Come si diventa immortali

Tiziano Scarpa



È il mio primo concerto di Elio e le Storie Tese. L’ingresso è gratuito, offerto da Telecom. Il teatro Verdi di Pisa è stipato da ottocento giovani, sui venti-trent’anni, seduti sulle poltroncine di velluto della platea e i cinque ordini di palchi e loggione. Il sipario è chiuso.

Si sente la voce di Elio: "Questa sera il concerto si terrà a sipario chiuso perché siamo stufi di essere apprezzati solo per il nostro aspetto fisico. Vogliamo che venga apprezzata la nostra musica." Risate e applausi allegri del pubblico.

Parte la prima canzone. La suonano tutta dietro il sipario. Nella sottile fessura, sotto la frangia dorata del telone, si vedono le luci colorate svariare sul palcoscenico, come in un normale concerto rock. Lì dietro, Elio canta e si comporta come se niente fosse: annuncia il nome del chitarrista che sta per fare un assolo, incita il pubblico ad alzare le mani, a batterle; e il pubblico, da questa parte, esegue, sebbene separato visivamente dalla band. Partecipa, sì, ma con una certa distanza ironica: ridacchia, gioca a fare il pubblico. È una vera performance di teatro sperimentale eseguita in maniera scanzonata, divertita. Sono cinque minuti stranianti, geniali, nei quali viene messa alla prova l’interazione fra scena e spettatori. Mostra perché la musica da sola non è sufficiente a questa interazione.

È possibile un film muto, una danza silenziosa, ma non è possibile un concerto rock cieco.

Poi il sipario si apre, "perché qui dietro faceva troppo caldo", si giustifica ironicamente Elio. Eseguono le loro canzoni più famose, John Holmes, Il vitello dai piedi di balsa, El Pube, Shpalman, Fossi figo, Discomusic, Cara ti amo, Servi della gleba, Uomini col borsello, Supergiovane, Pippero, La terra dei cachi. Tutto il lessico ha udienza e spazio nei loro testi, riescono a trasformare in canto qualsiasi registro linguistico: fraseologie contemporanee, gerghi di moda, termini generazionali, snodi cervellotici, espressioni e parole che suonano un po’ astruse o ostiche nel testo di una canzone, per esempio "una senzazione illusoria", addirittura "catoblepa"…

Ogni tanto, Elio inserisce nei testi delle canzoni "mi hanno ucciso l’anima", citando la frase vittimistica e patetica di Luciano Moggi rilasciata pochi giorni fa, davanti alle telecamere, allo scoppiare dello scandalo del calcio. Le loro canzoni reggono anche queste intromissioni della cronaca, perché ci sono già tutti i registri e gli stili, dentro.

Attraversano tutti i generi musicali, li citano, li parodizzano, ma anche li impersonano godendoli dall’interno (li ricreano molto bene). Parallelamente, cantano tutti i tipi di parole, e non il numero ristretto di termini "poetici" o specializzati che di solito si sentono nelle canzoni. Nel rock e pop, a ogni stile musicale, infatti, solitamente corrisponde un registro linguistico. L’hip hop privilegia le parole triviali e offensive, l’hard rock quelle infernali e maledette, la canzonetta quelle disimpegnate e mielose, ecc. Elio e le Storie Tese invece non si negano nessun lessico, nessun termine è messo al bando: di conseguenza adottano tutti gli stili musicali, si permettono di indossare qualsiasi genere rock e pop. Per cantare tutto il dicibile, bisogna eseguire tutto il suonabile.

Ma se fosse così, quando Elio e le Storie Tese suonano un brano di rock, nel testo si dovrebbe trovare solo il corrispondente registro lessicale rock (che di solito, per convenzione, è prevalentemente aggressivo e sboccato), mentre in un lento melodico avremmo l’amoroso e sognante, eccetera. Invece dentro ognuno di questi generi musicali Elio ci mette dentro tutto il dicibile lessicale. Alla singola stilizzazione musicale di ciascun brano, insomma, non corrisponde una stilizzazione testuale.

Come mai, allora, questo variare di stili musicali, quando ci si aspetterebbe piuttosto un ipergenere musicale onnicomprensivo? Perché Elio rappresenta il musicista nell’epoca della sua mutazione in ascoltatore, e di conseguenza in critico.

C’è un insuperabile, persistente substrato, nelle ultime generazioni di musicisti rock e pop: sotto lo strato di musicisti, prima di quello strato, sono stati (e rimangono) ascoltatori di rock e pop. E nel suonare rock e pop, non smettono i panni degli ascoltatori: si mettono in scena come ascoltatori. In quanto ascoltatori di rock e pop prima ancora che musicisti, Elio & le Storie Tese suonano tutti i generi del rock e pop e li parodizzano.

