La terza vita di Kaspar Hauser, patrono d’Europa

Sergio Baratto



In una sera di maggio del 1828, per le vie di Norimberga apparve un adolescente sui sedici anni, vestito come un contadino. Camminava barcollando e pareva ubriaco, ma non lo era: calzava un paio di stivaletti troppo corti, da cui spuntavano le dita, e aveva i piedi penosamente ulcerati. A chi lo interpellava, rispondeva solo – in un dialetto stretto – “Vorrei diventare un cavaliere come mio padre” e “Non so”. Poiché mostrava di non capire nulla di ciò che gli veniva detto, si pensò che fosse un minorato mentale. Ma quando per esperimento gli furono date carta e penna, il ragazzo si illuminò e, con grande meraviglia dei presenti, scrisse in caratteri chiari e leggibili il proprio nome: Kaspar Hauser.

Kaspar Hauser aveva con sé una lettera anonima, scritta in un tedesco sgrammaticato e indirizzata a un altrettanto anonimo “capitano dei cavalleggeri” della guarnigione di Norimberga: “Questo ragazzo è nato il 30 aprile del 1812. Non ci ho mai fatto fare un passo lontano da casa, così nessuno sa dove è stato allevato, e lui stesso non sa come si chiama casa mia e anche il posto non lo sa. L’ho portato via di notte non sa più tornare a casa, e non ha un soldo in tasca perché nemmeno io ci ho niente se non lo tenete con Voi dovete cacciarlo o appenderlo nel camino”.

Nelle sue tasche furono trovati un rosario e diversi foglietti devozionali cattolici, tra cui uno intitolato L’arte di porre rimedio al tempo perduto e agli anni passati malamente.

Per chi volesse sapere com’era Kaspar Hauser, questo era il suo aspetto: aveva i capelli color castano chiaro, ricci e molto fini; era tarchiato ma proporzionato, con mani piccole e ben fatte e piedi dalle piante lisce come se non avessero mai camminato o conosciuto calzature. Gli occhi azzurri, sebbene luminosi, esprimevano un’ottusità bestiale che si dissipò col trascorrere dei mesi. Quando era colpito da qualcosa di gradevole, il suo viso si illuminava di una gioia fanciullesca.

Una strana deformazione delle ginocchia gli impediva di camminare con scioltezza e lo rendeva impacciato in molti movimenti tra i più semplici e banali: stare su un piede solo, salire o scendere le scale, piegare o distendere una gamba. In seguito si sarebbe scoperto che quella malformazione derivava molto probabilmente dalla posizione seduta in cui Kaspar Hauser era quasi sempre vissuto, segregato, dalla prima infanzia al giorno della sua misteriosa liberazione.

Kaspar Hauser costituiva un enigma apparentemente indecifrabile per le autorità e i medici. Non era pazzo o idiota come si era creduto all’inizio, e in nessun modo lo si sarebbe potuto paragonare ai ragazzi selvaggi cresciuti dagli animali nelle foreste. Non conosceva la maggior parte delle parole, gli oggetti di uso comune e i fenomeni naturali più ovvi: la prima volta che vide la fiamma di una candela, estasiato, tentò di prenderla ustionandosi le dita. Come i bambini piccoli, cercava di afferrare qualsiasi oggetto luccicante e piangeva se non riusciva a raggiungerlo. Manifestava una violenta repulsione per qualsiasi cibo che non fosse pane o acqua. Quelle erano evidentemente le uniche cose di cui si era nutrito nella sua vita precedente.

Il suo vocabolario contava cinque o sei parole, la più importante delle quali era “cavallo”. La ripeteva continuamente, spesso in modo accorato, quasi nostalgico. Così, un giorno, uno dei poliziotti che lo aveva in custodia gli regalò un cavallino bianco di legno. Alla vista di quel giocattolo, Kaspar uscì di colpo dallo stato di apatia in cui trascorreva la maggior parte del tempo. In silenzio, con il viso sorridente rigato di lacrime, si sedette a terra accanto al cavallino e cominciò a vezzeggiarlo come se fosse un amico ritrovato.

Col tempo, Kaspar divenne un’attrazione. La gente veniva a vederlo da tutta Norimberga, dalle altre città della Baviera e della Germania, dall’intero continente, tanto che un giornalista gli diede questo appellativo: das Kind von Europa, “il fanciullo d’Europa”.

