Le scimmie di Zapatero, ovvero: se non avessimo perso i codici di Leonardo da Vinci

Romano Nanni



Aeroporto di Pisa, 26 aprile 2006, aspettando l’aereo per Stoccarda, invitato per organizzare l’ennesima "leonardata". Corriere e Repubblica danno rilievo all’ultimo pungolo di Zapatero: il governo spagnolo si fa promotore di una legge per salvare dalla schiavitù e dalla morte le grandi scimmie. La Chiesa cattolica spagnola insorge. Il dubbio di un passo falso, il timore di essersi esposti al ridicolo serpeggiano anche nell’opinione pubblica meglio disposta. Affermare i diritti umani dei gorilla, degli animali?
Ma non è cosa improvvisata. Joaquin Arajo, presidente della sezione spagnola dell’organizzazione internazionale "Proyecto Gran Simio", incalza: proteggere i diritti dei primati è una responsabilità etica. Piaccia o no, gli esseri umani sono grandi scimmie; è dunque tempo di riconciliare l’essere umano con se stesso, con le proprie origini. Si tratta di un’altra frontiera da abbattere per la pacificazione, per l’esclusione della violenza mediante il rispetto e i diritti degli ominidi.
Gli ’ominidi’ dunque.

I Gumplowicz, i Ratzenhofer, i Woltmann, tra Otto e Novecento si inventarono il darwinismo sociale: l’uomo civilizzato, l’uomo contemporaneo – così andavano scrivendo - non è minimamente diverso dall’uomo dei primordi, dello stato ferino. La teoria darwiniana dello sviluppo delle specie animali per selezione naturale è anche la legge dello sviluppo della civiltà. Di conseguenza, le razze sopravvissute sono quelle superiori. E se quella della selezione naturale è la normale legge di sviluppo della natura, è logico aspettarsi che questa legge continui ad agire. Ed ecco che così il darwinismo diveniva la giustificazione scientifica e biologico-evolutiva della superiorità di alcune razze (naturalmente bianche, naturalmente europee, naturalmente germaniche) su altre. Il darwinismo sociale – non meraviglierà – andò a fecondare le teorie razziste, offrendo loro un conseguente corollario: anche il genocidio è ’solamente’ selezione naturale.
Gli uomini di Zapatero, oggi, giungono a promuovono gli ’ominidi’: con una sorta di darwinismo sociale rovesciato, si inventano il darwinismo solidale. Una cultura ben consapevole dei suoi valori lega queste posizioni con la pronta uscita del governo Zapatero dal club degli aggressori all’Iraq e con la promozione dei diritti individuali in Spagna.
La Spagna che fu di Franco e dell’Opus Dei imperante sembra ormai un altro pianeta. Par quasi incolmabile la distanza tra la nuova cultura spagnola e un’Italia in cui ancora pochi mesi fa ’nostra donna’ Letizia Moratti ci portava a discutere della legittimità di insegnare a scuola il darwinismo, e dove il ’converso’ Rutelli, guardia svizzera onoraria, erge il suo dito ammonitore contro impianti di embrioni senza il marchio di qualità, coppie non sposate in Vaticano, e via sparando amenità.