Come tutti noi che sediamo qui in sala ad ascoltarli, anche Elio & le Storie Tese sono nati e cresciuti come ascoltatori di rock, pop, reggae, punk, heavy metal, latinoamericana, disco dance, ambient music, elettronica, melodico, ecc. Da ascoltatori, alcuni generi li hanno amati, ammirati; altri li hanno subiti e odiati. Appartengono a una generazione esposta a un panorama ricchissimo, massiccio, indifferenziato, non selettivo, di numerosi stili e generi, coesistenti e quasi intercambiabili: stili e generi che si possono ascoltare tutti, anche senza adottare gli stili di vita che ciascuno di essi presuppone, o la mentalità che propugna. Si può ascoltare punk senza essere anarchici, reggae senza fumare marijuana, hip hop senza girare per le strade armati…

Le ultime due generazioni hanno vissuto il rock, pop, punk, reggae, dark, salsa, progressive, grunge, trip hop, melodico ecc. da ascoltatori puri. Con un’adesione ambivalente, coinvolta e distante: un misto di piacere, desiderio di emulazione e insofferenza.

Un paio di generazioni non selettive, che hanno semplicemente ascoltato, hanno ascoltato tutto, senza scegliere un unico stile musicale né un genere totalizzante, senza mai impersonarne il corrispondente stile di vita. Generazioni di ascoltatori puri, di consumatori di musiche, al plurale. Ascoltatori sui quali non ha fatto presa la proposta integralista da parte dei differenti stili musicali: se si vuole, ascoltatori che, saggiamente, hanno da tempo scoperto l’inghippo, la truffa, the great rock’n’roll swindle, l’impostura dell’equivalenza fra genere musicale e stile di vita, del passage à l’acte fra opera e scelta, fra ideologia e vita.

Il godimento collettivo che si celebra in questo concerto, dunque, è l’amore diffidente (e la schietta irrisione) riservato a ciascun genere o sottogenere del rock e del pop, e in definitiva la superiorità dell’ascoltatore sull’enorme potenza dell’apparato mediale che diffonde la musica del nostro tempo invadendo la vita degli ascoltatori. "Avete invaso soltanto il nostro ascolto, il nostro campo uditivo, ma non le nostre vite", si afferma qui.

"Siamo venuti al mondo in quest’epoca, ma siamo superiori alla nostra epoca", si canta in questa sala, "non le apparteniamo completamente, nonostante la sua enorme potenza invasiva".

Ma chi è veramente superiore a chi? Non è l’epoca stessa che, proprio in quanto offre l’equivalenza fra gli stili e dunque fra le scelte di vita, incoraggia l’impossibilità di scegliere un unico stile di vita, una coerenza etica, una vocazione? Non è proprio l’epoca che offre la pluralità incoraggiando a un consumo indefferenziato, ininterrotto, disincantato e non impegnativo di ciascun singolo prodotto? Cioè il consumo di tutti i prodotti e nessun prodotto. Non è forse l’epoca che strizza l’occhio al pubblico proponendo un’infinità di cosiddetti eventi (si prenda questo termine nell’accezione con cui è enfatizzato dalla pubblicità, dagli uffici stampa, ecc.), sapendo benissimo che verranno recepiti dagli ormai scafati consumatori come semplici prodotti culturali che non chiedono nient’altro che un’adesione parziale, momentaneamente euforica ma anche diffidente e scherzosa, scherzosa quel tanto che basta a passare senza problemi allo stile successivo, al prodotto culturale successivo?

In questo modo non si resta fedeli a nulla, ci si affeziona o si dileggia qualsiasi cosa per non rischiare il fallimento dentro un’unica forma di vita. Per non assumere nessuna forma. La notevolissima proteiformità musicale di Elio e le Storie Tese, la loro eccezionale capacità di impersonare impeccabilmente stili e generi diversi, mentre i testi se ne distanziano sarcasticamente, è una strategia per scavalcare quest’epoca, tutte le epoche, per non morire dentro una moda, uno stile, un genere. Per non rischiare mai fino in fondo una forma. Per non essere mortali. Per non morire mai.

