La vischiosità

di Roberto Gerace



Che cosa succede quando un ex personaggio televisivo fa del suo blog la fucina di un nuovo movimento politico, apartitico e deideologizzato, che cresce sull’onda dell’indignazione per il degrado della classe politica italiana, che si fa megafono di una domanda incalzante di democrazia diretta in rete e che infine vince le elezioni?

Vincenzo Latronico, La mentalità dell’alveare, da poco uscito per Bompiani (pp. 201, euro 12.50), prova a darci una risposta circostanziata e complessa. In questo “pamphlet di intervento politico in forma narrativa”, come lo definisce l’autore, Beppe Grillo diventa Pino Calabrò, il Movimento 5 Stelle viene chiamato la “Rete dei Volenterosi” e i grillini si trasformano in “calabroni”, ma la sostanza non cambia. Con un’unica differenza notevole: nella finzione i movimentisti raggiungono il 30% e governano davvero il Paese.

Se è vero che i romanzi sono importanti non per le risposte che danno ai problemi che già conosciamo, ma per come risegmentano e riformulano le domande stesse che ci poniamo ogni giorno, allora questo nuovo librodi Latronico è interessante non solo per la tesi che sostiene (sacrosanta a mio avviso - ma con cui si può discordare): ossia che la democrazia diretta in rete, per come attualmente la conosciamo nel suo esempio più familiare, quello del M5S, rischia di diventare una macchina che oblitera e opprime le istanze complesse della dialettica e della casistica particolare, della sfumatura e della mediazione, cui la politica è sempre chiamata a dar voce. Ma soprattutto per l’accuratezza e la sensibilità con cui la narrazione chiarisce i termini dello scontro politico in atto.

Troppe volte il saggio è stato reputato, nel confronto col romanzo, la forma analitica per eccellenza. E infatti, nella prefazione, Latronico sente la necessità di giustificare la forma narrativa nell’economia di un discorso fondamentalmente argomentativo. Ma siamo sicuri di doverla giustificare? Siamo stati abituati dalle parabole cristiane e dagli exempla medievali all’idea che la gnome, la nozione sapienziale, venisse prima del racconto del caso particolare. Ma non è, invece, a volte, proprio il caso particolare quello che a colpi di induzione ci porta alla formulazione generale? Tanto per dirne una, la scienza moderna è nata così: da una mela che cade da un albero.

Ecco il caso particolare: Leonardo Negri e Camilla Ottolenghi sono “calabroni” di vecchia data e hanno entrambi votato con entusiasmo una legge che impedisce il pignoramento della prima casa, che è stata anche la prima grande battaglia politica vinta dalla Rete dei Volenterosi. I due stanno insieme da dieci anni, sono sposati da quasi due e cominciano a ipotizzare di metter su famiglia, ma hanno bisogno di una casa abbastanza grande. Leonardo fa il ricercatore precario di Storia economica, Camilla lavora nel sociale, nessuno dei due è ricco di famiglia: c’è bisogno di un mutuo. In seguito alla legge antipignoramento, tuttavia, le banche, sottoposte al grosso rischio di insolvenza, hanno deciso di aumentare al 9% il tasso sulla prima casa. I prezzi degli immobili sono scesi, è vero, ma a Torino, Roma e Milano (dove i due protagonisti vivono), lo scarto non è stato significativo: un appartamento in piazzale Segrino richiede comunque una rata mensile di più di mille e seicento euro.

“’Non ce li abbiamo, Leo.’ ’No, non ce li abbiamo.’”

Che fare? Semplice: intestarsi un pezzettino del trilocale della mamma a Rosignano Solvay, spostare la residenza lì e comprare l’appartamento a Milano con un tasso da seconda casa del 3,5%. Decisione sofferta, risoluzione necessaria: altrimenti? Leonardo apre una Onlus deputata a mediare, imitando la sua esperienza, i casi di interessi troppo alti sull’acquisto della prima casa. Camilla, eletta consigliere comunale, va incontro a un rapido favore e alla promessa di una soddisfacente – e spossante – carriera politica.

Il caso alla lunga non può che scoppiare. Nonostante la protezione dell’amico e consigliere Filippo Barbarelli, un articolo di Leonardo sul Guardian – titolato male dalla redazione inglese e riassunto peggio dalle fonti italiane – funziona da motivo detonatore: sull’Alveare, il forum del movimento, si scatenano i commenti dissacratori e gli inviti a espellerlo.

La massa della Rete non legge l’articolo per intero, fraintende il travisato, sbotta spazientita, insulta, fa dietrologia spicciola a colpi di neretti e corsivi, sommerge in un mare di battute di una riga chi tenta coi suoi interventi, improponibilmente lunghi venti righe, di spiegare, di circostanziare. Anzi, la complessità stessa delle motivazioni viene quasi automaticamente sentita come giustificazione di un reato già dato per commesso e già condannato.

