The Cryonic Chants

Tiziano Scarpa



Mentre mi siedo in sala, proprio alle 20.55, compio 43 anni. Quando ho visto la prima volta la Socìetas Raffaello Sanzio ne avevo una ventina. Li seguo, mi seguono da più di metà della mia vita.

Scott Gibbons dietro la sua pila di attrezzi elettronici, sul grande tavolo. La sua pira elettronica.

L’amico seduto accanto mi chiede perché c’è una croce sul computer. "Fanno sempre così, ai concerti di musica elettronica, coprono il marchio dei computer con il nastro adesivo a croce". Però nel caso della Socìetas forse è voluto. I Crociati della scena.

Un enorme schermo sullo sfondo, issato in alto. Proietta un’immagine fissa, barre bianche e nere verticali, come fusi, sbarre. Guardarle a lungo insinua una lieve indecisione nella facoltà distintiva dell’occhio, i margini fra bianco e nero tremolano.

Scott Gibbons, a sinistra. A destra ci sono quattro microfoni che aspettano quattro voci.

Ormai c’è questa formazione ricorrente, nei concerti di musica elettronica, un ensemble tipico. Come il quartetto d’archi o jazz, come il basso-chitarra-batteria nel rock. Formazione base dei concerti di musica elettronica: 1) la console con computer e miscelatori, 2) lo schermo con la proiezione video, 3) il musicista in carne e ossa che avvia i file sonori, li manipola in diretta (o fa finta di farlo?, me lo sono sempre chiesto) e verifica la sincronizzazione con le immagini.

La minuscola entità di suoni sintetici amplificati enormemente. Il crepitio che si fa volume, spazio, impatto massiccio. Dove accade l’evento digitale? Nel microcircuito dentro le memorie e gli hard disk o nei cassoni dell’impianto di diffusione?

Le barre si muovono, si allargano, si deformano.

Dopo dieci minuti entrano quattro donne. Vestite di nero. Come vedove protestanti. Capelli raccolti. Assomigliano alle donne che dipinge Greta Frau.

Sullo schermo un capro si muove sopra un pavimento dove c’è un reticolo di lettere. Qualcuno ha trascritto sul tappeto le lettere della sequenza di aminoacidi nel dna del capro, gli enzimi che presiedono alla crescita delle corna, a riproduzione e decomposizione. Poi ci ha fatto camminare sopra un capro. Poi ha trascritto le lettere che il capro ha calpestato, ha brucato con il muso.

È stata traslitterato il pascolo del carro sul suo codice genetico.

Le donne cantano queste lettere. Cantano i grumi fonetici e le sillabe agglomerate dal capro.

Sono le vedove della lettera morta.

Una scossa nell’immagine ogni volta che la zampa del capro tocca terra, un brivido piezoelettrico. Il canto. La reimmissione di voce nella lettera scritta.

La lettera riportata alla sua sorgente organica. Irrimediabilmente inchiodata alla sua sorgente organica. L’inoltrepassabilità del logosoma, della logofonia.

La strettoia lettrista.

Isidore Isou. Il grande rimosso del Novecento. La riduzione lettrista del linguaggio ai suoi atomi.

Sminuzzare l’alfabeto, insignificarlo, de-significarlo non significa affatto spiritualizzarlo. Al contrario. Lo riporta alle origini foniche, alla gola, sprofonda l’alfabeto nella sua scaturigine organica: voce, fibre, bestia, aminoacidi, dna.

L’alfabeto inchiavardato alla sua sorgente organica.
Ogni lettera scritta è un coperchio sul tombino, un pozzo che sprofonda nella sorgente organica.

Tu che leggi, cammina saltellando! Attento a non scoperchiare questi tombini e precipitare.

Le quattro donne cantano un’elegia, poi un inno, poi una marcia, poi una danza, poi tutte queste cose insieme. La musica è contemporaneamente dolce e solenne e ritmata e distesa, ci sono fonemi furenti, sfiati, rombi, scansioni ballabili, microritmi, frazioni frattali, melopee, canti incantati.
Volti fieri, intemerati, assalti facciali e scatti mandibolari delle quattro donne che cantano e fonetizzano e gutturano e aizzano fiato.

