Anni solari

Giovanni Stefano Savino



Essere altrove, sempre, e mai là dove
mi vogliono, o mi credono, gli amici,
i parenti, la moglie, i colonnelli,
i sergenti maggiori; a poco a poco,
a scuola, i primi lisci cinque anni,
alla fine dei quali sentenziò,
e aveva ragione, il maestro: "badi,
signora, non adatto a proseguire
gli studi il suo ragazzo", seppi bene
la prima regola, quella dei vermi,
degli insetti, dei deboli animali,
diventare invisibile, osservata
come decalogo, e mai tradita,
ego miles al lato della strada

5 marzo 2002


Come la mamma potessi, la sera,
quando in cucina accendeva il carbone
nella casa di via da Verrazzano,
con la medesima naturalezza
scrivere un verso, soffiando sui segni,
una composizione per intero,
a metà, ma che importa, che comprenda
me, così come sono dentro e fuori,
senza nulla di aggiunto, senza nulla
di falso, senza nulla di inventato;
come paglia la forca tesa in alto
mia vita del passato e del domani,
se del futuro nuvola mi tocchi,
vita che si frantuma e si assicura.

4 settembre 2002


E mangio e bevo e rassegnato scrivo
di vita all’ombra del nulla e del caso;
povero uomo, che so, che riconosco,
a chi mi accosto e con chi mi nascondo?
E le mie sillabe comincio piano
e attentamente a contare, pur sbaglio.
Mi arrendo ostile. Che importa scrittura?
Meno che una nuotata in fosso o in mare,
meno che gonna e canto di Lucia,
quando andavamo a Fiesole e a Maiano,
ed era l’avvenire nella coltre
fredda e calda degli anni, morte e nascita,
nocciolo e polpa di ogni gesto umano,
il papavero in trionfo in mezzo al campo.

24 marzo 2003


Il nostro andare in lacrime ed allegri
coi panni della festa e del lavoro,
ed un piano che suona di lontano
tanto che sento il basso e non il canto,
le note ripetute lente lente,
che rinnovo e indovino, a cui aggiungo
verso trovato in un groviglio verde
di inattesi narcisi, è forse quanto
teniamo a tramandare a un nipote.
Io porto in me con la luna il chiarore
d’uovo sodo diffuso per la stanza
per la campagna all’ombra delle case,
sulla pescaia d’Arno e sulle rive,
sui tetti e sulle pietre in Santa Croce.

21 dicembre 2003


Tu maledici il mio lavoro; toglie
la forza e il tempo a me, a te il ricercato,
dopo trenta anni, incontro. Sono vecchio,
sono cocciuto, sono pronto a dare
con i miei ultimi giorni la traccia
di un sogno che ha radici nella vita.
Cammino al buio e mi perdo, e ritorno
Suoi miei passi; nel dubbio tutto appare
Come ombre in movimento, anche le case
e i cassonetti e gli alberi e i lampioni.
Andando solo, se mi perdo, pago,
senza dover chiedere perdono
e senza dire mi sono sbagliato.

13 febbraio 2004


Io sono un uomo di speranze forti,
se no non scriverei dall’alba a sera.
Disegno zeri alla finestra
Che vedo lacrimare, i miei fratelli:
e mangio e dormo e lavo i panni sporchi…

1 febbraio 2004


Giovanni Stefano Savino è nato a Firenze il 15 ottobre 1920; impiegato, Poste e telegrafi, dal 1938 al 1949; soldato di leva e in seguito trattenuto dal 1940 al 1945; insegnante elementare, scuola media, scuola media superiore, italiano e storia, dal 1949 al 1979; scrive e legge per una radio privata dal 1979 al 1994.
Ha nel cassetto 100 libri di poesia (77 o 106 poesie per libro) scritti a partire dal 1993.
Ha pubblicato Anni solari, poesie scelte, 1996-2002 (Gazebo, 2002) e Anni solari II, poesie scelte, 2002-2004, (Gazebo 2004).








pubblicato da s.nelli nella rubrica poesia il 26 maggio 2006