Poeta: sei stato nominato! #3

Daniele Piccini



Dopo il convegno sulla poesia che si è svolto a Pisa l’11 e 12 maggio (vedi Poeta: sei stato nominato! # 1) ho chiesto a tutti i partecipanti di mandare qualche riflessione. Per segnalare che si tratta di interventi legati darò a ognuno lo stesso titolo seguito da un numero progressivo. Ecco la riflessione di Daniele Piccini, che al convegno è intervenuto nella sezione dedicata alle antologie di poesia. C.B

Poeta, nell’interlinea della Storia!

Carla Benedetti ha finalmente speso parole di peso sulla castrante e tediosa proclamazione della morte della poesia che teorici di ogni estrazione (ma attenti: può capitare che siano poeti mancati, cioè amanti rifiutati e dunque irati; oppure critici ’troppo intelligenti’, incapaci di riconoscere nel deserto che circonda una voce la possibile prova non del suo isolamento e della sua fine, ma della sua carica di profezia) bandiscono da almeno un trentennio.

Lo stesso convegno pisano "Interpretare la poesia", che ha fornito lo spunto dell’intervento, si è aperto con una ’prolusione’ che dichiarava l’insignificanza della poesia contemporanea. Peccato che a pronunciarla fosse un critico (già aspirante poeta) come Alfonso Berardinelli, che queste affermazioni le va facendo all’incirca dalla metà degli anni Settanta: ora, i funerali si fanno una volta sola, altrimenti si diventa comodi e interessati celebranti di una funzione funebre ripetuta solo per autopromozione. Voglio dire: accetterei la serietà dell’enunciato se, una volta proclamato e dimostrato, seguisse un lungo, interminabile silenzio sull’oggetto. Essendo morto… Se si ha ragione, il silenzio confermerà il silenzio; se si ha torto, si lascerà che la propria personale opzione non opacizzi la vitalità della poesia che si continuasse a fare. Insomma, come diceva Raboni, questa poesia la si lasci riposare (o magari sopravvivere) in pace.

Naturalmente, io non credo che alcune voci convergenti su questa analisi provino la veridicità dell’assunto. La crisi, come Carla Benedetti lascia intendere, è di per sé un punto vitale, un rivolgimento che può dar luogo ad ogni esito. Quella che invece – come i rituali banditori della morte dimostrano – è entrata in crisi è proprio la crisi, come suggeriva ormai quarant’anni fa Mario Luzi (Tutto in questione, 1965). Nel senso che per stanchezza, per sovrapposizione di delusioni personali a vicende più generali, si è voluto negare che la crisi – palese e fortissima – della letteratura nel moderno potesse produrre una nuova stagione di opere, altre scoperte. Da qui, mi pare, nasce quella ideologia della fine che si ammanta di toni apocalittici più per gonfiare una sconfitta e un disagio personali che per mettersi realmente in gioco, nella sfida che la crisi moderna propone.

Temo ci sia in giro – più martellante negli ultimi anni – anche una ideologia del postmoderno. Che afferma l’impossibilità di proseguire a scavare in profondità nella storia delle forme, dei modi, delle funzioni verbali e narrative della tradizione e addita come unico campo residuo per l’artista tardomoderno il riuso, il montaggio, la combinazione di materiali inerti. Ne vien fuori un preconcetto e un avantreno teorico (e ideologico) che certi scrittori e critici non si accontentano di postulare per sé (cosa più che legittima), ma vogliono imporre alla generalità degli operatori, indispettendosi se qualcuno nega il partito preso della fine della storia. Il punto è che la situazione non è, almeno non unitariamente, come costoro la vorrebbero descrivere. E soprattutto, per la stessa irriducibilità sic et simpliciter dell’arte a condizioni storiche date o supposte, non può esserlo in maniera normativa, assoluta.

In effetti, trattenendomi al di qua di una considerazione propriamente creativa e badando all’osservazione critica di fatti e autori, per ora di poesia, rilevo che il secondo Novecento italiano è stato fertile di personalità complesse, ricche, vitali fino al limite dell’incomprensione critica. Penso che il Pasolini poeta – Pasolini mi appare sempre più, in prospettiva, la vittima di un massacro ideologico, al quale ha resistito opponendo come unica forza quella della sua disperata e irrazionale vitalità, anche linguistica e letteraria – attenda tutto sommato di essere compreso in modo equanime e soddisfacente all’interno della vicenda novecentesca italiana: Pasolini attraversa il diktat dell’impossibilità della poesia e in qualche modo, pagando prezzi ora più ora meno alti (l’ultimo, credo, quello del suo sacrificio personale: sia detto almeno dal punto di vista simbolico) e partendo dal dato della poesia che non può più darsi, continua a dare poesia, magari stravolta, semidisfatta nella sua gabbia metrico-retorica (che fino almeno alle Ceneri di Gramsci aveva fornito una salda impalcatura). Insomma, dimostra che nessun dogmatismo può di per sé inibire l’azzardo, lo scarto stilistico e conoscitivo individuale.

