Gomorra: i pilastri dell’economia

Carla Benedetti



Chi la conosce non la chiama "camorra" ma "Sistema". "Appartengo al sistema di Secondigliano" – dicono i ragazzini per farsi riconoscere alle casse dei supermercati. E mai parola fu usata più a proposito.

Nel ’68 i militanti dell’estrema sinistra chiamavano "Sistema" il capitalismo. Oggi l’imprenditoria criminale è l’incarnazione più pura del sistema economico che domina il mondo. Una rete produttiva che usa mandopera a basso costo esattamente come le imprese "pulite", ma ancora più libera da vincoli di legge e di contratto. Una rete commerciale efficientissima capace di sbaragliare la concorrenza dentro ai mercati, già drogati, della globalizzazione. E con fatturati vertiginosi. L’impero economico dei nuovi clan è la quintessenza del neoliberismo, del postfordismo, della flessibilità, dell’impresa multilevel, delle logiche di marketing basate sui logo.

Questa è la prima verità clamorosa che si ricava dalla straordinaria inchiesta-racconto di Roberto Saviano, Gomorra (Mondandori).

La seconda è che i morti sono solo "la traccia più visibile" del potere reale della nuova classe di imprenditori. Il Sistema ricorre alle "paranze" (i killer) in fasi particolari. Per il resto lavora nel silenzio delle periferie, nei coni d’ombra di un’economia indisturbata, sottratta anche alla visibilità mediatica. Nelle pagine in cui si racconta l’ultima guerra di camorra (142 morti solo nel 2004) Saviano parla dell’arrivo dei giornalisti e delle tv. Troppi morti per non parlarne. Ma tutto finisce nell’"estetica della suburra napoletana". Il giornalismo-spettacolo vede solo il ghetto d’Europa, la periferia degradata, non i "pilastri dell’economia".

Già per questo Gomorra è un libro eccezionale. Ma lo è ancor più per come tutto ciò viene raccontato e testimoniato.

Non è solo "stile" o abilità narrativa. E’ un’intimità sofferta con il territorio a conferire a questo libro di esordio una necessità e quindi una forza di illuminazione e di verità che forse nessuna fiction potrebbe avere.

Si sente che chi vede ha accettato il rischio di guardare quel mondo dal di dentro, e che deve raccontare ciò che ha visto. Non solo il meccanismo criminale e economico, ma anche le vite che lo alimentano, con i loro combustibili di sogni, sofferenze, codici d’onore. Dai ragazzini con il giubbotto antiproiettile che fanno da palo nella notte, all’immaginario hollywoodiano dei clan, alle guardaspalle delle donne boss vestite come Uma Thurman in Kill Bill.

Un libro pulsante, vivo, coraggioso, profondo nell’analisi e visionario.

(Uscita su "L’espresso" del 26 maggio 2006)








pubblicato da c.benedetti nella rubrica giornalismo e verità il 5 giugno 2006