Il divano

Orazio Labbate



Doveva ammazzarsi sul divano, e il cielo, scuro, era il giorno giusto.

Squadrò le linee dei palmi sotto una luce gialla che proveniva da fuori. Un cane maculato, nella boulevard, gemeva sotto i colpi della copulazione aspra, la cagna perdeva sangue lungo la zampa sinistra. Il ragazzo si affacciò alla finestra e sorrise. Mite, era mite. Dietro di lui, sul bracciolo del divano, riposavano pillole bicolore, un vegetale selvaggio senza radice e una specie di cucchiaino piegato, il cui fondo bruciato era di un marrone annerito.

Rinfilò la testa dentro la camera. Fece discendere le persiane. Dai fori rettangolari, come in una cella urbana, entrava la strada; i colori artificiali che, fulminei, dentro un tubo fittizio di luce, raggiungevano punti sparsi della camera, l’aggressione del freddo della notte e una brevissima scossa di vento che rappresentava l’aria. Aveva dolori al cranio. Raggiunse il frigo, passando per il divano, prese un pacco di piselli surgelati e lo applicò sulla testa. I piselli gelati prima della morte, pensava. La morte deve essere ghiacciata. Si sedette per respirare. Il divano era sgualcito, pendevano alcuni frammenti di pelle e le zone dove soleva sedersi, usurate, scolorivano. Gli occhi appesantiti sembravano dormire. Li chinò su quel mostro di cuoio americano dove lei aveva aperto le cosce e lui ne aveva ricollegato la vita. Aprì le narici come per riavere l’orgasmo e il suo odore ramato. La carne di April che doveva essere di proprietà del divano e invece era stata, di lui, in affitto. Tremò. Dalla porta di ingresso si sentivano le scale abbattute dalle scarpe di un uomo pesante. Perse il ricordo e l’idea della vagina nella collezione di pensieri che stava divorando. Bevve un sorso d’acqua interrompendo la deglutizione. Con la mano sinistra si toccò l’esofago. Le prese elettriche della cucina sfiatavano e brillavano di lucine e scintille. Si sentì in dovere di sorridere e riaprì le labbra dentro quel buio circoscritto.

Lei era andata via alcuni mesi fa.

Il divano nascondeva i suoi capelli, quelli tinti, quelli naturali, il profumo di quelli non lavati e di quelli di balsamo. Il sangue delle mestruazioni confuso con la pelle e mischiato didentro la materia, come una sostanza fabbricata, venduta col divano stesso. Ci si inginocchiò davanti. Prese a morderne i grandi cuscini. Un dente traballò. Asciugò la sua bava intrisa di liquido gengivale. Tossì mentre piangeva.

Lei sessanta giorni addietro incrociava le gambe e poi, intirizzita, elettrica, si sdraiava supina. Lui le prendeva le ossa, affusolate come quelle di un piccione, e annusava. Candida di gravidanza. Con la pancia ancora piatta ma con un germe all’interno che succhiava gli alimenti, che si rivedeva, forse, lucente e divino in quell’abito placentare. Il ragazzo gliela baciava. Forse qualcuno l’avrebbe capito, forse nessuno può capire un bacio dato a un germe.

Forse non lo sentiva neppure April.

Si abbandonò al divano, si arrampicò al bracciolo spoglio. I capelli crollarono mentre su un fianco, disteso, si era rannicchiato. Davanti a lui il tavolo, silenzioso, ospitava una mela, un accendino e gli elastici di April. Li brucerei tutti, mi brucerei assieme agli elastici, borbottava con la voce strozzata. Sapeva come incendiarsi, come far cessare tutto quello spazio. Quell’assenza. Dalla stanza adiacente qualcuno aveva acceso un fiammifero. Il suono fece rabbrividire James. Cominciò a muovere i piedi, battendoli come un epilettico. Infastidito dall’incubazione del silenzio dentro lo spazio. Troppi ricordi in un territorio dove il loro peso schiacciava il suo essere una creatura vergine, abbandonata.

La creazione dell’abbandono che ritorna al tempo in cui fa parte della nascita.