All’improvviso sullo schermo una sequenza alfabetica. Una voce sintetica pronuncia A B C D E F G H I, pronuncia tutto l’alfabeto che scorre sempre più rapidamente. Mi ricorda la bocca dell’Omino Bialetti dei Caroselli degli anni Settanta. Le lettere si avvicendano sempre più rapidamente, senza più seguire nessun ordine. La luce sullo schermo si intensifica. Il volume sonoro aumenta. La voce sintetica riesce a pronunciare tutte le lettere che si susseguono ultravelocemente, una sola alla volta. Si riescono ancora a cogliere, a tratti, le differenze fra i suoni letterali, anche se tutto confluisce dentro questa fusione nucleare indistinta. Atomismo disciolto, parossismo, indistinzione, intollerabilità, panico. Uno dei caratteristici momenti di estasi della Socìetas. L’estasi come epilessia.

Una sequenza simile mi ricordo di averla vista nella Tragedia Endogonidia.

Le lettere sono così veloci che diventano a volte pure macchie. Sullo schermo compaiono le classiche macchie di Rorschach. Oltre una certa soglia percettiva la figura diventa macchia, la lettera diventa macchia, il suono diventa macchia, senza smettere di continuare a restare lettera, figura, unità discreta. Lavoce sintetica riesce a tener loro dietro. Aumento di intensità, di marasma. Il nostro apparato percettivo, la nostra mente vengono condotti verso questi limiti sempre meno tollerabili. Siamo portati, incitati. La visione come foria. Euforia e disforia della visione, in un solo grumo.

È come se lo schermo e la musica e la voce ci esortassero, all’imperativo. Non stiamo semplicemente guardando e ascoltando, stiamo ricevendo un ordine.

Pronuncia le macchie!
Pronuncia le macchie!
Pronuncia le macchie!

Calma.
Le donne funebri danzano. Danzare con un libro in mano.

Sullo schermo una sala sontuosa. Lampadari. Pavimento di marmo a scacchi. Colonne.

L’onore reso al capro, gli abiti da cerimonia delle donne, il loro proclamare con rispetto, con sacertà il linguaggio del capro, leggendolo da un libro.

Il reticolato di lettere dove cammina il capro. Il suo dettato oracolare.

Cantano le sillabe scritte dal capro che cammina sulle lettere. Le sillabe scritte negli aminoacidi del capro.

Zampe del capro. Sesso del capro, lascia colare orina. Occhi del capro. Primissimo piano degli occhi.
Testa del capro con occhi bianchi, come illuminati da dentro.

Il testo sullo schermo.

Kne me Snenne.
Ski In Dlang.
Ghe Gu Ben.
Vel Pro Nne.
Mi Nirk.
Isfle Er Kle.
Kaddi Ma Dni.
Anhasun.
Snenne Peetei.
Ala Cis.
Gly His Asp.
Qup Vec.
T Lahmi.

Tradurre tutto in alfabeto. Traslitterare. Ridurre tutto all’alfabeto. La strettoia lettrista. L’imbuto del linguaggio che si restringe, si assottiglia. Non rimangono che le sillabe, e dopo le sillabe, le lettere solitarie. La riduzione dell’organico ad alfabeto. La liofilizzazione dell’organico ad alfabeto. Poi, con il residuo liofilizzato così ottenuto, un reinsufflamento: la strettoia si riallarga, il canto raccoglie dalla scrittura quelle lettere dissecate e le riumidifica, le vocalizza, le insaliva, le sgola.

Il momento più incantevole del concerto, l’oratorio polifonico e poliritmico. Sullo schermo una flottiglia di spermatozoi. Risalgono il flusso. Di colpo arriva una corrente che li uccide tutti. (Immagini che la Socìetas ha usato nel Combattimento di Tancredi e Clorinda, dove proiettava sullo schermo l’ingrandimento di sperma vivo di cavallo, crioconservato).

Le donne cantano davanti all’irreparabile. Rammarico elegiaco. Pietà per i grumi di spermatozoi paralizzati, morti.

Dunque il sacrificio è passato dal capro aglli spermatozoi.

Gli spermatozoi morti. Morire prima di nascere.

Ciò che dice Sileno nella Nascita della Tragedia:

L’antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine fra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: "Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto".

Il sacrificio degli spermatozoi. Un canto per l’ecatombe delle possibilità che c’è in ogni individuazione, in ogni nascita. Gli spermatozoi che navigano a migliaia sono la miriade di possibilità non realizzate.

Ma il flusso tossico che li investe e li uccide tutti che cos’è? Semplicemente la morte delle possibilità che falcidia gli spermatozoi a ogni fecondazione? La morte di tutti gli altri spermatozoi che non si sono realizzati? Oppure un evento violento, innaturale, colpevole. La tecnica? L’inseminazione artificiale? Allude a qualcosa che riguarda il nostro tempo?

