Poeta, sei stato nominato! #5

Niccolò Scaffai



1. «È assurdo» scriveva Benjamin nella Premessa gnoseologica a Il dramma barocco tedesco «identificare l’universale con la media statistica» («Das Allgemeine als ein Durchschnittliches darlegen zu wollen, ist verkehrt»). Ecco, mi sembra che questa massima possa valere, se non proprio come strumento di confutazione, almeno come argomento di discussione intorno al punto di vista da cui due amici – Guido Mazzoni e Gianluigi (Gigi) Simonetti, due tra i più brillanti giovani studiosi (la categoria è incerta, lo so, ma accettiamola per comodità) intervenuti al convegno Interpretare la poesia moderna (Pisa, 11-12 maggio 2006) – guardano solidali alla poesia di oggi.

Mazzoni ha pubblicato l’anno scorso un volume di eccezionale rilievo, Sulla poesia moderna (Bologna, il Mulino); le molte recensioni che il libro ha avuto in varie sedi – ne ho scritta una anch’io, che uscirà su «Italianistica» – mi liberano dall’onere di ripeterne ancora una volta i concetti. Mi limito a sottolineare una delle idee cruciali del saggio, ribadita da Mazzoni anche al convegno pisano. Il territorio della poesia moderna – sostiene Guido – ha un centro e una periferia; la collocazione per così dire topografica dei testi e degli autori prescinde totalmente dal loro valore, cosicché un Eliot o un Auden, pur nell’eccellenza dei rispettivi esiti, appaiono marginali rispetto a un nucleo quantitativamente consistente e rappresentativo in cui trova posto la poesia lirica più tradizionalmente effusiva. Se vogliamo assumere un’ottica storiografica corretta, dobbiamo riconoscere – dice ancora Mazzoni – che la percezione comune identifica la poesia moderna con il nucleo, non con i margini.

Alle parole di Guido fanno eco consapevolmente quelle di Simonetti, che in un intervento alla tavola rotonda conclusiva del convegno ha parlato di «prodotto poetico medio», designando con tale formula la maggior parte dei libri poetici che si trovano sugli scaffali delle librerie (e perfino la maggioranza opaca dei testi accolti nei libri migliori, accesi dalle poche fiammate che bastano a riscattarli). Insomma, se parlassimo di Montale, ciò equivarrebbe a dire che Arsenio riscatta, che so, Riviere: ognuno scelga gli esempi in base ai propri gusti e competenze.

L’estensione del concetto mi lascia un po’ perplesso, ma la sua definizione principale è condivisibile: molta della poesia depositata nelle librerie meglio fornite (ché la maggior parte, poi, tiene solo i classici) è un «prodotto» costituito con degli ingredienti fissi e non sempre genuini. Di «prodotto poetico medio», se non associo arbitrariamente le considerazioni di Mazzoni e quelle di Simonetti, sarebbe composto in larga parte il nucleo della poesia attuale.

Ora, io non contesto affatto l’idea che vi sia una poesia nel senso alto e originale del termine e una poesia diciamo di consumo, o di routine. Non so se il poeta, per far riferimento al titolo del saggio intelligentemente affabulatorio di Roberto Galaverni, sia un cavaliere jedi, ma è certo che alcuni hanno il talento e le risorse (o, se non altro, l’addestramento tecnico e filosofico) per uscire dalle pastoie dell’autoreferenzalità più sterile e raggiungere un grado di complessità (che non vuol dire necessariamente difficoltà o oscurità del contenuto letterale) tale da conciliarne una fortuna anche minima, anche molto specialistica purché esterna alla cerchia dei famigliari, degli amici, dei fidanzati e delle fidanzate.

Ciò che io penso, accettando il rischio di apparire o essere crociano almeno sul piano terminologico, è che il prodotto poetico medio o la lirica nel senso più banale non siano poesia. Mi spiego. Sono testi poetici perché funzionano superficialmente secondo una vulgata che forse assimiliamo già nei primi anni di scuola (l’autore parla di sé, dei suoi amori e dei suoi problemi, della natura, ecc. ecc., e nel far questo va a capo più spesso del normale, facendo rimare certe parole e magari, se un po’ se ne intende, adeguando la misura del verso a un metro canonico).