Lei aveva dimenticato come guardarlo. La pancia era ovale. Si trascinava con le ciabatte. Lui aveva mal di stomaco. Dei vermi lo laceravano e raggiungevano la gola e non gli permettevano di masticare. Le orbite svuotate. I sentimenti che dall’altra parte deflagrano. Fissava le dita dei piedi nudi. Gli archi che formavano le ossa. La stranezza di quelle protuberanze alla base del corpo. April in piedi che risplendeva in due anime, una didentro, e l’altra che veniva vomitata. La notte l’uno di fianco all’altro, blu, metallici, incastonati nello stesso letto. Divisi dai loro corpi, dalle pieghe dei muscoli, da una coperta rattrappita nella forma di una colonna. Il telefono squillava a vuoto mentre il colore dello schermo stonava. Il verde nel buio e gli occhi di lui di nuovo pieni verso la luce.

Si alzò dal divano. Andò in bagno, decise di essere pronto per ammazzarsi. Cominciò a contare i denti del pettine. Mise gli occhiali da sole. Vide il lampadario scuro, più scuro. Vide montagne che crescevano in fiumi dentro il soggiorno. Vide il neonato, suo figlio, che non avrebbe mai visto, anche lui più scuro. E poi rivide sua madre capace di dirgli che il dio dei cieli li avrebbe riuniti in un cielo più scuro. Cominciò a mordere la mela. Forte sino a farne schiumare la polpa e sentirla prossima alla consunzione. Le lenti dei Ray-Ban fumose rabbuiavano il frutto e lo facevano marcio.

Bussarono.

Oltre la porta, nessuno. Vide il corridoio, lungo, che portava alle scale e poi l’ascensore che si aprì e si ripiegò. Chiuse la porta a chiave. Accese la radio, le stazioni non cantavano, le note grattugiavano.

Pillole o piante?

Tornato al divano le raccolse dal bracciolo.

Le mise in tasca. Indossava ancora gli occhiali da sole.

Lei, nell’ultimo periodo, non voleva che lui la toccasse. Allontanava il suo viso alieno, la mano pesante dal grembo. Il feto non poteva nascere con lui come padre. La pancia era, adesso, gonfia. La creatura bussava, la minuta femmina, la figlia dell’uomo solo. Calciava le pareti della madre. L’uscita terrificante. Lui la pregò di non andare via. Di rimanere. Le cose mi uccideranno, April, tutto questo posto ormai ha la nostra malattia, le gridò! Non lo ascoltò. Fece le valigie. E dopo la porta si disperse dentro l’ascensore. Lui riuscì a non dimenticare l’ombra incinta di April. Le immagini sfuocate, passate, hanno sempre successo per scavare una nuova solitudine.

Inquiete immagini rosa.

Riempì un bicchiere di vino. Pose sotto la luce del lampadario le pillole e la cicuta. Il blu delle lenti si spegneva. Tracannò un terzo bicchiere di vino. Dal vetro verde della bottiglia galleggiava il mare, la scosse perché ne potesse vedere le bolle piccole didentro; come formiche vinaccia che affogavano nel liquame. E l’effetto d’incantamento passava.

Provò a chiamare a casa della madre, ma non c’era. April era scomparsa. Adesso doveva farlo anche a lui. Il divano era ancora lì. Il divano non doveva saperlo. Lo sollevò e lo bagnò di whisky. Ne accese le estremità così che le fiamme avessero poi raggiunto il cuore, le molle rugginose e piano piano arso quel mostro americano. La pelle bruciava come una bestia di cuoio che muggiva. Addio ai capelli di April, addio al profumo e all’antimateria di April in quel segmento di pelle marrone e addio all’amore sottoforma di divano. Gli si illuminarono gli occhi, dentro le pupille saltavano braci rosse, le scintille sembravano incurvarsi senza alzarsi e l’orgasmo era l’incendio e il combattimento della cosa che era l’amore. Poi, mentre tutta la stanza brillava di un altro giorno, il cielo, scuro, in quei minuti s’avvampò e lui mangiò le pillole. Si chiedeva, mentre moriva, perché lei fosse andata via. Cosa aveva fatto per meritarsi la solitudine?

Perché quel divano non si consumava?








pubblicato da a.moresco nella rubrica racconti il 20 maggio 2013