Contemporanei all’imbecillità

ilprimoamore



Massimiliano Parente. Tu sei stato tra i fondatori di "Nazione indiana", hai cercato di usare la rete per aprire uno spazio autonomo di confronto dove confluissero più energie. Poi ne sei uscito, proprio in coincidenza con il discorso sulla Restaurazione. Com’è stata per te questa esperienza, e quali i suoi limiti?
Antonio Moresco. Per me è stata un’esperienza molto utile e che non considero conclusa. Perché anche lì si possono incontrare tutta una serie di possibilità, di vivacità che si sviluppano nelle persone, e però anche delle paure, delle doppiezze, gelosie, piccole invidie, una mancanza di coraggio nell’essere completamente radicali e diretti. Insomma, le solite cose… C’è chi si sente poco sicuro o ha paura di tagliarsi dei ponti, dei ponticelli che ritiene di avere alle spalle. C’è chi si è attaccato alla canna del gas e ha paura che gli tolgano persino quella. Sarà che io, avendo pubblicato così tardi, l’idea, l’illusione di poter coltivare una mia carrierina come scrittore l’ho completamente bruciata, per me sono passati in altro modo gli anni durante i quali queste cose possono allettare di più, sembrare importanti. Non mi sono mai neppure posto il problema di dover cambiare qualcosa in me per riuscire a entrare dentro queste logiche di appartenenza, di carriera. Non escludo che possa esserci un modo intelligente, non per forza meschino, di muoversi all’interno del mondo culturale, dell’editoria ecc., ma si vede che, in ultima analisi, questo non mi interessa, non sono mai riuscito a metterlo al primo posto. Se è su quel terreno lì che si decide qualcosa, allora cosa me ne importa, su questo terreno non mi interessa stare.

Parente. Ho visto che qualcuno, leggendo le polemiche in rete, sembra quasi rimproverarti di attaccare il sistema editoriale e al contempo di essere pubblicato da editori importanti.
Moresco. Lo so, qualcuno ogni tanto mi dice: "Ma tu che cazzo vuoi? Dici queste cose ma pubblichi da editori importanti!". Sì, certo, pubblico da editori importanti perché, insistendo insistendo, per molti anni, alzando il tiro ogni volta, ho trovato qualche fessura anche là, anche se non mi sembra di avere usurpato niente, che mi sia stato regalato niente.. Però poi, almeno finora, gli "editori importanti", in un modo o nell’altro, mi mettono alla porta, e allora devo caricarmi di nuovo lo zaino in spalla e cercarmi una nuova casa. Perché io non cambio "editori importanti" perché sono capriccioso, volubile, o perché tutti questi editori mi corrono dietro col libretto degli assegni in mano, ma perché dopo un po’ mi percepiscono come un corpo estraneo e mi buttano fuori, perché non sono evidentemente abbastanza "commerciale" per loro, perché mi percepiscono come un elemento di disturbo rispetto alle loro strategie mediatiche e di gruppo. Ma ho pubblicato e continuo a pubblicare anche per editori piccoli e piccolissimi, che per me non sono meno importanti.

Parente. Io, tra l’altro, non vedo un limite nel fatto di pubblicare con editori importanti, al contrario. Hai pubblicato con editori importanti senza smettere mai di metterti di traverso. Sarebbe stato più facile venire risucchiati e assimilati, lasciarsi addomesticare. Sei andato avanti per la tua strada nonostante gli editori, e questa radicalità, questa intransigenza si paga sempre. Moresco. Mi sono messo di traverso perché non è vero – per me come per chiunque altro carichi di bisogni forti la propria attività di scrittore – che il fatto di essere pubblicato da un editore più o meno importante cambi molto. Importante è capire cosa ha cercato di mettere al mondo uno scrittore, non tanto chi lo pubblica. Questo vale anche per gli scrittori del passato. Quando mettiamo in fila i loro libri, ci piacciano o non ci piacciano, ci emozionino o non ci emozionino, il nostro primo pensiero non va certo agli editori che li hanno pubblicati, di cui in genere non conosciamo neppure il nome. Un grosso editore può fare piacere, soprattutto se ti si presenta sotto le vesti di una persona intelligente e sensibile, può aiutarti a rendere un po’ meno difficile, un po’ meno gravosa la strada. Ma in ultima analisi non cambia molto. Non bisogna mai rinunciare a qualcosa per poter pubblicare con un editore importante.

Parente. Eppure c’è la fila di chi fa carte false, è letteralmente e letterariamente il caso di dire, pur di passare dentro il filtro della grande editoria. Seguendo non le proprie urgenze, che probabilmente neppure ha, ma quelle degli editori capaci di dare più denaro, più visibilità, più distribuzione, più successo.
Moresco. Sai… uno che deve cantare, e magari canta lungo una strada, di notte, lo ascoltano quattro persone infreddolite, mentre se uno canta alla Scala… insomma, non è che non faccia differenza! Mi è capitato di sentire persone sbalorditive cantare per le strade, con delle voci incredibili, commoventi, rabbrividenti. La gente passa, pochi si fermano ad ascoltare un po’ e magari a mettere una moneta nel bicchiere di cartone, poi riprendono la loro strada. E quella persona là continua a cantare, per nessuno, da sola. Posso sentirla cantare anch’io, mentre passo, o può succedere, per fortuna, per caso, che passi di lì un intenditore, qualcuno in grado di apprezzare davvero la sua voce e di aiutarla. Ma in genere non succede. Quella voce venuta chissà da dove continua a cantare da sola. L’anno scorso ho sentito una donna russa che cantava per strada con una voce che ti faceva tremare le gambe per l’emozione. Lei non può fare dono del suo talento a un pubblico vasto se canta lungo una strada, ma se non canta neppure lì non può farsi sentire proprio da nessuno. Ecco, questo vale anche per gli scrittori. Se mi fanno cantare alla Scala canto alla Scala, se non mi fanno cantare alla Scala canto per strada. Però continuo a cantare. Questa è la cosa più importante.








pubblicato da a.moresco nella rubrica a voce il 25 maggio 2006