Cosa aspettarsi del resto da un’Italia che si perse quasi tutti – più tutti che quasi - i Codici di Leonardo? Proviamo infatti a domandarci cosa sarebbe successo se il Vinci, un poco più compreso – come eppur lo erano già al tempo Erasmo e poi Machiavelli – della necessità di educare l’opinione pubblica, magari sia pur solo quella di corte, si fosse adoperato per lasciare quell’inaudito ammasso di appunti in forma leggibile e magari stampata, invece di preoccuparsi sempre e comunque e prima di tutto di salvarsi il culo affidandosi al potente di turno? E cosa sarebbe potuto comunque succedere se gli allievi di Leonardo – onesti ma sommamente ignoranti pittori - non avessero lasciato disperdere i suoi manoscritti, che finiranno così imboscati in biblioteche ecclesiastiche poco interessate a capirne il contenuto (figuriamoci, erano gli anni del processi a Galilei!)? o razziati sul mercato dalla famelica voracità dei collezionisti inglesi, che li convoglieranno prima o poi verso le collezioni del Regno Unito? o, infine, rapinati dalla intelligenza coloniale di Napoleone? Popoli entrambi, a ben guardare, quelli inglesi e francesi, che avevano già fatto i conti a modo loro con la versione codina e gesuita del Cristianesimo, e quindi potevano anche permettersi di guardare quei fogli solo come prestigioso reperto artistico.
Gli italiani no, avrebbero potuto imparare, per tempo, alcune cose fondamentali, da quei codici.
Per esempio, una comprensione incalzante dell’unità profonda della storia naturale.
L’uomo di Vinci è oggi il pretesto più frequentato dalla vacua chiacchiera autoreferenziale dei media. Ed è quasi invariabilmente un Leonardo edulcorato per fecondare l’ottimismo ideologico di massa. Del tutto ignorata - troppo poco consolatoria e altro - la dimensione ’fetida’ del suo pensiero, quel gusto di rimestare nei gorgoglii del nostro intestino, che par quasi spianare la strada alle contorsioni ipocondriache del diario del Pontormo.
Un Leonardo ancor giovane – che in altri fogli paralleli trascriveva passi delle Metamorfosi di Ovidio - aveva già iniziato a osservare il circolo vitale tra i processi di decomposizione della materia organica e quelli di crescita tettonica: «Ora disfato dal tenpo paziente diaci in questo chiuso loco, co’ le isspogliate, spolpate e igniude ossa ài fatto armadura e sosstegnio al soprapossto monte.», così scriveva nel Codice Arundel (f. 156r). E già maturo, ormai uso a sezionare corpi umani, in un foglio del Codice Atlantico datato di sua mano 23 aprile 1490, allargava la visione: «L’omo e li animali sono propio transito e condotto di cibo, sepoltura d’animali, albergo de’ morti, facendo a sé vita dell’altrui morte, guaina di corruzione». L’unità della storia naturale sorge dunque in Leonardo dall’idea di una profonda continuità della natura nel segno della putredine. E tanto certa era questa unità putrefatta della natura che Leonardo già nei fogli più giovanili aveva sentito di dover negare ogni statuto speciale all’umanità. Filosofi e teologi si arrabattavano intorno alla centralità dell’uomo nel mondo, l’uomo del Rinascimento? Ed ecco che il giovane pittore fiorentino si annotava una sorta di teoria provvidenzialistica delle catastrofi, che leopardianamente togliesse ogni speranza agli ’omini’, a tutto vantaggio degli equlibri che oggi diremmo ecosistemici: «La natura, essendo vaga e pigliando piacere del creare e fare continue vite e fforme, perché cogniosscie che ssono accrescimento della sua terresstre materia, è volenterosa e più pressta col suo creare, che ’l tempo col consumare, e però à ordinato che molti animali sieno cibo l’uno de l’altro. E non sodisfaciendo quessto a ssimile desidero, ispesso manda fuora cierti avelenati vapori e pestillenti e continua pesste sopra le gran moltiplicazioni e congregazioni d’animali, e massime sopra gli omini, che fano grande accrescimento, perché altri animali non si cibano di loro. E tolto va le cagioni, mancheranno li effetti.» (f.156v). Certo, nello stesso foglio, a temperare questa visione, Leonardo si annotava poi una più consolatoria teoria dell’anima e della quintessenza. Ma, poiché altrove mostrava di non aver poi gran stima del concetto di anima, viene da chiedersi se il tono profondo del suo sentire non stesse tutto in un’unità di uomo e natura, ’ominidi’ e ’omini’ nel segno, sì, della bellezza, ma anche della decomposizione e della morte. Una unità nel segno della metamorosi delle forme, della ciclicità eraclitea dei ritmi, o come seccamente la chiamò Leonardo con una prosa fulminante, una unità nel segno della morte continua:
«Come il corpo dell’animale al continuo more e rinasce. Il corpo di qualunque cosa la qual si nutrica al continuo muore e al continuo rinasce, … la qual morte è continua… Ma per ritornare al nostro intento, dico che la carne delli animali è rifatta dal sangue che al continuo si genera del lor nutrimento, e che essa carne si disfa e ritorna per le arterie miseraiche e si rende alle intestine, dove si putrefa di putrida e fetente morte, come ci mostran nelle loro espulsioni, e caligine, come fa il fumo e foco dato per comparazione.»
(Windsor, RL 19045).

(Romani Nanni è il direttore del Museo leonardiano e della biblioteca di Vinci)








pubblicato da s.nelli nella rubrica giornalismo e verità il 21 maggio 2006