Deus est causa peccati

Sergio Baratto



Quaestio est de causa peccati. Et primo quaeritur utrum Deus sit causa peccati.
Et videtur quod sic.
(…) Ergo Deus est causa peccati.

Tommaso d’Aquino, De Malo

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"La Shoah, lo sterminio del popolo ebraico per mano della follia nazista, sarebbe stata predetta dalla Madonna ai tre pastorelli di Fatima (Portogallo) nelle profezie del 1917, circa 20 anni prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Lo ha scritto nel 1955, in un ’diario’ inedito e che sarà pubblicato il 10 giugno prossimo, suor Lucia de Jesus dos Santos, l’ultima testimone delle apparizioni mariane portoghesi, morta a 97 anni il 13 febbraio dello scorso anno.
(…) ’La guerra sta per finire’ - si legge tra l’altro nel diario – ’ma se non smetteranno di offendere Dio, nel pontificato di Pio XI, ne comincerà un’altra peggiore’. E vale a dire, ci sarà - preannuncia la veggente – ’lo scoppio di una guerra atea, contro la fede, contro Dio, contro il popolo di Dio. Una guerra che vorrà sterminare il giudaismo da dove provenivano Gesù Cristo, la Madonna e gli Apostoli che ci hanno trasmesso la parola di Dio ed il dono della fede, della speranza e della carità, popolo eletto da Dio, scelto fin dal principio’ e per questo ’popolo della salvezza’". (La Repubblica, 31 maggio 2006)

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Un solo bambino ucciso, un solo innocente massacrato non bastano forse a svergognare qualsiasi presunto miracolo – madonne che piangono, tumori che scompaiono, gambe che ricrescono? Come potrei accettare e adorare una divinità che fa lacrimare statuette di gesso, produce stimmate, permette apparizioni profetiche della Vergine e tollera lo sterminio di milioni di innocenti?
In questo senso l’idea di miracolo non finisce forse per offendere la dignità stessa dell’idea di Dio?

Perché le predizioni della Madonna non servono a niente e i miracoli di Dio si concentrano sempre e solo su piccole tragedie personali?
Devo pensare che la Vergine sia una storicista incallita, una che anche potendo non farebbe sgarrare di un millimetro lo tsunami della necessità? Oppure che sia impotente di fronte alla superiore volontà del Fato, come lo erano gli dèi greci – ovvero che esista un Fato "superiore" a Dio stesso? Devo accettare l’idea che anche per la Provvidenza – la gemella bigotta della Necessità – il fine giustifichi i mezzi?
Devo pensare che Dio sia capace di operare miracoli – dalla guarigione di un malato terminale alla resurrezione di Lazzaro, dalla moltiplicazione del cibo alla ricrescita di un arto – solo su piccola scala?
Devo accettare che una madonnina possa predire morte e distruzione, persino piangerci sopra e non muovere un dito per evitarle? Devo accettare che Dio renda la vista a un cieco ma non risparmi il gas e i forni a milioni di ebrei?
Devo desumere da tutto ciò che Dio non sia davvero onnipotente? (Non voglio credere, come suggerisce qualche maligno, che sia perché Dio è cattolico, mentre gli ebrei, gli omosessuali e i comunisti massacrati nei campi di sterminio non erano nemmeno cristiani).
Le possibili spiegazioni sono le seguenti:
Dio non interviene perché non può: dunque Dio è impotente.
Dio non interviene perché non vuole: dunque Dio è corresponsabile.
Dio stesso l’ha voluto: dunque Dio è causa del male.

L’impotenza di Dio è un assurdo teologico; la corresponsabilità di Dio nel male anche, oppure si riduce a una variante mal formulata della terza ipotesi. La terza ipotesi è perciò l’unica a restare in gioco.

So già cosa mi si risponderebbe. Mi si direbbe che i teologi e i filosofi ci ragionano da millenni. Che la volontà di Dio è imperscrutabile, perché trascende la ragione umana. Che l’uomo non può strutturalmente spingere oltre determinati limiti i propri tentativi di comprensione razionale dei moventi divini. Che oltre quei limiti sono possibili soltanto la fede o il rifiuto, il superamento della mera razionalità o l’ostinazione a limitarsi ad essa. L’abbandono mistico di Aleksej o la pervicacia razionale di Ivan, per chi ha letto I fratelli Karamazov. Nell’un caso, mi si direbbe, l’uomo vive l’esperienza "sovrumana" del trasporto in una sfera diversa della comprensione; nell’altro, l’uomo rifiuta di staccare i piedi dalla terra, a cui anzi si àncora coscientemente e con protervia. Questi viene chiamato ateo, scettico, materialista; tutt’al più gli si concede lo statuto più aperto di agnostico. Chi lo guardasse da un’ottica radicalmente religiosa, dovrebbe necessariamente provare per lui una grande pena (se dotato di temperamento empatico) o semplicemente sconcerto. Forse non sarebbe dissimile la reazione di un buddhista, se gli confessassi che non desidero uscire dalla ruota di carne del samsara, che aborro la liberazione dalle passioni e che accetto orgogliosamente il mio destino di piacere e dolore, pur di restare fedele alla mia individualità.

Io non accetto affatto questo mondo creato da Dio, non lo accetto e anche se so che esso esiste, non lo approvo per niente. (…) Io credo, come un bambino, che le sofferenze saranno lenite e ricompensate, che tutta l’umiliante assurdità delle contraddizioni umane svanirà come un miraggio pietoso, come il prodotto deplorevole di una mente umana euclidea impotente e infinitamente piccola, come l’atomo; che in ultimo, alla fine del mondo, nel momento dell’armonia eterna, apparirà qualcosa di così prezioso che sarà sufficiente per tutti i cuori, di conforto a tutti i risentimenti, di riscatto per tutti i misfatti degli uomini, per tutto il sangue da essi versato, che renderà possibile non solo a tutti di perdonare tutto, ma anche di giustificare tutto quello che è accaduto agli uomini – sì, che tutto questo accada e si riveli, ma io non l’accetto e non lo voglio accettare! Che si incontrino pure le rette parallele, anche davanti ai miei occhi: vedrò e dirò che si sono incontrate, eppure non lo accetterò. (F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov)

Io non voglio accettare ciò che non posso comprendere. Se la mia prospettiva è parziale, pure è l’unica di cui dispongo, l’unica che mi è data. Non si tratta – come si tende a far credere in maniera semplicistica – di scegliere tra la fede e la ragione o, per usare un linguaggio più spiccio, tra il cuore e il cervello. È un rifiuto viscerale, che viene prima di ogni ragionamento.

Se la percezione di un Dio malvagio (ma, a questo punto, anche quella di un Dio sommo Bene) è frutto della limitatezza del mio sguardo, la responsabilità ricade su chi mi ha imposto tale limite. Giobbe 14, 5: "In anticipo tu hai deciso per l’uomo la durata della vita. Hai stabilito quanti saranno i suoi mesi. Tu hai fissato i suoi limiti, egli non può superarli".
Se la limitatezza del mio sguardo può essere superata solo tramite la Grazia divina, e la Grazia divina procede da Dio solo in base al suo arbitrio, io non posso fare nulla. Sono innocente nei confronti di Dio.

Hai forse occhi come i nostri e vedi le cose come gli uomini? Sono forse i tuoi giorni e i tuoi anni brevi come quelli dei comuni mortali? Perché allora cerchi i miei errori ed esamini i miei peccati? Tu sai che sono innocente e nessuno può sottrarmi a te.
(Giobbe 10,4-7).








pubblicato da s.baratto nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 3 giugno 2006