Ancora Gomorra

Tiziano Scarpa



Caro Roberto,
hai scritto un libro eccezionale.

Altri (per esempio qui e qui) hanno già colto l’acutezza del tuo sguardo e la potenza del tuo racconto meglio di quanto possa fare io.

Permettimi di cominciare a scriverti facendo due piccole riflessioni.

La prima:

in queste settimane il tuo libro circola molto, è stato presto ristampato. Se dobbiamo credere alle classifiche dei libri, per ogni sei lettori di Camilleri ce n’è uno di Saviano. Sono contentissimo! Spero che Gomorra si diffonda ancora di più.

Il merito è tutto tuo. Ma, per una volta, anche la cosiddetta "società letteraria" (ammesso che esista), l’"intelligencija italiana", ha fatto la sua parte.

In questi anni, scrittori, intellettuali, siti, riviste, giornali, redattori, piccoli editori, organizzatori di convegni ti hanno dato credito ospitando tuoi scritti e interventi, valorizzandoli come meritavano, fin da quando eri un ventiquattrenne sconosciuto; gradualmente, tutto questo ha portato alla pubblicazione presso un grande editore che potrà tutelarti meglio di una piccola casa editrice; giornalisti e recensori hanno parlato del tuo libro, e ultimamente c’è pure chi si è speso sfruttando i suoi contatti per segnalarti ad alcune trasmissioni televisive, che a loro volta ti hanno chiamato a presentare Gomorra sugli schermi.

Non faccio nomi, perché qui non si tratta di distribuire medagliette.
Semplicemente, sono soddisfatto che nel tuo caso ci sia stato un concorso di forze, una collaborazione spontanea, non orchestrata, da parte di molti in Italia, anche persone che su altri temi sono divise e polemizzano spesso.

La morale qual è?
Un’altra cultura è possibile? Possiamo ritrovarci d’accordo e darci una mano nel promuovere cose buone? Non siamo alla mercè soltanto dei book jockey, i frivoli cronisti di novità librarie, e dei presentatori televisivi? Il tuo caso felice me lo fa sperare.

La seconda riflessione:

Mi ricordo le lunghe chiacchierate, le passeggiate in cui mi raccontavi molti dei fatti che hai descritto, e mi ripetevi che nell’occuparti di queste cose provavi ripugnanza, ma non potevi farne a meno perché te le sentivi addosso, sono parte della tua vita; e allo stesso tempo mi dicevi che non volevi assolutamente metterti in mostra come personaggio, fare l’eroe.

Ti capivo bene, anche se non ero del tutto d’accordo. Dopo aver letto Gomorra mi sono ancor più convinto che il reportage, e in generale ogni narrazione realistica, richiede coinvolgimento, motivazione, partecipazione profonda. La "rappresentazione" della realtà non nasce mai per caso. Se hai scritto un gran libro, è anche perché dentro questa situazione ci sei nato e cresciuto, hai vissuto le impasse etiche dei tuoi famigliari, hai osservato negli anni le scelte di vita e i destini dei tuoi amici e compagni di scuola, hai subìto la stessa sorte dei tuoi concittadini. Quando si chiede agli autori italiani di "rappresentare la realtà", bisogna sempre tenere conto del trauma e della passione che c’è dentro ogni singolo autore rispetto a quella particolare realtà, a quella particolare situazione che descrive. Se non c’è risonanza empatica e, a volte, perfino coinvolgimento biografico, il risultato sarà soltanto del buon giornalismo (d’altra parte, è ovvio, di buon giornalismo abbiamo un gran bisogno).

Ho segnato molte pagine di Gomorra. In questi giorni giro con una copia del tuo libro e ne leggo alcuni passi agli amici:

– dal container sospeso in aria piovono cadaveri cinesi congelati nel porto di Napoli (pp. 11-12)

– le griffe di alta moda ricevono grandi vantaggi dal mercato del falso (pagg. 52-53)

– lo spaccio della droga si trasforma in mercato per studenti e lavoratori (p. 78)

– gli eroinomani all’ultimo stadio vengono a Scampia a fare da cavia per le miscele e i tagli nuovi (pp.81-85)

– durante la guerra fra il clan Di Lauro e gli scissionisti "Spagnoli" (guerra che è ricominciata due giorni fa) la tensione coinvolge tutti, ogni cittadino sta attento a chi frequenta, chiunque può finire in una sparatoria se passeggia accanto a un affiliato (p. 104)

– una ragazzina spedisce l’sms "mi emoziona la tua vittoria, congratulazioni!" a un capopiazza che esce di galera e torna a spacciare nel rione (p. 149)

– a dodici anni tuo padre ti ha insegnato a sparare (p. 185-187)

– tuo padre medico viene picchiato perché ha caricato un moribondo sull’autoambulanza prima che i killer tornassero a finirlo (pp.189-190)

– il racket non è più estorsione ma fornitura imposta di servizi: garantisce protezione economica bancaria, consegne di merci in orario, agenti commerciali rispettati: Cirio e Parmalat, ufficialmente "parti offese", risultavano in realtà favorite, in una posizione quasi monopolistica (pp. 215-217)

– l’avvicendamento violento dei boss è funzionale all’economia, le guerre fra clan sono guerre fra mercati e merci (p. 222)

– l’elegantissimo mediatore, che propone alle ditte contratti vantaggiosi per lo smaltimento illegale di rifiuti, scruta l’Italia cercando vecchie cave e distributori di benzina vuoti, considera il paesaggio un puro contenitore di discariche (p. 320).

Ma sono tanti altri i temi importanti e le figure indimenticabili: la morte di don Peppino Diana, il ruolo delle donne, il prezzo del kalashnikov come indice del valore della vita umana, le ville dei boss ispirate alle architetture dei film hollywoodiani, il ragazzino che desidera diventare un capoclan e morire ammazzato…

Nel libro non hai riferito altri episodi agghiaccianti che mi avevi raccontato a voce in questi anni, forse perché non sono ancora documentati negli atti processuali. Mi dispiace solo che tu non abbia trovato il modo di trascrivere gli incredibili titoli dei giornali locali, usati strumentalmente dai clan, che ci avevi mostrato l’anno scorso nel convegno Giornalismo e verità. Ma capisco che forse avresti rischiato altre noie, e questo libro è fin troppo coraggioso.

Ti ringrazio tanto e ti abbraccio

Tiziano








pubblicato da t.scarpa nella rubrica giornalismo e verità il 6 giugno 2006