Sesso in tivù

Marco Senaldi



Nella straordinaria Appendice I al suo L’epidemia dell’Immaginario (trad. it. Meltemi, 2004) intitolata “Dal sublime al ridicolo: l’atto sessuale al cinema”, Slavoj Zizek chiarisce come la macchina da presa che riprende una scena di sesso non è mai semplicemente il terzo incomodo che rende impossibile la fruizione “naturale” del sesso puro e semplice. E’ invece vero il contrario: il sesso non è mai completamente “naturale”, anche la più “spontanea” azione sessuale necessita di un minimo schermo fantasmatico su cui proiettare le nostre fantasie – senza, il sesso sarebbe un’esperienza muta e incomprensibile, se non proprio traumatica. Dal momento che “la struttura elementare della sessualità deve includere una sorta di apertura verso il terzo incomodo” (p. 247), un possibile “occhio esterno” di fronte al quale “farlo”, la macchina da presa incarna, nel cinema, questo insopprimibile “terzo occhio”. Ne consegue che il sesso è per sua natura inevitabilmente connesso alla rappresentazione e, insieme, inevitabilmente irrappresentabile: da un lato la pornografia è fallimentare perché, proprio nel tentativo di “mostrare tutto”, in realtà è un genere estremamente codificato e stereotipato (e dunque mostra solo “immagini”) – dall’altro, il cinema “normale”, con i suoi escamotage iconografici che stanno “sotto” il livello pornografico, schiva sempre la rappresentazione diretta dell’atto sessuale – se lo facesse, cesserebbe di essere cinema, rappresentazione.

Ma allora diventa lecito chiedersi: come vanno le cose per quello strano mezzo trans-rappresentativo che è la tv?
Pornografia a parte, il sesso in tv non sembra soggiacere alle stesse norme che ne regolano l’apparizione cinematografica? In realtà, basterebbe osservare dove e come compare il sesso in televisione per rendersi conto di alcune rimarchevoli differenze. La pornografia stessa comunque in tv assume altre sfumature, anche dovute al tipo di fruizione privata, ma soprattutto al raffreddamento visivo proprio del mezzo, per cui si ha una ancor maggior codificazione e “meccanizzazione” dell’atto sessuale. Si potrebbe pensare, come primo esempio, agli spot che reclamizzato hot lines o numeri per sesso telefonico, ormai sia etero che gay: benché si tratti di semplice pubblicità, di fatto gli annunci costituiscono su alcune tv private veri e propri “programmi” in cui lo scopo pubblicitario passa in secondo piano rispetto alle immagini erotiche vere e proprie. Il fatto è che queste immagini, per quanto esplicite, sono sempre censurate: terminata l’epoca delle tv private”selvagge”, l’autocensura è divenuta un’esigenza anche nei territori di frontiera dell’etere, dando così vita ad una pornografia due volte paradossale perché, se già la pornografia in-sé fallisce nel suo intento di “mostrare tutto”, la pornografia televisiva fa capire di poterlo fare senza “mostrare niente” – e in definitiva mostra “tutto e niente” contemporaneamente, come prova il fatto che i dettagli più espliciti sono coperti dai numeri di telefono delle hot line, in una specie di sovrabbondanza semantica che nega se stessa.

Vari altri esempi sembrano confermare questa idea. In una puntata chiave del serial tv di successo Desperate Housewives, il tradimento che Rex Van de Kamp (marito dell’ossessiva Bree) consuma con la prostituta Maysi Gibbons viene rappresentato non tanto per sottrazione (come nel cinema “classico”) ma per sovversione. In sostanza, come sottofondo a una panoramica sulla tipica stanza matrimoniale borghese, con tanto di foto di famiglia in cornice, palla di vetro-souvenir con la neve, ecc. ecc., anziché il tipico tappeto sonoro soft country, si odono rumori soffocati e inconfondibili gemiti erotici. Qui la chiave è una doppia dissimmetria: invece della coppia che si appresta a fare l’amore, con la mdp che si sposta sul fuoco ravvivato del caminetto, e un tema romanico che sale di volume, qui si vede l’equivalente simbolico del caminetto (il placido paesaggio domestico…) sovvertito dall’incongruo sottofondo audio dei gemiti pornografici. Siamo vicini al cinema, ma anche distanti perché non si cerca di supplire all’irrappresentabile con altre rappresentazioni, ma è la rappresentazione stessa a torcersi nell’irrappresentabile – rappresentabile e irrappresentabile giacciono sullo stesso piano, confliggono con se stessi.

