La geografia commossa

Franco Arminio



E’ da oggi nelle librerie Geografia commossa dell’Italia interna (Mondadori) di Franco Arminio. Anche questo titolo orbita intorno alla “paesologia”, che è invenzione di Arminio. Tuttavia, come gli altri suoi testi, pur radicandosi a una meditazione sul territorio, a un racconto sui paesi dell’Irpinia e del sud, Geografia commossa diventa uno sguardo sull’Italia intera, sugli italiani, sulla politica, sulla poesia, sulla vita in tutte le sue forme. (s. n.)

Dalla sezione Saggi deliranti e facoltativi, le prime due pagine:


L’Italia interna mi commuove, l’ho trovata al Sud e al Nord, a Oriente e a Occidente, esco a trovare l’Italia interna come si esce a trovare la farfalla vista il giorno prima.

La luce è cambiata, la casa cantoniera è più scura, la pala eolica non gira, da un pullman scendono le ragazze del liceo, più avanti trovo un bar di quelli messi in certi incroci di campagna, i bar dove stanno contadini ed emigranti che sono tornati dalla Svizzera, più avanti sei dentro un paese e non capisci perché la casa comunale è tanto brutta, ma non è questa la notizia, esco fuori, trovo le vacche, trovo un supermercato, poi un trattore che ara la terra, l’Italia interna ha ancora molta terra, d’estate la cerco per distendermi, ho la terra anche nella mia testa, posso darla a chi vuole piantarci qualcosa, diventeremo nuovamente tutti contadini, anche chi scrive versi, chi suona, chi insegna, con la terra che abbiamo in testa non siamo ricchi, ma c’è di che vivere, possiamo farlo se crediamo alla forza dei luoghi e alla loro onestà, allora allentiamo la morsa del giudizio e dell’attesa, camminiamo, cerchiamo di salire sulla sella che divide una valle da un’altra, coltiviamo la terra più dell’isteria e il coltivare qui intende anche solo un guardare, un indugiare nel paesaggio, un radunarsi e mettersi in cammino per arrivare a una chiesetta, a una masseria, al limite di un bosco, arrivare e ascoltarsi, fertilizzare la terra con l’ascolto, abbiamo pensato troppo ai guasti del nostro Sud e ora hanno imparato il lamento anche al Nord.

Io sono rassegnato al mio disagio, ma non a quello dell’Italia interna, ci vorranno pochi anni e si compirà il miracolo e avremo la serietà di difenderlo, non torneremo indietro dove eravamo. Quando critico la modernità penso a quella rozza che ci hanno propinato i politici e gli economisti, ma c’è una visione dell’uomo più dolce, più quieta, c’è una visione perplessa a cui dobbiamo affidarci e ci viene da tante esperienze di vita e di pensiero che sono qui tra noi.

La storia non è finita, ma ora non è più la storia delle idee e delle persone, siamo nella storia dei luoghi e la poesia e la politica devono governare assieme i luoghi, la politica con lo sguardo delle regole, la poesia con le regole dello sguardo.

La paesologia canta il dimesso, l’usuale, il bordo, il punto morto. Invece la poesia è il tentativo di spingere il linguaggio al massimo punto di intensità.Da una parte l’idea di seguire le piccole spinte del momento, lavarsi i denti, salutare qualcuno, guardare quella persona per un attimo in più, dare attenzione alla macchina parcheggiata. Dall’altra la tensione all’invisibile, la sensazione che la vita non può essere quello che vediamo, quello che ci accade.

Un paese essenzialmente è un luogo in cui circolano brutte notizie.

Certi paesi somigliano al dito di un piede che sbuca da un calzino rotto. La smagliatura è importante come la tessitura. Il tempo perso è importante come il tempo guadagnato, il paesaggio ben tenuto è importante come il paesaggio sprecato. I paesi non devono vivere per forza. Alcuni possono vivere e altri possono morire. I ragazzi non devono per forza rimanere nei loro paesi. Devono semplicemente essere messi in condizione di scegliere tra un qui e un altrove.

Non aspettare il terribile che ti aspetta. Pensa che hanno già spezzato una gamba a una formica, una foglia è caduta. Fatti girare la testa velocemente e poi fermala, apri gli occhi a caso, davanti a te c’è una scena del mondo, una qualunque, vedi quanto è preziosa, vedila bene, con calma, tieni la testa ferma, rallenta il giro del sangue. Che meraviglia che sia mattina, che ha smesso di piovere.

Il nostro tentativo non dovrebbe essere evadere dalle incombenze quotidiane, ma elevarle, sentire il lirismo che c’è in esse: il miracolo di alzarsi e sedersi su una panchina, qualcuno che ci manda una parola da lontano, il vento che annuncia la primavera.

Nei paesi ci sono espressioni di grande eleganza. Tipo: Anna e Michele si sono messi insieme.

I luoghi, come le persone, possono essere attraversati, ma mai raggiunti. Non si arriva mai, non si sta mai in un luogo. La permanenza è sempreuna condizione immaginaria. La vita è sempre una faccenda di apparizioni. Si appare a qualcuno, ci appare qualcuno.

Cos’è rimasto di questi paesi? Sono rimasti gli infissi, si può fare un museo degli infissi. Ecco il portone antico, la finestra di alluminio, ecco il garage, la porta bianca, la porta grigia, la porta marrone. Dietro ogni infisso non c’è nessuno, esattamente come dietro ogni lapide al cimitero. Potevano rimanere tante cose dei paesi e sono rimasti gli infissi.

Mai una tregua, mai una tregua con nessuno. Se provi a darti rigore sembra che stai dietro solo ai fatti tuoi. E se vai dietro agli altri pare che non hai rigore. Ci vuole una tregua in mezzo al mondo, ci vuole una grande resa.

Cerca continuamente parole migliori, senza credere troppo né alle tue né a quelle degli altri. La parola non è una merce da prendere al mercato. Le parole migliori quando le pronunciamo hanno il fiato della paura e della contentezza, non sono le parole per amministrare la giornata.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 21 maggio 2013