Lettera a Roberto Denti

Antonio Moresco



Caro Roberto,

ho appena letto sul giornale che saresti morto e allora ti scrivo questa piccola lettera dalla costa, per salutarti e per ringraziarti.
I giornali, si sa, non sempre dicono la verità, e quando la dicono non la dicono tutta. Perciò non so bene quale credito dare a questa notizia, non so dove sei in questo momento e neppure se ti stanno arrivando le mie parole.
Ho da dirti questo:
Io non sapevo niente di te, e tu niente di me. Nella mia ignoranza, non sapevo neppure che tu esistessi. Poi, sei anni fa, le nostre strade si sono incrociate e noi ci siamo incontrati. Io avevo pubblicato da Einaudi un piccolo libro intitolato Le favole della Maria, che avevo scritto 25 anni prima per mia figlia Maria, quando era bambina, e che raccoglieva alcune delle favole che le raccontavo accompagnandola a scuola. Questo piccolo libro era finito tra le tue mani, ti era piaciuto molto e, per merito tuo, avevo vinto, a 60 anni, il primo premio letterario che mai avessi vinto nella mia vita di scrittore, un premio dedicato alla letteratura per l’infanzia, il Premio Andersen, di cui sono fiero.
“Che strano…” mi ero detto allora “Ho già pubblicato una ventina di libri, alcuni anche molto voluminosi e usciti persino presso grossi editori, eppure il primo premio che ricevo è per uno smilzo libro di favole. Chissà come mai? Chissà perché è bastato che, per una sola volta, pubblicassi un libro che esce dal solito circuito dei letterati italiani che presidiano giornali e premi perché avvenisse immediatamente il riconoscimento?”
Poi ti ho incontrato di persona e allora ho capito meglio la ragione. Eri molto anziano eppure avevi la freschezza di sguardo, la passione e l’irruenza di un bambino. Non ti entusiasmava la letteratura edificante che i cosiddetti adulti scrivono a volte per -o sui- bambini, dove viene usato il mezzo della favola solo per edificare, depotenziare e annacquare. La prima cosa che mi hai detto è stata che tu eri collodiano, non deamicisiano. E perciò (dico io) poco “italiano”.
“Questo invece è un libro per bambini, un vero e scatenato libro per bambini” mi hai detto “Ne escono pochi, ne esce uno ogni tanto, quando va bene.”
Poi ho potuto conoscere il tuo enorme lavoro, diretto e indiretto, nel campo della letteratura dell’infanzia, la tua enorme passione.
Ci siamo rivisti al Festivaletteratura di Mantova, dove due o tre anni fa abbiamo fatto un incontro insieme e si è parlato del tuo lavoro, della tua vita e della tua dedizione, e anche del mio piccolo libro di favole. C’era con te tua moglie, che si è seduta in prima fila e che esultava e si commuoveva mentre parlavamo, anche lei con la sensibilità e la freschezza di una bambina.
Sono molte le persone che ti devono qualcosa, che ti devono molto. Io sono una di queste.
Se si tirano su i bambini come degli scafati, opportunisti e cinici adulti, non c’è poi da stupirsi che l’italia sia così piena di adulti (scusa l’espressione, ma so che tu non sei un tipo paludato e che non hai paura di dire pane al pane) di merda.
C’è nella nostra lingua un’espressione speciale. Questa espressione è: “Una bella persona”. Viene usata continuamente, a destra e a manca, e alle persone ipersensibili e stupide come me crea dolore vedere come venga quasi sempre usata a sproposito, come le persone non si rendano conto -o non vogliano rendersi conto- di cosa ci sia in realtà dietro certe maschere.
Tu sei una delle poche persone che ho conosciuto che meritino questo raro elogio e questa elezione.
Una bella persona.
Ti saluto e ti abbraccio forte.
Arrivederci,
Antonio








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 23 maggio 2013