Fantasia combattente

Linnio Accorroni intervista Tiziano Scarpa



Dopo tanti anni da Cos’è questo fracasso, uscito per Einaudi nel 2000, un’altra raccolta di testi eterogenei per natura, forma, occasione. Quale rapporto fra questa miscellanea ed il libro di 6 anni fa?

Batticuore fuorilegge contiene racconti, poesie, saggi, dialoghi. È una scelta controcorrente: propongo un’idea totale della scrittura, senza separazione fra i generi. Ma è un libro compatto, pensato, organizzato: non una raccolta a casaccio di roba occasionale. Sono testi aggregati intorno a cinque temi: l’individuo, la politica, le merci, la narrativa, l’arte. La sequenza dei vari scritti crea uno sviluppo di significati: una poesia risponde al saggio che la precede, poi arriva un racconto che le muove un’obiezione, eccetera. Cos’è questo fracasso conteneva solo prose analitiche, messe in ordine alfabetico, senza struttura.

Che cosa è mutato da allora nel panorama politico-culturale italiano?

Quel che è successo in politica interna ed estera lo sanno tutti. Ed è altrettanto risaputo che si è intensificato l’uso della rete, con una grande partecipazione democratica. Ma, in generale, direi che in questi anni è finito il postmoderno. È finita l’illusione di una equivalenza orizzontale, reticolare degli scambi fra individui e culture diverse, il progetto morbido (e un po’ pacioso) di una contaminazione innocua, con disinneschi e recuperi di qualsiasi posizione culturale, passata o esotica che fosse. Sono ritornati evidenti conflitti che si pensavano archiviati (e che invece erano stati volutamente, colpevolmente rimossi). Insomma, è tornato l’Altro. La New Age è stata sbaragliata dalle religioni tradizionali. In Italia, per esempio, ci ritroviamo a dover fare i conti sempre di più con il nucleo inflessibile dell’etica cattolica. L’Altro non era mica morto! E nemmeno Dio.

La sensazione è che la lingua di questi testi va a battere proprio dove il nulla duole…

Perché lo chiama "il nulla"? Direi invece le questioni importanti. Se con "nulla" intende cose che sono spacciate per sostanziose, ma sono soltanto apparenza, d’accordo. Ma non me la sento di chiamarle "nulla": è il tipico atteggiamento di un certo tipo di intellettuale, che sbuffa e alza le spalle di fronte a pubblicità e sport… Ma su questo "nulla" oggi si regge tutto: pensi a un evento come le olimpiadi invernali di Torino, alle quali è stato affidato il compito addirittura di rilanciare una città che ha esaurito la sua vitalità industriale. Il pattinaggio sul ghiaccio al posto della Fiat… E pensi a quanti quotidiani gratuiti sono nati in questi ultimi anni, stampati al solo scopo di fare da contenitori alla pubblicità: in tutti i media il "nulla" pubblicitario è la sostanza che regge la circolazione dell’informazione. Altro che "nulla"!

Con moreschiana ’attitudine da combattimento e da sogno’, lei affronta vis à vis questioni importanti (la Politica, la Letteratura, la Realtà…) senza infingimenti o remore: "nei nostri libri diciamo delle cose. Tocchiamo nodi, grumi, nervi! Vogliamo delle risposte. Non elogi o giudizi di valore": È una risposta a quelli che ancora considerano la Letteratura un orticello estetizzante?

Ma sì. È spaventoso e anche comico quel che è successo alla letteratura. È stata confinata in un démi-monde mediatico, in un caricaturale incubo proustiano, dove le uniche regole sarebbero il successo, l’invidia, le copie vendute, la carrierina da romanziere famoso, e, quando va bene, la pacca sulla spalla del critico-professore (invece di una risposta politica, culturale, piena, fra scrittori alla pari: romanzieri o poeti o critici che siano). Tutto il nostro migliore Novecento smentisce questa riduzione: Palazzeschi, Savinio, Levi, Bianciardi, Pasolini, Parise, Morante, Volponi, Calvino, Manganelli, Ortese e tanti altri.

Il suo sguardo indaga, prospettando interpretazioni e letture spesso originali e sorprendenti, su argomenti disparati (dal cinema alla Tv, dal calcio ad Unabomber, dalla critica d’arte alla pubblicità), osteggiando, sempre e comunque, la vulgata che confina lo scrittore-nello stereotipo di "bestiolina da allegoria", condannato al ruolo inerte e puramente cerimoniale di Sacerdote della Letteratura.