Se il rito mette in scena l’artificio reale per imitare e realizzare il torto necessario, la violazione del vivente, assumendosene la responsabilità, e in questa assunzione compie la colpa e al tempo stesso se ne libera – qui qual è il rito? Il rito consiste nell’uccidere colpevolmente, responsabilmente, volutamente, consapevolmente una quantità enorme di spermatozoi che sono comunque destinati a morire? Crudeltà di uno spermicidio che si realizzarebbbe comunque, perché nella vita ogni giorni dentro e fuori dei nostri corpi muoiono milioni di miliardi di spermatozoi, e nella storia dell’umanità ne sono morti una cifra che dà lo stordimento, miliardi di miliardi di miliardi. Lo sterminato campo aperto delle possibilità. Sterminato nel significato ambivalente della parola: sconfinato, e anche: fatto oggetto di sterminio. Le possibilità sterminate.

Gli spermatozoi sullo schermo, quei girini ostinati che nuotano, sono anche portatori di dna, di sequenze di aminoacidi, di lettere (o meglio, di possibili traslitterazioni). Il loro sterminio è anche la morte di una enorme quantità di discorsi, di sillabe, di canti possibili? Stiamo ascoltando il canto delle parole mai pronunciate? Delle lingue soffocate, rimaste al di qua della pronuncia?

La parola in questo teatro apparentemente non c’è, ma a ben guardare è alla scaturigine di tutto quello che vediamo e ascoltiamo accadere in scena. Non solo perché serve come istruzioni per l’uso (senza aver letto il programma di sala non capiremmo che le donne stanno cantando le lettere calpestate e brucate dal capro sul tappeto reticolare alfabetico, le quali derivano dalla seguenza di aminoacidi del suo dna). Ma anche perché qui va in scena un esercizio etimologico, un’interpretazione della parola tragedia.

Ecco il testo di presentazione nel pieghevole con il calendario della rassegna:

Il Concerto sviluppa l’universo musicale della Tragedia Endogonidia sulla base del significato etimologico del lemma greco tragodìa, "canto del capro". Un capro in carne e ossa diventa corpo di scrittura: le sue sequenze proteiche dettano combinazioni sonore. Letteralmente, la poesia discende dal capro, non è più affidata a un Autore. Quattro donne in nero eseguono la partitura vocale risultante da questo procedimento di traslitterazione, combinandosi alle potenti sonorità elettroniche si Scott Gibbons, elaborate anch’esse da una sorgente organica. Con quest’opera la Socìetas si avvicina ancor più all’origine del mistero tragico, scardinandone la dimensione narrativa e restituendone tutta la drammaticità e commozione.

Come si vede, un Autore c’è eccome: è l’Autore che dispone il tempio del reticolato di lettere, la tastiera dove il Poeta-Capro pesta e bruca le lettere. Così come Dada che delega al Caso, così come l’Oulipo che delega alle formule matematiche la produzione di logos e scopre nella contrainte, nelle gabbie metriche, non una mortificazione ma una produttività sorgiva, una condizione di possibilità per lo scaturire della poesia. Così come Savinio legge nei refusi l’inconscio della lingua, la parentela fra i significanti che è rivelatoria fusione di significati che si gettano ombra reciprocamente – ma poi dimentica il fatto che i refusi dipendono da come sono disposti i tasti della tastiera, dipendono da una situazione storica (il brevetto di Christopher Sholes del 1864 venduto alla Remington and Sons nel 1873), da una egemonia economica e culturale angloamericana, perché i tasti sono stati disposti in quel modo sulla tastiera delle macchine da scrivere per evitare che i martelletti si accavallassero inceppandosi durante le digitazioni rapide dei dattilografi, distribuendoli secondo le statistiche di ricorsività delle lettere nella lingua inglese. Che cosa voglio dire con questo? Che il caso è predisposto, che il gioco è truccato, che la traslitterazione non è aliena perché è trasloco nella lettera, e la lettera è fonica, è voce, è umana…

Dal programma di sala:

Le parole del testo che si sentono hanno un peso oggettivo, inappellabile e alieno. Non c’è poesia, e non c’è alcun principio verticale che giustifichi la sua presenza. Il testo "discende" da un capro. Ma il problema tecnico che si è posto è il seguente: come ottenere un testo midollare che promana dal centro stesso di tutte le letterature, cioè dall’inespresso di ogni corpo? Come può apparire non arbitraria la scelta dei fonemi? È necessario che il sistema sia ordinato ed esatto, come un diagramma tardo rinascimentale dell’"ars combinatoria", che rilevi le coordinate dei passi del capro. Un’altra possibilità, più oggettiva, è quella di leggere quello che il capro ha già, quello che tutti gli esseri viventi hanno già: la sequenza di amminoacidi di una proteina, di una sostanza che caratterizza certi processi organici. Per esempio: decodificare la proteina responsabile della crescita delle corna; oppure la sequenza degli enzimi da cui dipende il principio della decomposizione.
Per il linguaggio-testo del capro è stato adottato un sistema analogico di ricombinazione di fonemi provenienti dalle sequenze proteiche contenute esattamente nel corpo di "quel" capro, un individuo maschio di quattro anni. Le sequenze delle ammine scelte sono quelle responsabili della respirazione cellulare, della riproduzione, della crescita delle corna e della putrefazione. Le sequenze delle lettere-simbolo di ogni amminoacido delle proteine scelte sono state riportate su tre tappeti bianchi; il Poeta è stato lasciato libero di pascolare sul diagramma delle lettere scelte. Il suo percorso costituisce un tracciato sul quadrante. Il tracciato disegna una costellazione di lettere le quali, a loro volta, formulano una scrittura di base. Il muso del capro è il puntatore delle lettere. Il Poeta ha fatto una scelta e la sua scelta è infallibile.

Ma chi è, qui, il Poeta? Di chi è la scelta? Da Dada a Burroughs, da Balestrini all’Oulipo, tutta la letteratura che ha delegato la scelta delle parole alla casualità, al computer, all’incontro fortuito fra parole, alla combinatoria matematica, dissimula la scelta originaria dell’autore, che delimita il recinto di possibilità scegliendo la regola produttiva, la formula agente, l’algoritmo. La traslitterazione degli amminoacidi è pur sempre una finzione umana, troppo umana. La traslitterazione è una traduzione nella nostra fonazione, nella nostra vocalizzazione, gutturazione, palatalizzazione, linguazione, dentizione, labiazione… È una finzione suggestiva, ma pur sempre una finzione, per quanto necessaria a "tradurre" l’alieno, il radicalmente altro animale. L’autore c’è eccome, solo che è nascosto, ideologicamente occultato. L’autore costruisce un maccanismo letterificatore, verbificatore, e poi spala carburante dentro la fornace che alimenta il motore, e contempla quel che viene fuori dalla macchina, come il responso di un oracolo. È vero, quelle che ascoltiamo e leggiamo sullo schermo sono parole "inappellabili, oggettive", materificate. Appellabile però resta la scelta del criptoautore, la sua ipoteca ultra autoriale, l’avere preparato quel dispositivo, quella macchina produttrice di linguaggio.

Artaud realizzato: dispiegate le massime potenzialità tecniche dell’attrezzeria scenografica, degli effetti: la luce, il suono. La violenza del cinema, del video, dell’amplificazione sonora, dispiegate alla loro massima potenza: "il ritmo rozzo ed epilettico del nostro tempo". L’estasi come epilessia: "un’immagine che lo scuota [il pubblico] alle fondamenta nel suo organismo e segni su di lui un’impronta incancellabile.". La scena della Socìetas mostra sempre dove potrebbero condurci cinema, video, tv, illuminazione e amplificazione, a quali soglie percettive, se solo lo volessero.
La minaccia degli elettrodomestici addormentati.

Il capro scrive calpestando, brucando.
Ancora il suo contatto piezoelettrico con il suolo.

Nel video, tutte le zampe del capro contemporaneamente al suolo, moltiplicate, a centinaia, saturano tutto lo schermo. Le donne gridano. Cluster. Tutte le lettere della tastiera premute
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Dal segno al tasto. Dall’incisione al chiodo. La lettera si è trasferita dalla penna alla tastiera: dal disegno alla percussione. Il gesto orizzontale che traccia la lettera è diventato martellamento, zampettare di unghie di capro sulla tastiera reticolare, pulsazione animale diretta, senza la mediazione di un gesto disciplinato.

Noi non scriviamo più. Martelliamo.

Socìetas Raffaello Sanzio / Scott Gibbons

The Cryonic Chants. Canti e poemi oggettivi, tratti da un impassibile animale.

Teatro dal Verme

16 maggio 2006.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica teatro il 17 maggio 2006