Lentamente Kaspar cominciò a incamerare parole, concetti, cognizioni, finché non fu in grado di esprimere in modo sommario ma compiuto i propri pensieri. Allora i suoi tutori provarono a interrogarlo, per tentare di risolvere l’enigma del suo passato. E Kaspar raccontò quanto segue, prima a voce e poi – quand’ebbe imparato a scrivere – su carta. Non conosceva la sua identità e il suo luogo di nascita. Solo una volta arrivato a Norimberga aveva scoperto che esistevano altri esseri umani e altre creature, oltre a lui stesso e all’“uomo da cui era sempre stato”. La sua memoria era offuscata, ma ricordava di aver sempre vissuto in un “buco” (probabilmente una cella o un’angusta stanzetta), seduto a piedi scalzi sul pavimento. Prima di Norimberga non aveva mai visto il cielo né aveva mai incontrato nessuno. Si addormentava e, quando si svegliava, trovava accanto a sé pane e acqua, oppure scopriva di avere le unghie tagliate o una camicia pulita. Nel buco aveva come unica compagnia due cavalli di legno e vari nastri: trascorreva le ore adornandoli o facendoli correre accanto a sé. Così ogni giorno per anni e anni. Non gli era mai stato fatto del male, tranne una volta in cui aveva fatto troppo rumore con i cavallini: allora l’uomo misterioso era entrato e lo aveva colpito con un bastone. Poco dopo, quello stesso uomo si era presentato con un tavolino e un foglio; poi, tenendosi dietro le spalle di Kaspar per non farsi vedere, gli aveva messo in mano una matita e gli aveva mostrato come usarla. In seguito, sempre tenendolo da dietro, gli aveva insegnato come si cammina. Infine, un giorno, lo aveva trascinato fuori dal buco, gli aveva ordinato di tenere lo sguardo abbassato e lo aveva portato fin nei pressi di Norimberga. Lì Kaspar era stato abbandonato, con gli stivali bucati e la lettera.

Col trascorrere dei mesi, Kaspar smise di giocare con i cavallini e cominciò a studiare, sotto la guida benevola di chi lo aveva in custodia. Amava in particolare scrivere e disegnare. Per l’equitazione dimostrò un vero talento. Adorava i cavalli veri quanto quelli di legno. Imparò presto a montarli e, da quel momento, prese a cavalcare per ore e ore senza provare alcun indolenzimento. Scherzando diceva: “Se in me tutto funzionasse bene come il sedere, non avrei problemi!”.

Nonostante gli sforzi dei suoi tutori, per molto tempo Kaspar Hauser non riuscì a distinguere tra la materia organica e l’inorganica, tra le cose naturali e quelle artificiali, tra i vivi e i morti. Vedeva forme umane o animali scolpite nella pietra o nel legno e le credeva animate, meravigliandosi poi che se ne stessero sempre ferme senza muoversi neanche un po’.

Un giorno vide un grande crocifisso sulla facciata di una chiesa e, in preda alla pena e all’orrore, supplicò i presenti di tirare giù quell’uomo torturato. Nonostante gli fosse stato spiegato che era solo un’immagine, Kaspar fu inconsolabile.

In una sera limpida d’estate, il suo maestro gli mostrò per la prima volta il cielo stellato. Kaspar ne fu come rapito. Contemplò a lungo il firmamento, giocando a individuare le costellazioni e a scoprire le stelle più luminose. Poi disse: “Questa è la cosa più bella che abbia mai visto. Chi ha messo lassù tutte quelle luci? Chi le accende? Chi le spegne?”. Quindi sprofondò nel silenzio e restò a lungo immobile. Poi, in preda a una specie di doloroso struggimento, domandò perché il suo misterioso carceriere lo avesse sempre tenuto rinchiuso senza mostrargli quella meraviglia. Eppure lui non aveva fatto niente di male! E a un tratto scoppiò in un pianto disperato, come se solo di fronte allo spettacolo del firmamento avesse finalmente compreso l’immensità del crimine che aveva subito e la crudeltà di chi per tanti anni gli aveva negato quella bellezza.

Fu così che all’età di sedici anni, dopo essere stato misteriosamente ucciso per il mondo nella prima infanzia, Kaspar Hauser rinacque al mondo con sguardo vergine, senza pregiudizi e senza alcun sentimento religioso. Inutilmente il clero di Norimberga lo tormentò per settimane nel tentativo di indottrinarlo. Una volta, ai catechisti che gli stavano parlando dell’onnipotenza di Dio Kaspar domandò se Dio onnipotente fosse in grado di far tornare indietro il tempo e restituirgli così l’infanzia perduta. La vista del crocifisso continuò a suscitargli un orrore indicibile, perché si ostinava a pensare che il Cristo sanguinante e agonizzante fosse reale e vivo. Lo portarono a messa, e lui la descrisse così: “Prima strilla la gente, poi comincia a strillare il prete”.