Quella dell’allegoria è una vicenda millenaria, e non posso certo affrontarla qui, in poche righe. Dico solo una cosa: la scrittura letteraria non è solo metaforica: è anche referenziale, diretta; non esistono soltanto le due grandi forme dell’apologo allegorico (breve o lungo che sia: il racconto, il romanzo) e della poesia lirica enigmatica. Questa idea di letteratura crea una spaccatura nella parola, la spezza producendo due specialismi: tu scrittore scrivi le tue metafore (i tuoi apologhi narrativi, i tuoi enigmi in versi), io interprete spiego le tue allegorie. In questo modo si creano quelli che lei nella sua domanda definisce Sacerdoti (dei quali poco mi importa): ma quel che è peggio, secondo me, è che così si deresponsabilizzano gli autori.

Un altro filo che si dipana nelle pagine di questo "manuale da combattimento" è il rifiuto della figura dell’intellettuale come monade isolata, che si bea della propria solipsistica superiorità.

Più che da me, questa figura è stata rifiutata dagli avvenimenti. Da qualche anno l’accesso sempre più facile alla rete ha reso tutti intellettuali (cioè individui che intervengono pubblicamente armati soltanto della loro parola, senza nessun’altra patente istituzionale), nessuno è più una monade.

Al posto di tanta inane autoreferenzialità, lei, a più riprese, indica il progetto di una comunità a venire, che pare incarnata dall’immagine proposta dal finale del film Respiro di Crialese a cui sono dedicate pagine molto intense.

Io credo nel valore del singolo. Siamo comunque separati fisicamente e mentalmente uno dall’altro: purtroppo certe esperienze, certi pensieri non si possono fondere con quelli degli altri. Non possono essere messi in comune direttamente, senza mediazioni. Perciò io non credo molto nella rappresentazione, nella rappresentatività: non leggo e non comunico con gli altri cercando qualcuno che mi assomigli o mi rappresenti; leggo gli altri, comunico con loro proprio per conoscere la loro diversità, la loro singolarità irriducibile! Una comunità secondo me si può fondare solo su queste premesse. Se ci fa caso, oggi invece si consumano sempre più numerosi prodotti culturali ideati da gruppi, grandi o piccoli, antagonisti o istituzionali: film, giornali, romanzi, programmi televisivi, sono sempre più un compromesso fra l’autore e il suo committente: fra lo sceneggiatore e il produttore; fra il giornalista e il caporedattore; fra lo scrittore e l’editore… Io cerco il singolo, la sua parola senza compromessi. Sogno una comunità di singoli che esibiscono a vicenda la loro ferita e la loro gloria senza averle prima pattutite con nessun altro.

Ciò che mi piace in questi testi è che, oltre ad una consistente pars destruens, viene proposta anche una pars construens affidata ad una strategia progettuale che non si limita solo ad abbattere confini e gabbie, ma si allarga a nuove istanze e forme del vivere sociale. Le farebbe piacere se, per questo "batticuore fuorilegge", si rispolverasse la vecchia, vituperata formula di "critica militante"?

Perché no? Ma mi pare che con questa formula, "critica militante", lei stia riducendo questo libro a una raccolta di saggi. Ci sono anche molte poesie e racconti: ci sono storie, ritmi, visioni, rime, suoni. Perciò un’etichetta più aderente sarebbe "fantasia militante".

La copertina è fra le più curiose e divertenti degli ultimi anni: come nasce?

In un mercatino di Londra ho comprato per cinque sterline un pupazzo a pile che spalanca l’impermeabile e si abbassa i pantaloni rimanendo in mutande. È un simbolo, un emblema spiritoso. L’artista, lo scrittore, l’intellettuale (cioè noi tutti, oggi, grazie alla rete) potremmo raffigurarci come esibizionisti. L’accusa che si è fatta alla società e ai suoi individui, per tutto il postmoderno, è stata quella di essere narcisista. Anche gli scrittori (cioè, semplicemente, dei cittadini che hanno alcune cose, che ritengono belle e importanti, da dire agli altri) sono stati disinnescati come "narcisisti", cioè persone che in realtà non vogliono dialogare, non hanno nulla di buono e utile da offrire alla comunità, ma cercano soltanto soddisfazioni e riconoscimento sociale, in un lugubre rapporto con se stessi. Se proprio volete ridurci a casi clinici, preferisco l’accusa di "esibizionista": io mostro il mio trauma e il mio tripudio agli altri, non allo specchio! E mi aspetto di conoscere negli altri la loro particolare forma di trauma e di tripudio.

E il titolo?

Un batticuore fuorilegge è una passione fuori dalla norma, uno stato di grazia emotivo e fisico. È anche qualcosa di doloroso: può far pensare a una sofferenza cardiaca, un’aritmia. Io penso che possiamo resistere alla disumanizzazione mostrandoci a vicenda il nostro pathos creaturale, inerme, sì, ma anche irriducibile: il nostro batticuore fuorilegge.

Pubblicato su "Stilos. Il quindicinale dei libri" diretto da Gianni Bonina, anno VIII, n. 9, 25 aprile – 5 maggio 2006.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 13 maggio 2006