Perché allora mi sembra una bontà vischiosa, "intrappolante", coercitiva quanto il precedente autoritarismo fiscale, anche se in maniera diversa? Quasi che si trattasse di un cambiamento di strategia: dato che i figli sono giunti a un livello limite di compressione interiore e l’intransigenza rischia di diventare controproducente, conviene tenerli legati a sé nel medesimo rapporto di sudditanza di sempre in altro modo. Con il ricatto morale di un amore paterno così totale che sarebbe abietto tradire o ricambiare con sentimenti più tiepidi e imperfetti. Con il continuo rinfacciarci che noi effettivamente commettiamo questa abiezione, non amando il Padre così come dovremmo, dati l’amore illimitato e la costante cura che Egli riversa su di noi. Con il continuo perdonarci questa abiezione al minimo accenno di pentimento.

A volte mi viene da pensare che l’immagine moderna di Dio che ci viene proposta sia più simile a quella di un’onnipresente Madre iperprotettiva, tirannicamente amorevole o amorevolmente tirannica, la cui arma di potere e controllo sta proprio in questo affetto infinito, castrante.
Giovanni Paolo I, setttembre 1978: "Noi siamo oggetto da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo che ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. È papà, più ancora, è madre. Non vuol farci del male; vuol farci solo del bene, a tutti. I figlioli, se per caso sono malati, hanno un titolo di più per essere amati dalla mamma. E anche noi se per caso siamo malati di cattiveria, fuori di strada, abbiamo un titolo di più per essere amati dal Signore".

In una simile condizione di dipendenza, è impossibile peccare in un modo che non appartenga al sistema morale in cui siamo cortocircuitati. In altre parole, possiamo peccare soltanto nei modi previsti da Dio.
Di più: il peccato costituisce la relazione essenziale tra noi e il divino, e scaturisce dall’interazione tra finitudine e infinità, tra la nostra congenita imperfezione e la perfezione di Dio.

Se si accetta la concezione moderna, consolatoria di Dio come Padre (o Madre) amorevole, il peccato è il dislivello tra l’amore che ci viene dato e l’amore che siamo in grado di restituire. Si vuole che questa sproporzione (il dislivello, la carenza d’amore), si dice, venga ricomposta dall’amore perfetto di Dio attraverso il perdono; cioè Dio per così dire "si accontenta" del nostro tentativo, del nostro tendere alla perfezione amorosa. Ma è proprio questo meccanismo bloccato, che gira in circolo e torna sempre su se stesso, a inchiodarci in uno stato di umiliante dipendenza infantile, a non permetterci di "andare via di casa".








pubblicato da s.baratto nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 9 giugno 2006