Vederti nella web-cam mi fa bene

Matteo Fantuzzi



Simona Niccolai, presente all’incontro di Pisa, mi ha mandato queste poesie di Matteo Fantuzzi con questo commento: "È il mio modo per far presente che la poesia non è morta, anzi, sta benissimo".


Vederti nella web-cam mi fa bene,
so che stai dormendo e sei tranquillo
che non ti muovi, che non ti agiti nel sonno

è stato un buon consiglio quello delle pompe funebri,
installarla nella bara per tenere salda la speranza
che la tua di partenza possa avere un giorno anche un ritorno,

che se ne possa essere certi, perché a sei piedi
sotto terra (a conti fatti) nessun telefonino prende
e dovevamo un po’ per forza allora noi propendere per altro.

*

Elaborare il lutto, dirsi:
"non è vero niente", "non è nulla"

non pensare [...]

ed anche oggi che son passati anni
mi riappari delle volte sui menu del ristorante,
o alla stazione mentre attendo l’autobus.

O anche al cinema, tra le reclames di inizio proiezione:
sei un passante in campo lungo dentr’allo spot dell’adidas,
nella pubblicità dei tegolini, te ne stai facendo altro

(come sempre)

sfogli il giornale e mediti i tuoi fatti, i tuoi progetti.

*

Eppure m’ero ripromesso
non sarei venuto a trovarti,
troppo è ancora oggi il ricordo
perché io non ti pensi ad Andorra, o in America,

o a Glasgow. E invece stai lì, sotto terra,
non ti curi di niente, della fabbrica in vacca,
delle nuove riforme, del periodo di riassestamento
politico, del fattore economico.
E come ne esci contento in immagine, sembra quasi
che lì si stia bene ogni tanto, che magari spostandoti
un poco ci sia spazio anche per il sottoscritto
tra quelle pareti spesse.

*

Giro ancora i negozi
di libri da quando mi hai chiesto:

"Tu che te ne intendi, cosa mi consigli di leggere?
Qualcosa di bello, di allegro, che non mi ricordi
che trucco i cadaveri ora per vivere. Sai, a volte
qualcuno di quelli è bruciato nel volto, ed allora
i parenti suoi devono darmente una foto vecchia.

E io divento quella che fa i morti. Dal nulla.
Perchè il fuoco si porta via tutto: ogni solco del viso,
ogni parte di derma, e certe volte che ho il turno di notte
ho paura di colpo quello dalla bara ne esca,
chiedendomi di andarci piano col mascara arancio
perchè – veramente – ha la pelle ridotta uno straccio e certo
non vorrebbe davvero in eterno la cosa dovesse notarsi".

*

Solo oggi mi accosto ad un lutto
che ho lasciato passare per anni,
senza un qualche successo.

È occasione un scansare la polvere
dagli oggetti che un tempo ti avevan distinto,

destinare i tuoi scritti a un catalogo
per i dottorandi di Trento, auspicando un convegno.
Ho paura a toccare il tuo mondo,
ignorante qualcosa sia fragile troppo
per non ceder di botto ad un qualche contatto,

come me in questo stanzotto freddo.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica poesia il 4 giugno 2006