Una mattina d’ottobre del 1829, Kaspar Hauser fu ritrovato ferito nella casa del professor Daumer, dove già da un po’ viveva, trattato come un figlio e circondato dall’affetto di tutti. Ai soccorritori raccontò che un uomo mascherato, penetrato nell’abitazione approfittando dell’assenza dei suoi inquilini, lo aveva accoltellato ed era fuggito credendolo morto. L’inchiesta giudiziaria non riuscì a rintracciare il misterioso sicario, ma l’evento infittì l’enigma e moltiplicò gli interrogativi che aleggiavano intorno alla vicenda di Kaspar Hauser. Chi mai poteva desiderarne la morte? Era stato il gesto isolato di un folle o l’ennesimo tassello di un oscuro complotto che si protraeva dal 1812? E ancora: perché mai Kaspar era stato segregato fin dai primi anni di vita e poi inspiegabilmente liberato sedici anni dopo? Qual era la sua vera identità? Era forse il rampollo di una famiglia nobile che si era preferito togliere di mezzo per ragioni dinastiche? Ma allora perché non era stato semplicemente ucciso nella culla? Qualcuno azzardò che Kaspar si fosse ferito da solo, volontariamente.

Il tempo guarì la ferita della carne, ma solo quella. Il suo passato era uno squarcio che non si sarebbe mai rimarginato. Kaspar sapeva che non sarebbe mai potuto diventare come gli altri e che nessuno gli avrebbe mai restituito la vita che gli era stata tragicamente sottratta. E la consapevolezza della sua diversità, dell’impossibilità di recuperare l’infanzia perduta, lo riempiva di malinconia.

Un giorno, mentre dall’alto di una montagna contemplava il panorama delle valli e delle colline, si fece improvvisamente triste e silenzioso. All’amico che era con lui e che gli chiese perché, Kaspar rispose: “Stavo pensando a quante cose belle ci sono al mondo e com’è duro per me aver già vissuto tanto e non aver visto nulla, e a come sono fortunati i bambini che hanno potuto vedere tutto ciò sin dai primi anni di vita. Io sono già così vecchio e ancora devo imparare quel che i bambini sanno da un pezzo. Vorrei non essere mai uscito dalla mia prigione, chi mi ci ha messo doveva anche lasciarmici. Così, non avendo visto niente, non avrei avuto rimpianti né mi sarei lamentato di non essere mai stato bambino e di aver visto così tardi il mondo”.

Quello stesso amico che aveva accompagnato Kaspar Hauser in montagna, il giurista Anselm von Feuerbach, scriverà di lì a poco: “Nessuno potrà mai consolarlo completamente del suo destino. È come un tenero virgulto privato della corona, roso alle radici da un verme. Nulla vi è più in lui di straordinario se non il suo destino e la sua indescrivibile bontà e gentilezza”.

Ancora goffo nel linguaggio, senza ombra di talento o di genialità, Kaspar appariva a chi lo osservasse come un bizzarro miscuglio di bambino, giovanotto e uomo maturo. Era dolce e mite, incapace di far male a una mosca, pavido eppure testardo, ubbidiente eppure fermo nelle sue opinioni.

Poi, lentamente, l’attenzione pubblica intorno al suo caso calò. Avendo perso molte delle sue stranezze, o sembrando al pubblico dei curiosi che le sue stranezze non fossero più una novità, Kaspar finì per perdere anche ogni attrattiva agli occhi del mondo. Persino Lord Stanhope, un nobile filantropo inglese che, invaghitosi del caso di Kaspar Hauser, si era autonominato suo protettore, lo abbandonò a sé stesso.

Ormai ventenne, Kaspar fu trasferito nella città di Ansbach, a casa dell’ennesimo maestro e tutore, un uomo rigido e pedante, e gli venne dato un posto di copista al palazzo di giustizia.