Uno dei bis del concerto è l’aria di Figaro dal Barbiere di Siviglia. Il gruppo la esegue con sonorità rock (un po’ come facevano i New Trolls del Concerto grosso), Elio canta con voce possente. Dunque, contrariamente a quanto si pensa solitamente, il riferimento primario, la lontana radice di questo gruppo è Gioacchino Rossini, ancor prima di Frank Zappa! Rossini è il musicista della parodizzazione dei generi e stili dell’opera lirica settecentesca, è l’estrema propaggine del Settecento prima dell’avvento della solennità romantica: attraverso la parodia (ovvero attraverso la creazione vissuta come critica), il rifacimento, la stilizzazione manieristica (che pure a volte può essere anche molto "sentita", piena di pathos: quindi non soltanto il manierismo denigratorio), attraverso la composizione come risonanza, come riflessività, come reazione a un’esposizione, come conseguenza di un ascolto, il musicista si pone sullo stesso piano dell’ascoltatore, si dichiara ascoltatore prima ancora che compositore.

A guardarli bene, però, anche questi giovani sono molto stilizzati. Vestiti casual ma senza eccessi, con pochi piercing, acconciature non stravaganti. Ho visto anche una maglietta NO LOGO.

In definitiva, non sono molto diversi da Elio & le Storie Tese (e nemmeno da me), che pure hanno quindici o vent’anni più di loro. Sono ragazzi perbene, non troppo regolari, non certo conformisti in giacca e cravatta, ma nemmeno troppo eccentrici. Il contatto visivo fra scena e pubblico, l’apertura del sipario era (ovviamente) essenziale per dichiarare questa specularità di vestiario, modo di muoversi, di porsi nei confronti della musica, dei generi musicali, dell’epoca e le sue mode, le sue forme.

La battuta sull’aspetto fisico non era poi così scherzosa! Questo pubblico apprezza proprio l’aspetto fisico di Elio e le Storie Tese, la loro stilizzazione del non-stile, il loro non sembrare affatto una band rock o pop, ma dei comuni ascoltatori di rock e pop. E man mano che avanzano con l’età e non sono più giovani (non sono più giovanilistici), ciò spicca ancora meglio.

Elio è un giovane uomo come tanti che, se vuole, con tutta la competenza e il talento musicale che ha, può giocare a fare il cantante rock, salsa, melodico, dance, imitandolo perfettamente con affetto disincantato o con il piacere sarcastico della caricatura… Specularmente, il pubblico può giocare a fare l’ascoltatore rock, salsa, melodico, dance, con un ascolto affettuosamente disincantato o un applauso di sfottò al genere musicale…

Le parodie di Elio e le Storie Tese non sono sempre del tutto denigratorie: c’è un forte piacere nel riprodurre generi e stili che si sono amati. Elio e le Storie Tese insomma impersonano l’epopea dell’ascoltatore, dell’ascoltatore suonante, risonante, che vibra per vicinanza a una fonte sonora, risuona come una cassa armonica, e la critica dall’interno con testi assolutamente non convenzionali, non appartenenti a quel genere di musica (rock, pop, melodica, salsa, ecc.).

Oltre al talento musicale, oltre alla simpatia carismatica e alla genialità dei testi, Elio e le Storie Tese sono molto amati per il loro atteggiamento verso la musica del nostro tempo: sono amati perché si mettono allo stesso livello dell’ascoltatore, sono musicisti ma prima di tutto ascoltatori, e ascoltatori critici, di volta in volta affettuosi, nostalgici, insofferenti, denigratori. Mostrano i sintomi della reazione psicosomatica di un gruppo di ascoltatori esposti alla musica rock e pop degli ultimi trent’anni, la reazione di ascoltatori che sanno anche suonare (ma che siano musicisti, paradossalmente, è secondario).

È come se le canzoni le componesse il pubblico, questo pubblico consumatore onnivoro di tutti i generi e stili, è come se le canzoni contenessero anche la quantità di commenti e di reazioni emotivo-intellettuali che si hanno quando si ascolta un certo genere musicale: contengono anche il loro ascolto, la loro riflessione. Da qui provengono i debordamenti ipermetri, il "cantaparlare" di Elio che stipa lunghissime frasi pronunciate rapidamente, dove ci sarebbe spazio per un verso di poche sillabe: sono il segno dell’ascolto riflessivo, della critica di ciò che si sta sentendo e addirittura suonando. Cantano la protezione ironica degli ascoltatori nei confronti della musica pop e rock. Non si lasciano possedere integralisticamente da nessuno stile musicale, da nessuno stile di vita, se non dall’iperstile che critica e denigra e gode e comprende e imita tutti gli stili. Rinunciano all’originalità ingenua, primaria, in cambio di una metaoriginalità critica. Si atteggiano a superiori nei confronti della musica della loro epoca, senza accorgersi che questo è esattamente il modo per goderla e consumarla tutta rimanendoci ininterrottamente inchiodati.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 22 maggio 2006