Poeta, sei stato nominato! #4

Tiziano Scarpa



Dopo il convegno sulla poesia che si è svolto a Pisa l’11 e 12 maggio (vedi qui) ho chiesto a tutti i partecipanti di mandare qualche riflessione. Per segnalare che si tratta di interventi collegati darò a ognuno lo stesso titolo seguito da un numero progressivo. Ecco l’intervento di Tiziano Scarpa alla tavola rotonda conclusiva del convegno. C.B.

1. Con la poesia ho rapporti intermittenti. Passano anche lunghi periodi in cui non ne scrivo. Proprio perché entro ed esco (e sto via molto tempo) dalla poesia, credo di riuscire a vedere l’ambiente dei poeti e dei critici di poesia, e gli antologizzatori di poesia, con uno sguardo non troppo coinvolto.

2. Se un antropologo assistesse a questo convegno, che cosa coglierebbe? Gli salterebbe agli occhi soprattutto la cosa fondamentale in atto in queste occasioni: i conflitti che si innescano quando la parola individuale (in questo caso la parola poetica) tenta di assumere un valore collettivo, in totale assenza di legittimazioni (la parola narrativa almeno ha la legittimazione del mercato, ha un pubblico. Quella poetica no). Di questo, in fondo, parliamo quando parliamo di poesia. Di come la parola radicalmente individuale abbia diritto a un accesso comunitario, a un riconoscimento di valore collettivo.

3. Si è sancito il ritiro del mandato sociale ai poeti. Ma io, come lettore, non ho affatto ritirato il mio mandato individuale ai poeti!

4. La singolarità è intollerabile, l’individuo è osceno. A quanto pare è intollerabile e osceno che un io, da solo, con le sue forze, pretenda di dare un contributo alla comunità. Dobbiamo decidere se vogliamo ancora che il singolo contribuisca alla comunità, con le sue energie più disarmate, con la sua nuda parola. Nel frattempo infatti i nostri apparati collettivi funzionano molto bene, sembra che non abbiamo alcun bisogno di apporti individuali.

5. Consumiamo prevalentemente opere d’arte collettive. Prodotti culturali frutto di compromessi, negoziati, contrattazioni. Un film è il risultato di una contrattazione fra produttore, regista, sceneggiatore, attori… Così i dischi, le trasmissioni radio e tivù, videogiochi, i giornali. I frutti non sono necessariamente negativi: dalla collaborazione a volte escono opere migliori.

6. La poesia è uno dei pochi luoghi dove si può ascoltare la parola individuale. In poesia il singolo è unico legislatore del proprio discorso (ancor più del narratore, che deve concedere molte cose a un’idea collettiva di narrazione, alle convenzioni del personaggio, della sintassi e della disposizione degli argomenti). Da qui l’attrito della poesia, nel suo passaggio da parola individuale a pubblica. La poesia è idiolettica, è più difficile che la comunità ne riconosca un valore.

7. (Non mi sfugge che anche il poeta è parlato dalla parola comunitaria, è parlato dal linguaggio. Lo so, lo so. Per favore, non fatemi lezioncine di Novecento! Quel che conta, qui, è che la parola poetica è quella che contiene, oggi, il più alto tasso di singolarità. O di arbitrio individuale, se preferite).

8. Come lettore io non cerco di essere rappresentato dai versi dei poeti. Non leggo poesie per sentirmi dentro un noi. Non leggo poesie per partecipare a un coro, né per cantare un inno.

9. Io leggo poesie per leggere l’altro, voglio conoscere il radicalmente altro da me. Leggo gli altri, non leggo poesie per riconoscermi nelle parole degli altri, non cerco poesie che mi assomiglino, o mi rappresentino, o mi accomunino con il poeta.

10. Le canzoni pop creano un noi, un coro. Con il dispositivo del ritornello che ritorna più volte, istruiscono l’ascoltatore a imparare a memoria parole e melodia, creando idealmente un coro. Inoltre, gli apparati meccanici di diffusione (dischi, radio, sigle, pubblicità, jingle, suonerie di cellulari, ecc.) ripetono le canzoni così tante volte da ritornellizzarle per intero: ce le insegnano, le impariamo anche se non vogliamo. La canzone è un’opera d’arte che si esegue da sola: è nell’aria (ancora più di cinema, tv, videogiochi e altri apparati presso cui bisogna ancora recarsi ad attingere i prodotti culturali che erogano).

11. I cantanti soffrono di solitudine, desiderano creare un coro. Scelgono la forma artistica della canzone per ripetere il loro ritornello, e saltano sul carro dei vincitori, si alleano con gli apparati di riproduzione meccanici che ritornellizzano per intero le loro opere d’arte, le loro canzoni. Noi viviamo acusticamente immersi in un coro ininterrotto.

12. I poeti non soffrono di solitudine, non hanno paura di restare soli con la loro opera, di inerpicarsi per sentieri solitari.

13. È un problema (o uno scrupolo) dell’interprete, non del poeta, quello di traghettare la poesia dall’idiosincratico all’universale, dalla voce al coro. Per quanto lo riguarda, il poeta se ne infischia di dire l’universale.

14. L’interprete di poesia è il funzionario dell’universale, è il burocrate della parola comunitaria. Si incarica di certificare che le parole individuali dei poeti abbiano valore collettivo.