Ma questo non significa che dei testi scritti con questi criteri siano sempre poesia nel senso in cui lo sono le opere non dico di Leopardi e di Montale, ma anche di Mario Benedetti e Stefano Dal Bianco. Non lo sono, io credo, neanche sul piano meramente tipologico (anche, cioè, lasciando da parte le questioni di valore). Così come io non sono un calciatore se da piccolo ho fatto parte di una squadra e gioco il sabato con i colleghi. Mi vengono in mente le parole – citando le quali spero anche di mitigare il precedente paragone nazionalpopolare – che Giovanni Bottiroli ha scritto nel suo importante saggio di teoria letteraria appena pubblicato da Einaudi (Che cos’è la teoria della letteratura. Fondamenti e problemi): «Non esiste un ’medio’, una zona comune tra la grande e la piccola arte, tra il semplice e il complesso, tra il bello e il brutto. A credere in questa medietà è soltanto l’ideologia» (p. 432).

Naturalmente, è più facile riconoscere un calciatore professionista da un poeta vero, non fosse altro che per ragioni di classifica e ingaggio. Purtroppo non esiste alcun ingaggio per i poeti, né vi è una legge che permetta di distinguere univocamente ciò che è poesia da ciò che aspira a esser tale. Però esistono i critici (nel senso pieno del termine) che, con gli strumenti che scelgono di adottare (storico-filologici, stilistici, filosofico-teorici, ideologici perfino), hanno il diritto/dovere di spiegare attraverso analisi fondate perché vale la pena di leggere un poeta o un libro di poesia. Moltissimi saranno i dissensi, più tenui quanto più ci si allontana dal presente immediato: ma la critica è una disciplina fondata sull’argomentazione, non sulla dimostrazione (se non intorno a fatti testuali molto puntuali).

Riconoscere, pur nell’incertezza del discrimine, che non tutti i testi poetici sono poesia permette di liberare molti «appartamenti in centro», per giocare sulla metafora topografica di Mazzoni, richiamando dalla periferia Eliot e compagni.

Ma l’ironia non può qui nascondere la rilevanza di un problema storiografico cruciale. È lecito considerare un periodo letterario in base alle eminenze, tralasciando i minori e i minimi? Credo di sì, se il periodo in questione è quello contemporaneo. Ognuno può constatare come, nel corso del Novecento, la quantità di persone che scrivono e pubblicano poesia sia enormemente cresciuta (si è occupata della questione, dal punto di vista sociologico-letterario, la rivista-annuario Tirature, nel 2002). Gli aspetti preoccupanti del fenomeno – impoverimento del linguaggio, sfilacciamento delle forme, irrilevanza della parola poetica – sono stati più volte segnalati dagli stessi poeti (Montale se n’era accorto già negli anni Sessanta) e da critici autorevoli (Mengaldo, Berardinelli). Non sono un sociologo, ma credo che le ragioni di questa moltiplicazione siano riconducibili a due principali fattori: l’alfabetizzazione di massa e l’idea che l’espressione individuale sia sempre e comunque un valore. Queste due condizioni, specialmente la prima, non si verificavano nei secoli precedenti.

Non mi interessa criticare la democratizzazione della poesia, né nutro sentimenti apocalittici al riguardo; solo, dico che in questo la differenza tra l’età contemporanea (anche su questa definizione è bene mettersi d’accordo: diciamo, convenzionalmente, dalla Prima guerra mondiale in poi?) e le epoche precedenti è macroscopica e che la storiografia letteraria deve adeguarsi al cambiamento.

Degli autori del Novecento, salvo casi eccezionalmente sfortunati, abbiamo tutto o possiamo leggere tutto; anche gli autori ignorati dai più sono, magari con qualche difficoltà materiale, sempre reperibili. Questa è una differenza capitale rispetto alla letteratura dei secoli antecedenti, specialmente di quelli che precedono l’invenzione della stampa. È soprattutto per quei secoli che le ricerche di storia letteraria, per accreditarsi come attendibili, hanno bisogno di un quadro che tenda il più possibile alla completezza (quadro che, ciononostante, resta sempre, anche nella migliore delle ipotesi, più ristretto rispetto al repertorio ’impossibile’ della letteratura contemporanea in genere, e della poesia in specie).

Per le epoche in cui possedere i mezzi tecnici minimi per scrivere poesia non era banale né comune, ogni autore è significativo. Nell’età contemporanea no e penso che ritenere significativi, sul piano della critica, della teoria e della storia letteraria (altra cosa, ovviamente, è la sociologia della cultura), i prodotti poetici medi sia una sorta di ipercorrettismo storiografico, cioè un’estensione impropria di una visione o di un metodo validissimo per certi secoli di cui, però, proprio la sensibilità storica può far percepire la differenza rispetto al Ventesimo (e al Ventunesimo).