L’uso spasmodico dei neretti è in qualche modo la sintesi di questo atteggiamento incapace di una lettura attenta, semplificatorio, italianissimo, che ascolta solo chi carica il tono come una volta ascoltava chi gridava sussultando da un balcone; o, al contrario, dietrologista fino alla paranoia, disposto a leggere solo ed esclusivamente tra le righe e mai dentro di esse, come se la parola diretta fosse diventata uno scandalo impensabile e una chimera, oppure il volto compiacente della truffa. Invece è proprio il neretto la truffa! Chissà, forse un giorno si misurerà la civiltà di un popolo dall’uso che farà dei neretti.

Ecco allora, descritto mirabilmente in queste pagine, quello che succede nel cervello della massa durante una discussione incalzata da sempre nuovi commenti, e quali possono essere – se ci sono – le armi che il singolo può opporle per rivendicare il proprio spazio di indipendenza, di legittimità e (in definitiva di questo si tratta) di umanità:

“’Sembra che Boemo [un consigliere comunale della destra, n.d.r.] lo faccia apposta’ si era trasformato in ’Chiaramente è contro di noi’. ’Certo che un iscritto alla Rete poteva anche evitare di prenderlo come unico esempio in un articolo sulla stampa estera’ era diventato ’Chissà a chi risponde quel Negri’, poi ’È evidente che ha in mente di screditarci all’estero’ e infine ’Infiltrato’. Il passo seguente, con ogni probabilità, sarebbe stato una Consultazione per espellerlo dalla Rete dei Volenterosi. Sedendosi al computer alle nove e quaranta di mattina, nella biblioteca deserta, Leonardo sperò di essere in tempo per fermare quello smottamento prima che si facesse valanga. Iniziò – Mi rendo conto; ma dopo aver sostato una ventina di secondi ci ripensò, era troppo formale. Oppure: Come ormai saprete; ma certo che lo sapevano, suona ipocrita, non va bene. O anche: È successo che; impersonale, astratto: non era successo, aveva fatto una cazzata. Ho fatto una cazzata. Ecco, già meglio. Ma quale, di preciso?”

Ricordo ancora il commento immediato di Beppe Grillo all’indomani del risultato delle elezioni: “la Rete ha vinto!” Mi è venuto un brivido: chi è, di preciso, la Rete? Ho sempre provato una naturale diffidenza per quelli che parlano di sé in terza persona. Il primo credo sia stato Giulio Cesare. Non era poi tanto diverso, a guardar bene, il diktat di Monti: “ce lo chiede l’Europa”, oppure anche “spiacente baby, è la Tecnica”. Ma chi è la Tecnica, chi è la Rete? Quale progetto politico vota chi vota la Rete? La Rete è d’accordo con se stessa? Anche la Rete, anche l’Alveare, come la bomba atomica di Günther Anders, è troppo perfetta per non essere lasciata imperversare e ronzare?

Oltre alla connotazione ronzante del chiacchiericcio invadente del web, la metafora dell’alveare funziona anche in altri sensi. I protagonisti di questo libro si trovano a dover tenere conto di un’infinita serie di sottigliezze: la difficile autoanalisi morale, i complicati rapporti fra vita privata e vita pubblica, il delicato gioco degli stati d’animo della base elettorale e il dire e non dire della comune pratica politica, il dettaglio che sfugge, l’email cancellata per sbaglio, il vero e proprio caso sfortunato. Dall’altra parte, la Rete emana giudizi grossolani e ci mette meno di un attimo a farti fuori al primo sospetto. La Rete dei Volenterosi è allora più che altro, letteralmente, un cappio, uno spropositato istinto di morte: ecco la sua intima contraddizione; come un alveare in cui metti la mano e che ti lascia per sempre intrappolato nella sua sostanza vischiosa. Tu provi a scrollartela di dosso, “ma no”, ci dice Latronico, “niente resta alle spalle”. Credevi di essere da una parte, magari in vacanza al mare, e invece sei da tutt’altra parte, nell’epicentro del tuo personale terremoto biografico.

Latronico scrive molto bene, i suoi libri si leggono d’un fiato e non sono mai banali. A intrappolarti nel testo c’è anche una specie di struttura a "legame aperto” dei paragrafi: spesso si parla di una cosa e improvvisamente viene focalizzato un dettaglio che a prima vista non c’entra niente. Nel bel mezzo del conflitto finale uno ti interrompe per chiederti la password del Wi-Fi. Qualcuno addirittura si laurea sui Canti del caos di Moresco. Ogni tanto una chiosa epigrammatica con funzione prolettica manda avanti la curiosità e la lettura e la sorpresa. La vita è fatta così, non sai mai dov’è il fondo: ti dici che ci sei, e invece è sempre oltre. A proposito, quanti bei romanzi bisogna scrivere per smettere di essere “giovani scrittori” e rimanere soltanto e pienamente scrittori?








pubblicato da c.benedetti nella rubrica libri il 19 maggio 2013