Molti poeti attivi nel secondo Novecento, i più fino a lambire o toccare le sponde del nuovo secolo (da Luzi a Giudici, dal secondo Montale a Pagliarani e Raboni, ai dialettali come Baldini e Scataglini) hanno escogitato in forme alchemiche di sorprendente instabilità delle miscele di lingua d’uso e memoria letteraria, di formalizzazione e sprezzatura che permettono loro di aggirare gli ostacoli, di continuare a dire, magari strozzati o gorgoglianti, mentre tutto sembrerebbe negare quella stessa eventualità. Il corollario derivante – che nella mia antologia La poesia italiana dal 1960 a oggi (BUR Rizzoli) ho cercato di evidenziare – è che il ’nuovo’ e il ’vecchio’ si compenetrano: e che un nuovo assolutamente nuovo, insomma una formula della novità o ideologia del nuovo può trovarsi di fatto spiazzata, nelle retroguardie della nuova vicenda, nonostante tutte le garanzie di avanguardismo (per cui c’è una differenza tra la rottura comunque operata dal Gruppo 63 e la sua prosecuzione un po’ accademica nelle generazioni successive: ma se non si crede più alla storia, nessuna categoria ci sorregge nell’intelligenza e nel giudizio di testi tutti appiattiti in una contemporaneità assoluta..).

In realtà, mi sembra che in molti significativi autori di poesia anche recenti la necessità di utilizzare in modo stravolto, reinventato, straniato le risorse della tradizione (di per sé improseguibile meccanicamente dopo lo spartiacque della rivoluzione formale di inizio secolo) sia ben avvertita. E mi sembra che questi poeti si servano proprio della storia interna della poesia, insomma della vischiosità della tradizione poetica, non omologabile al contemporaneo spinto, come strumento per reagire, sottrarsi al corso della Storia: che ne facciano insomma un deposito di riserve per poter resistere nell’interlinea di una Storia spesso intollerabile, ad esempio nei suoi linguaggi dominanti, depotenziati o puramente suasivi (vedi retorica politica, pubblicità, giornalismo come cliché e morboso voyeurismo, ecc.). L’azzardo, voglio dire, consiste spesso nella ripresa deviata, nella rivitalizzazione, nel riuso affilato di una tradizione che per funzionare ancora deve essere sottoposta a un vertiginoso tour de force; ma che può mettere ancora a nuove scoperte, a mondi alternativi a quelli della Storia e della Comunicazione che tutti ci premono, minacciando di toglierci gli ultimi spazi di quell’amore intellettuale come amplificazione del reale di cui parla una bellissima poesia del 1960-61 – Dialogo con Herz – di Antonio Porta. La posta in gioco mi sembra sia la disumanizzazione definitiva della nostra epoca, la sua serializzazione, l’abbassamento della parola (anche narrativa) a puro intrattenimento o a esercitazione a freddo esclusa dal dialogo con gli uomini (col popolo). La posta in gioco è insomma, in positivo, la riproposizione di una potenza del linguaggio di cui più che mai la nostra epoca avverte, magari inconsapevolmente, il bisogno, semmai saziandola con forme surrogate. Almeno in questo senso condivido anch’io il richiamo all’unità dell’arte della parola, al di là delle distinzioni dei generi.

La poesia moderna, in quanto forma letteraria sprovvista di esche, di attrattive, forma nuda e radicale, è una specie di avanguardia di tutti generi letterari: quando non ci fosse più veramente spazio per la poesia, non ce ne sarebbe, credo, nemmeno più per la parola letteraria in generale. Ci sarebbe luogo per un grande ipermercato di storie, di fiction senza più valore conoscitivo: insomma, la sfida a cui la poesia più apertamente deve rispondere riguarda in realtà la letteratura tout court. Mantenere aperto un possibile canale di ascolto della sussurrante, esigente voce della poesia significa preservare la possibilità che per quel canale transiti ogni forma di letteratura umanisticamente atteggiata. Quando quel canale, così ostruito e sabotato, si chiudesse definitivamente, nemmeno il romanzo (a meno che non appartenga al genere delle produzioni su scala planetaria, dei plot dove la scrittura non vale più di per sé ma per la sua funzione referenziale e narratologica) potrebbe più parlare. Io credo che la poesia, l’arte della parola siano nelle condizioni di scuotere, di rinnovare antiche sfide di senso anche oggi (a prezzi, magari, altissimi, per i suoi operatori e forse anche per le comunità di ascoltatori: nuclei di resistenza a rischio di emarginazione): ma ci sarà ancora qualcuno in grado di ascoltarla, appunto? L’Infinito, quando non fosse più sentito nella sua vertigine, eseguito, fatto risuonare internamente – pur essendo stato scritto, sarebbe soltanto uno spartito morto. Così la Commedia. O al massimo, mancando una continuità di quella voce nel presente, venendo meno un corpo vivo con un circuito sanguigno attivo (per cui in Luzi, in Giudici o in Sanguineti può risentirsi Dante), questi grandi testi cambierebbero di statuto: non sarebbero più parti di un organismo ancora pulsante, come fino a oggi la letteratura è stata, ma archeologia.
Mi sembra che ci sia un lavoro da compiere. Un’arena in cui scendere.

Daniele Piccini








pubblicato da c.benedetti nella rubrica poesia il 21 maggio 2006