La sera del 14 dicembre 1833, Kaspar tornò a casa ferito gravemente al petto. Quella mattina, disse, uno sconosciuto per strada gli aveva promesso importanti rivelazioni circa la sua vera origine e gli aveva dato appuntamento per il pomeriggio nei giardini del castello. Kaspar ci era andato, ma una volta là un uomo era sbucato da un cespuglio e lo aveva accoltellato. Di nuovo ci fu chi sospettò che si fosse ferito da solo, in un estremo tentativo di attirare l’attenzione su di sé, e che per errore avesse spinto il pugnale troppo a fondo. Kaspar Hauser agonizzò per tre giorni e infine morì, per la seconda volta.

***

Chi era veramente Kaspar Hauser? Prima di morire – forse avvelenato – pochi mesi prima di Kaspar, Anselm von Feuerbach (padre del più noto filosofo Ludwig Feuerbach) si era interrogato a lungo sulla sua enigmatica vicenda. Gli indizi raccolti durante la sua indagine privata lo avevano indotto a pensare che Kaspar Hauser fosse l’erede al trono del Baden: nientemeno che il figlio del granduca Karl e della granduchessa Stephanie Beauharnais, la figlia adottiva di Napoleone. Secondo questa ipotesi, un altro ramo della famiglia, ostile a Karl e desideroso di succedergli, avrebbe cospirato per eliminare il suo ultimo erede legittimo: il piccolo Kaspar, appunto. Il figlio primogenito dei granduchi, nato proprio in quello stesso 1812, era stato dichiarato ufficialmente morto dopo pochi mesi in circostanze non chiare. Se la ricostruzione di Feuerbach fosse vera, i misteriosi carcerieri di Kaspar Hauser sarebbero stati, per assurdo, anche i suoi salvatori: lo sottrassero ai sicari, ma lo consegnarono a una vita morta, in una cella isolata dal mondo, per anni e anni, fino alla sua liberazione, quando ormai i suoi nemici avevano raggiunto il loro scopo.

Ci fu chi accusò Kaspar Hauser di essere un mitomane, un mistificatore squilibrato, un bugiardo patologico. Come Lord Stanhope, che passò il resto della sua vita a cercare di convincere l’opinione pubblica che Kaspar Hauser non era stato altro che un truffatore. Se così fosse, dovremmo concludere piuttosto che è stato il più grande attore della storia. Un attore così geniale da recitare la parte più estrema che si possa immaginare per anni senza una sbavatura, senza mai tradirsi, fino al punto di uccidersi pur di spacciarla per vera. Si può credere a una cosa del genere?

Nel 1982, durante alcuni lavori di restauro del vecchio castello di Pilsach, vicino a Norimberga, i carpentieri si imbatterono in stanze e soffitte murate di cui nessuno ricordava più l’esistenza. In una di queste fu ritrovato un piccolo cavallino di legno dipinto di bianco.

***

Noi crediamo che l’enigma di Kaspar Hauser nasconda una tragedia, non una menzogna. Crediamo che Kaspar Hauser, qualunque fosse la sua vera identità, sia stato ammazzato due volte. Prima distruggendo il suo futuro e impedendogli di crescere e maturare, poi uccidendolo con un coltello e con la calunnia.

È difficile non leggere nella sua vicenda una metafora della violenza con cui, in ogni epoca, il potere soffoca e distrugge ogni tentativo di far germogliare forme e idee nuove, più giuste e buone. Il crimine contro l’anima del fanciullo d’Europa è lo specchio del crimine contro l’anima di un’altra Europa possibile.

Ucciso da piccolo e da giovane. Costretto per anni in una cella, eppure capace di imparare a cavalcare – e di cavalcare poi per ore. Vittima di una segregazione atroce, eppure ancora capace di bontà e di gentilezza. Kaspar Hauser, il fanciullo d’Europa, è il nostro patrono: il simbolo di un altro continente, radicalmente diverso dal desolante spettacolo che gli spacciatori di buon senso e realismo spicciolo vorrebbero far passare come l’unica Europa possibile, con le sue lotte dinastiche fratricide, gli egoismi, l’avidità e l’assoluto predominio degli interessi economici di breve respiro.

Oggi, con questo nostro cammino, vogliamo regalare a Kaspar Hauser una terza vita in un’Europa nuova e sperimentale: unita, forte, coraggiosa, capace di invenzione, prefigurazione e visione. E soprattutto buona e gentile.


[Questo scritto deve quasi tutto al meraviglioso libro di Anselm von Feuerbach: Kaspar Hauser. Un delitto esemplare contro l’anima, Adelphi 1996.]








pubblicato da s.baratto nella rubrica freccia d’Europa il 18 maggio 2013