In difesa di Luciano Moggi

Tiziano Scarpa



Per vincere un campionato ci vogliono tante cose.

La forza economica per comprare i campioni nazionali e internazionali, e pagarne gli ingaggi, le case e le auto di lusso.

Un’enorme esposizione mediale per costruire una tifoseria appassionata, cioè molti acquirenti di biglietti e abbonamenti, ma soprattutto telespettatori che, in un circolo virtuoso, aumentino a loro volta la diffusione mediale, gli spettatori e i diritti televisivi.

Denaro per finanziare la ricerca medica e biochimica all’avanguardia, per utilizzare sostanze che migliorino le prestazioni fisiche dei calciatori riuscendo a restare occulte a un esame antidoping.

Potere di intimidazione, di corruzione, complicità e alleanze con arbitri e designatori degli arbitri.

Avvocati spregiudicati, un ufficio legale di prim’ordine per monitorare tutto quanto viene detto su di sé, tutelare la propria immagine, querelare qualunque affermazione dannosa, affrontare lunghe battaglie giudiziarie.

Giornalisti compiacenti, intellettuali venduti, tifosi eccellenti pronti a escogitare argomenti capziosi e battute efficaci in favore della propria squadra nei momenti critici.

Bisogna occupare i vertici delle federazioni sportive, piazzare i propri uomini per controllarne le decisioni.

Chi vince il campionato? Chi ha più soldi, chi sa complottare meglio, chi è così furbo da imbrogliare riuscendo ad apparire onesto. Vince chi è davvero più forte, a tutti i livelli.

È un vero gioco di squadra: vincono i dirigenti mafiosi, i medici bari, i giornalisti bugiardi, gli avvocati arroganti, i calciatori dopati e favoriti dagli arbitri.

Non vince chi gioca meglio. Vince chi ha più potere.

La squadra campione non è semplicemente un manipolo di giovinastri che sanno dare quattro pedate a una palla (chissenefrega!): è l’espressione di un complesso di forze, di ricchezza finanziaria, scaltrezza politica, saperi scientifici, sagacia mediale.

È questo il calcio che piace all’Italia. Un eccitantissimo torneo guerresco, totale: la cosa nazionale per eccellenza. Una massa di eventi che coinvolge tutto: il sangue dopato che scorre nelle vene dei calciatori, enormi capitali, battaglie urbane fra tifoserie, scommesse clandestine, carriere politiche. Un machiavellico, festante, insidioso casino dove tutto è permesso. Un gioco a rischio reale, dove ci si gioca l’amicizia con il compagno di classe o il collega di lavoro, l’onore cittadino, i profitti dell’impresa investiti in una squadra, la vittoria alle elezioni: tutto. È questo il calcio che appassiona noi italiani.

Il calcio non è una finzione. Il calcio è una cosa vera. Implica conflitti, denaro, potere, colpi bassi, corruzione, disparità di risorse fra i contendenti, con il supporto di una retorica faziosa e un’esposizione sociale esagerata, un’occupazione militaresca del discorso pubblico, dal bar al consiglio dei ministri.

Il calcio ha allagato l’Italia. Ha imposto la sua terminologia "tennica", i suoi formulari specialistici, la sua mentalità a tutta la società italiana, fin dai suoi vertici politici: "scendere in campo", "formare una squadra di governo", "essere retrocessi in serie B nell’economia europea"…

Dopo gli scandali di queste settimane, qualche moralista sentimentale pretende che il calcio si snaturi, diventando uno scipito sport leale dove tutti rispettano le regole.

Uno sport?!

Perfino i prodotti culturali si sono adeguati al calcio.

L’arte contemporanea è un sistema dove non contano i valori artistici e il riscontro del pubblico, ma un nodo di alleanze fra galleristi, critici, curatori dei musei e collezionisti.

Il computo dei telespettatori, le statistiche dell’auditel sono taroccate, gonfiate, inverificabili.

Il teatro è in mano a una cricca di gerontocrati. Le tournée e le messe in scena più dispendiose, che riescono a girare davvero arrivando al grande pubblico, sono riservate alle star della tivù, spesso comici dal successo effimero o scadentissimi attori, che calcano i palcoscenici nelle stagioni di magra, quando rimangono senza contratto televisivo.

Le classifiche dei libri sono parziali, truccate, e sono profondamente condizionate dall’esposizione mediale degli autori, dalla celebrità di chi li firma. Nella promozione di un libro, una massa di lettori e di critici letterari e studiosi contano meno di un paio di giornalisti che scrivono frivolezze su rotocalchi diffusi o presentano una trasmissione simpatica.

I premi letterari sono corrotti, manipolati, pesantemente influenzati dalle case editrici, assegnati in anticipo. I premi cinematografici anche. I film più visti sono quelli che hanno alle spalle le produzioni più potenti che possono distribuirli in un numero più alto di sale dopo averli lanciati con campagne pubblicitarie onnipervasive, dall’oggettistica, ai gadget, al tormentone dei trailer.

La musica è dominata dal colonialismo dittatoriale del pop e del rock angloamericano, viviamo immersi in un totalitarismo sonoro. I dischi più ascoltati e venduti sono quelli pompati dalle radio e tivù specializzate in base alla forza economica delle case discografiche.

Ma già il fatto che esistano le classifiche dei prodotti culturali, televisione, cinema, dischi, libri, indica che la mentalità calcistica è penetrata in settori dello spirito che non dovrebbero avere nulla a che fare con l’agonismo. Ho scritto "agonismo", ma ho commesso un’inesattezza: non si tratta infatti di agonismo, di leale concorrenza sportiva, bensì di scontri di potere, di brutali conflitti tra forze reali.

Il calcio non è un’ingenua sfida ad armi pari fra anime candide. Il calcio è una cosa seria.

Ridateci Luciano Moggi!








pubblicato da t.scarpa nella rubrica giornalismo e verità il 15 maggio 2006