Giuliano Mesa

Antonio Moresco



Ho saputo in ritardo che, in pieno agosto, è morto Giuliano Mesa. Siamo stati amici e ci siamo frequentati, una decina di anni fa, poi ci siamo persi lungo la strada. In un mio libro uscito nel 2002 e intitolato L’invasione parlo di lui e faccio sentire la sua inconfondibile voce poetica. Mi accorgo adesso, rileggendo dopo molto tempo queste pagine, che sembrano scritte adesso. Le ricopio e le ripubblico qui, in ricordo dell’amico perduto e del poeta raro.

Giuliano Mesa, nato nel 1957. Ha pubblicato finora solo presso piccolissimi editori specializzati. Malato di pancreatite acuta, ha subito negli ultimi anni diversi ricoveri e si è trovato più di una volta faccia a faccia con la morte. Anche la poesia della sua ultima, finora ignoratissima raccolta ("Quattro quaderni", editrice Zona, 2000) è scritta così, tra parentesi, quasi strappata, letteralmente, verso dopo verso, alla morte. Concentratissima, ritmica, sincopata, quasi ipnotica, spezzata ma inarrestabile, irriducibile, in un rapporto forte con la musica eppure per niente "musicale". Piena di desolazione, di riservatezza, di commozione e ardimento. La voce di Giuliano Mesa è questa:

(pensa che puoi pensare,
fino a quel buio,
fino alla luce, infine, che scompare)

Luci luci…
come riluce
ciò che ha una luce, dentro,
che si spegne

splende perché accalora

perché non tace?
perché se tace dice
’va bene, tutto questo buio -
dopo sarà soltanto un po’ più scuro’

fatti cupa,
occùpati di ciò che muove il moto,
la cuspide,
l’erosione che consente di premere,
posando, mettendo a posto,
nel posto in cui sarà

fatti incupita,
muovi, da qui a dopo, la parete,
l’argine,
margine che ricomincia a stare,
segnando, facendo segni,
ancora, per starci ancora

se tu non te ne andassi
che cosa
che cosa sarebbe questo luogo

qui non saresti altrove
qui
come per starci

(in un altrove, sempre,
in quello che si può,
che si può fare adesso,
fintanto che si resta)

fino a che resta ancora
un dove stare

metti
(per mettere un’altra brace al fuoco,
un’altra cosa che finisce nel calore che ti scalda)

metti che poi
(poi dopo, quando davvero, infine,
saremo così stanchi)

metti che poi, che dopo,
che ancora non sarà finita

luce, sì
verso quel poco
(versa quel poco, versalo,
quel poco tempo, ancora, finché c’è)

non ricordare più, come sarebbe?
vorremmo quella quiete?
non è meglio divampare ancora?
ancora distruggere?

(è meglio, tutto è meglio del non più
senza che mai sia stato)

(dove finirà tutto questo?
perché nel nulla di nessun ricordo di nessuno?
questo è il dolore?
quello che senti quando il corpo ha fatto tutte le sue scorte?)

(scritto, nulla

che non sia polvere, che vola, se ne va -
che non sia luce, che brilla, e dopo è buio-
e dopo è luce e dopo è buio, e dopo e dopo)

(non scritto, nulla

che non sia polvere, che vola, se ne va-
che non sia luce, che brilla, e dopo è buio-
e dopo è luce e dopo è buio, e dopo e dopo)

(a grandi passi bianchi, a scatti, come lampi,
in questo buio, verso questo buio)

(una tua mano, nel tuo sonno, ti stava accarezzando -
non moriremo più)








pubblicato da a.moresco nella rubrica poesia il 5 settembre 2011