15. Nonostante questo, ci sono inevitabili debolezze umane anche nei poeti, ambizioni di riconoscimento. Desiderano anche loro essere voluti (stimati, ammirati, amati) più che volere (dare forma a un’opera, obbedire innanzitutto all’opera, senza alcuna concessione al mondo). Non avendo pubblico né mercato, l’unico riconoscimento che possono avere è quello dei critici, il plauso e l’inclusione nelle antologie, oltre alla pubblicazione in collane ritenute prestigiose. Anche per questo il conflitto fra poeti e critici, fra portatori della parola individuale e rappresentanti della valutazione collettiva, è più violento che in altri ambienti letterari e culturali. Se non hanno neanche il conforto dei critici, i poeti restano completamente soli.

16. Ci sono alcuni poeti che negli ultimi anni hanno deciso di scrivere prosa, narrativa, conquistandosi un pubblico più ampio dei lettori di poesia. Qualche esempio: Giuseppe Conte, Maurizio Cucchi, Valerio Magrelli, Aldo Nove, Gianmario Villalta. Nessuno, presso i romanzieri di professione o i critici di narrativa, ha mai giudicato sconveniente questo passaggio: si sono valutate le loro opere in prosa senza pregiudizi. È interessante notare che il percorso inverso viene visto con sospetto, non è altrettanto accettabile che un narratore (o meglio, un autore che prima era conosciuto come narratore) pubblichi dei versi. Come mai? Chissà che cosa ne penserebbe un antropologo.

17. Come nella società, anche nella teoria letteraria attuale si mortifica il singolo. Si taccia di narcisismo ogni iniziativa individuale. Si esorta all’autoironia, a non prendersi mai sul serio. Si dà del velleitario ai tentativi di innovazione dei poeti, considerando ormai impossibile innovare, ingenuo, fuori tempo massimo. E d’altro canto si giudica improponibile anche il gruppo, il mettersi insieme avanguardistico, addirittura lo si denigra, lo si definisce "banda", "cricca". Ma allora che cosa vuole la teoria letteraria? Alza le spalle dicendo che di poeti non ce ne sono, che la poesia non è più possibile, dopo avergli tolto la terra sotto i piedi, dopo avere stabilito che la parola individuale non conta niente, e che mettersi insieme e condividere una poetica propugnandola collettivamente è una strategia superata dalla storia. In questo, la teoria letteraria è la perfetta alleata degli apparati di propaganda che privilegiano e diffondono esclusivamente prodotti culturali collettivi: spappolando le possibilità praticabili dai poeti, giudicandole fuori dalla storia e dal presente, si affianca di fatto agli apparati comunitari nel relegare la parola individuale ai margini, nei circuiti residuali.

Appendice

In coda, vorrei elencare brevemente alcuni piccoli espedienti, giusti o sbagliati che siano, che possono aiutare a mettere in circolo la parola individuale, la poesia. Per non fantasticarli in astratto, qui menziono solo quelli che ho praticato realmente, da solo o insieme ad altri.

a) Pubblicare versi fuori da nicchie protette: in siti e riviste dove si trovano anche articoli, saggi, racconti, non soltanto poesie. Gettare le poesie in mezzo ad altri generi di discorsi.

b) Pubblicare poesie in mezzo a un libro di saggi e racconti (cfr. Batticuore fuorilegge), dentro un flusso narrativo (anche Emanuele Trevi lo ha fatto di recente, cfr. I cani del nulla).

c) Chiamare occasionalmente cover le proprie poesie, per diffonderle il più possibile, dichiarandole ispirate a canzoni pop o rock: parassitare il "coro" sociale e mediale delle canzoni (cfr. Nelle galassie oggi come oggi, scritto con Raul Montanari e Aldo Nove). Usare questo cavallo di Troia per fare quante più letture pubbliche possibile, addirittura con accompagnamento musicale pop e rock, essendo consapevolmente pronti a pagare lo scotto di una infezione mediale, intorbidendo il cristallo del progetto poetico puro, del libro di poesia autonomo e sufficiente a sé stesso.

d) Considerare l’alfabeto come uno spartito vocale, un residuo inchiostrato della sostanza fonica, ma anche una sorgente che zampilla suono, e perciò non avere timore di pronunciare a voce alta le proprie poesie in letture sceniche (cfr. le circa duecento letture sceniche di poesia che ho fatto in questi anni). Di più: recitarle nella migliore maniera possibile, espressivamente, senza infliggerle agli ascoltatori con toni monocordi, soporiferi. Leggere teatralmente, nonostante si sia ben consapevoli che per alcuni la poesia (e anche per me, spesso) vive soltanto nella lettura mentale, ideale, platonica che contempla per così dire i puri significati o gli echi intellettuali dei significanti fantasmatici, trasparenti, immateriali, quasi che noi scrivessimo ideogrammi e non grevi traslitterazioni di vocali e consonanti.

e) Non avere paura di tematizzare, addirittura di andare a stanare il referente, di affrontare il riferimento concreto, mettersi di fronte ai correlativi oggettivi dei propri versi, leggere in presenza delle cose e delle situazioni di cui parlano i propri versi, e nominarle, gettargli in faccia i loro nomi: per esempio, andare a leggere un poema che racconta di emergenza rifiuti nei luoghi dove ci sono stati conflitti per l’impianto di una discarica (cfr. Groppi d’amore nella scuraglia).








pubblicato da c.benedetti nella rubrica poesia il 24 maggio 2006