2. Ancora qualche osservazione, più specifica ma legata alle riflessioni precedenti, a partire dalla materia del convegno. Se nella nostra società tutti possono e spesso vogliono esprimere se stessi – è questo uno dei punti su cui Mazzoni ha più insistito – senza timore di annoiare o infastidire gli altri, giacché l’espressione è divenuta un valore di per sé, è inevitabile che molti si provino a farlo attraverso una scrittura poetica giudicata universalmente accessibile. E che accessibile è davvero, a quel livello spontaneo che ho prima definito ’non poesia’. Spesso immediatamente accessibile, perché generica nei contenuti e nel linguaggio. Ora, è ovvio che queste espressioni in versi non richiedano note di commento, vuoi perché i testi sono abbastanza semplici, vuoi perché sono spesso così poco rilevanti da non valere lo sforzo.

Non così per la poesia che – diciamolo con Benjamin – si sottrae alla media statistica.

La presenza delle note indica una necessità o una volontà di mediazione, che mi pare debba essere tra i principali obiettivi del genere antologico. A meno che l’antologia non sia esplicitamente militante e programmatica, la sua funzione sarà soprattutto quella di trasmettere, secondo il piano storiografico o critico-interpretativo del curatore (o dei curatori), la conoscenza di certi autori e testi a coloro che non ne abbiano già affrontato una lettura complessiva. Costoro – il pubblico delle antologie insomma – avranno pur bisogno di una guida nella lettura, per colmare il vuoto di competenza che l’antologia deve riempire. I cappelli introduttivi agli autori e ai periodi sono utili ma appartengono a un altro genere critico: sono dei piccoli saggi, apprezzabili soprattutto da chi già è in grado di muoversi con autonomia nella storia letteraria e tra i testi poetici.

La nota, invece, permette al lettore di addentrarsi nella lingua degli autori e nelle trame interne del testo; non tanto per fornire la chiave di un codice (mi sembra una visione un po’ sterile di un commento), quanto per rimarcare la complessità della poesia senza cedere alla banalità o all’oscurità, senza cioè rinunciare all’interpretazione. Chi abbia una pur minima esperienza didattica sa che, davanti a una poesia di un grande autore moderno o contemporaneo, la maggior parte degli studenti o rinuncia a capire (attenzione, non è che, una volta guidato, non capisca: è che proprio crede, per statuto, che la poesia non vada capita ma semmai sentita) o ne dà una lettura più o meno bizzarra legata al proprio vissuto (in altre parole, a quello che gli passa per la testa).

La mediazione deve avvenire non solo tra testo e contesto, come ho sentito dire nelle giornate di Pisa, ma anche e soprattutto tra questi e un pubblico che esiste (o esisterebbe) eccome! Un grande autore può forse permettersi l’oltracotanza di scrivere un libro per un pubblico che non esiste. Un critico, pur se grande, no. Un antologizzatore men che meno: altrimenti, che antologizza a fare?

Mi sembra questo uno dei modi per evitare che tutta la poesia, specie quella contemporanea, appaia uguale e perciò insignificante: prodotto poetico medio, insomma.

Perciò trovo non del tutto incolpevole l’assenza di annotazione che accomuna la maggior parte delle antologie uscite nell’ultimo anno, pur ricche di apparati bibliografici e corredate da acuti saggi o cappelli critici. Capisco le difficoltà tecniche e editoriali: con le note, le misure e i tempi di allestimento lievitano. Vi accennava già Mengaldo nell’introduzione ai suoi Poeti italiani del Novecento (1978), aggiungendo un po’ apoditticamente che un’antologia non scolastica delle note può far a meno (ma ve n’erano, sia pur sporadiche, nella Poesia italiana del Novecento di Sanguineti, precedente certo non scolastico e obiettivo polemico di Mengaldo).

Credo che rinunciare all’annotazione possa implicare due atteggiamenti nei confronti dei destinatari: disinteresse o selezione (cioè dialogo con un pubblico specialistico, in grado di capire da sé). Trovo legittime entrambe le disposizioni, anche se penso che, in questi casi, scrivere un saggio sarebbe meglio che dedicarsi all’antologia.

Non c’è niente di male a rivolgersi a un lettore dotato di competenze simili a quelle dell’autore o del curatore (è così per la maggior parte delle pubblicazioni scientifiche). Solo, mi chiedo quanto segue: se il campo letterario della poesia più originale si riduce allo spazio magari illuminato ma angusto abitato dagli addetti ai lavori, è davvero giustificato l’ottimismo sulla vitalità e la funzione della poesia, sostenuto con una certa vis polemica nell’introduzione alla più notevole antologia di poesia contemporanea del 2005, quella Parola plurale curata tra gli altri da Andrea Cortellessa e Paolo Zublena per l’editore Sossella?








pubblicato da c.benedetti nella rubrica poesia il 27 maggio 2006