Qualcosa di simile si osserva in una recente pubblicità per un formaggio Galbani, la certosa light Bellidea, incentrata sull’idea di restare in forma senza rinunciare al piacere. Lo spot è costruito per sequenze, in cui si vedono una donna che sta cercando di far partire il suo Ciao, una ragazza che dipinge una parete di casa a gambe divaricate... Le immagini però sono smentite dalle scritte in sovrimpressione – in altre parole si tratta di modi per restare in forma facendo SPINNING (avviare il motorino) AEROBICA (verniciare) e, infine FITNESS (si vedono due paia di gambe, femminile e maschili, che si agitano inequivocabilmente su un letto). Ora, la smentita verbale dell’immagine visiva arriva per seconda, dopo che l’immagine, per prima, smentisce se stessa: infatti, nella rappresentazione dell’atto sessuale, si vedono sì le gambe agitarsi, ma solo quelle – l’immagine è tagliata dal vano di una porta, negata sia a priori (non si vede l’unica cosa che vorremmo vedere) che a posteriori (non è SESSO, ma FITNESS). Anche qui la logica delle pubblicità di hot line è rispettata: vi è una esuberanza semantica (la sequenza visiva, la scritta…) il cui solo scopo però è quello di occultare la conflittualità di base della presenza/assenza centrale – il fatto che il sesso, qui, non è solo un elemento per risvegliare banalmente l’attenzione dello spettatore distratto, ma è dichiarato in-sé fallimentare, “castrato”.

Sarebbe impossibile non menzionare in questo breve excursus la presenza del sesso nella tipica forma neotelevisiva rappresentata dal reality show, e in particolare dal più classico dei reality, cioè Grande Fratello.

Come tutti sanno, il problema non è se i partecipanti di Grande Fratello fanno sesso sul serio o no, il problema è come (ci fanno immaginare che) lo fanno. Fin dalle prime edizioni gli escamotage sono stati indirizzati sempre a nascondere l’atto sessuale nel luogo in cui nulla può essere nascosto; da qui l’uso degli accorgimenti più strani, dal farlo semplicemente sotto le lenzuola, o dall’uso di coperte, tende, siparietti, quando non addirittura tavoli per cercare di schermarsi dalle telecamere… Tutto questo sciorinarsi di veli che velano e svelano contemporaneamente potrebbe ricordare alcune pagine memorabili in cui il filosofo statunitense Stanley Cavell (nel suo Alla ricerca della felicità. La commedia hollywoodiana del rimatrimonio, Einaudi, 1999) analizza il valore filosofico della celebre coperta che separa Clark Gable da Claudette Colbert nella loro convivenza casuale in Accadde una notte di Frank Capra (1934). Ma la differenza è evidente: per Cavell, le “mura di Gerico” (come i due protagonisti scherzosamente definiscono l’improvvisato separé) hanno il senso kantiano del “fenomeno” (alla lettera: “ciò che appare”), che incarna la verità del solido (ancorché formale) rispetto reciproco, – mentre invece, nel sesso televisivo, i veli anti-telecamera hanno un valore dialettico, per cui più schermano e più svelano, meno danno a vedere, e più mostrano, ecc. Forse il Grande Fratello tv è ciò che porta la sessualità contemporanea alla sua verità doppiamente sovvertita, ossia obversa: nel luogo in cui tutto si vede nulla si vede – dunque si vede il nulla, è in visione lo schermo finale del niente che il sesso è.

A differenza della pornografia, e dei suoi paradossi, qui il paradosso non c’è nemmeno più: ciò che si vede là, nella rappresentazione pornografica - benché assai più esplicito e perciò più eccitante - è professionale, e perciò meno eccitante; ciò che, invece, non si vede in televisione, è però “artigianale”, e perciò molto più eccitante – ma l’eccitazione si ferma al niente, all’irrapresentabile, o meglio alla rappresentazione del niente. Il sesso tv è l’irrappresentazione del sesso, è l’irrappresentabilità presentata. Per questo la pornografia pura in tv fallisce: privata di scuse immaginarie (“ecco come si dovrebbe fare veramente sesso…”), si trasforma in una subdola negazione di se stessa, che riesce solo a dire una cosa disdicendola (sesso-fitness, sesso visto/schermato…), mostrando che, alla fine, è il mezzo stesso, cioè la tv, che dis-dice e contrad-dice se medesimo.

Così, si potrebbero opporre i professori oxfordiani che (nel romanzo di Javièr Marìas Tutte le anime, Einaudi 1999) fanno lezione solo per non pensare a “quello”, ai Monty Python che (ne Il senso della vita, 1983) rovesciano diligentemente la cosa (bisogna fare lezioni di sesso per non pensare tutto il tempo alla matematica….!) – ma il punto è che la tv va oltre questa semplice opposizione: con il sesso, e con tutto il resto, la televisione dimostra di possedere una “dialettica negativa” nel vero senso della parola; il sesso è non-sesso, ed è dunque sesso, il vedere è non-vedere, e dunque vedere… Non è forse in questa fedele versione del “bispensiero” che si palesa la segreta parentela tra il Grande Fratello televisivo e quello orwelliano ?








pubblicato da t.scarpa nella rubrica in teoria il 9 maggio 2006