Prima della pensione

Tiziano Scarpa



Quanti romanzi e racconti e poesie di Thomas Bernhard avrò letto? A quante sue pièce ho assistito? Quaranta, cinquanta in tutto, fra libri e spettacoli teatrali? Quante centinaia di migliaia di parole di Bernhard mi hanno attraversato, come i raggi cosmici attraversano i corpi e le rocce e arrivano puri all’osservatorio di astrofisica sotto il Gran Sasso?

C’è un sipario color panna, semicircolare, concavo.

Si sentono delle voci fuori scena, vengono da oltre il sipario, sono amplificate. Il teatro della voce, della parola detta, vocalizzata, sgolata. Bernhard intossicato dalla parola. Un autore che spurga frasi, per liberarsene. Per stare sempre dentro la parola. Per pronunciare invettive contro la parola, senza mai smettere di parlare. Thomas Bernhard non smette mai di parlare, di scrivere, di verbigerare per non concedere requie al linguaggio. Per torturarlo. Non ha mai smesso di scrivere, per maledire il linguaggio. La scrittura come forma di maledizione del linguaggio.

Porco linguaggio! Puttana la parola! Frase troia!

Non c’è da vedere. Solo da ascoltare. Il teatro è la voce. L’attenzione e la disattenzione per la voce sottomessa alla parola.

Voci stridule, rinfacci.

Viene nell’aldiqua della scena un corpo, una ragazza silenziosa.

Le due voci sorelle continuano a parlare dall’oltrescena. Capiamo che la ragazza che ci guarda negli occhi è sordomuta.

È una massa impermeata dalle parole. È al riparo dalla valanga di frasi alle quali invece siamo esposti noi. E comunque è nostra complice, ci guarda, ci sorride enigmaticamente, sta dalla nostra parte, dalla parte della scena sgombra, nel semicerchio di avanspettacolo cieco, sul proscenio dove non c’è nulla da vedere tranne il sipario concavo color panna. Noi siamo dentro la sua bolla di incomprensione.

La scena è lo spazio di silenzio sordomuto che la parola deve attraversare per arrivare alle nostre orecchie.

La dissidenza della scena dal testo.

Parlano della ragazza. La massa impermeata di parola che non sente ciò che sentiamo noi. È l’infinitamente detta, parlata. È l’oggetto del discorso. È il capolinea del riferimento.

"È un bene che sia sordomuta, così molto le verrà risparmiato, a lei e a noi"

La ragazza sordomuta manovra il sipario, che scorre su una rotaia circolare.

C’è un cubo di plexiglas, stanno recitando dal vivo, le voci non erano registrate.

Sono amplificate, le voci arrivano dai lati, si sente un innaturale scrosciare di vetri, di metalli che accompagna le frasi.

Sono i braccialetti, le collane, gli orecchini che tintinnano fragorosamente dentro i microfoni disseminati del cubo di plexiglas. Accompagnano le voci come delle iperconsonanti, delle superZeta, megaTi, ultraCi, suoni zigrinati, dai bordi taglienti.

Parlare è dimenare ornamenti. Le due sorelle indossano frasi come una bigiotteria fragorosa. La chincaglieria ornamentale delle parole.

La storia prende forma. Due sorelle, nel dopoguerra, una nazista e l’altra comunista, in carrozzella, è rimasta storpia sotto un bombardamento americano. Il terzo fratello è un giudice della corte di cassazione, ex comandante di un campo di sterminio.

"Rudolph l’ha giurato. Finché vivrà festeggerà ogni anno il compleanno di Himmler".

La madre si è suicidata. Fratello e sorella nazisti incestuosi. La catastrofe dei padri che si abbatte sui figli. La solita recriminazione filiale, come sempre in Bernhard.

Il vecchio trucco teatrale di una persona a lungo descritta, evocata, che tarda ad arrivare in scena. Quella vecchia volpe di Bernhard, il suo puttanesco mestieraccio da teatrante, riverniciato con qualche tocco metateatrale, aggiornato, che asseconda la voga strutturalista della sua epoca.

"Noi continuiamo a esistere soltanto suggerendoci le battute l’un l’altro".

"Se almeno andassimo ogni tanto in tribunale, a divertirci! Un processo è molto meglio del teatro!"

Il nazista in cappotto e completo elegante.
Il nazista in ciabatte, seduto in poltrona, con la panza di fuori.
Il nazista in divisa.

I personaggi hanno settant’anni. Gli attori sono sulla trentina. L’incubo di restare figli a vita, di non sentirsi presenze ma sempre e soltanto conseguenze.

"Più si diventa vecchi, e più si è pieni di attenzioni!". La mia generazione così attenta fin da giovane. Ha colmato il mondo di attenzioni da subito. La mia generazione così educata.

La cena.Il tavolo, il lampadario, i bicchieri. I vestiti da sera. La divisa nazista. L’album di fotografie. Il sipario di tela color panna che continua a mostrare e nascondere, manovrato dalla sordomuta a inquadrare porzioni, di lato, al centro. Minacce, ruggiti, fucili strattonati, lo sguardo enigmatico della sordomuta. Come guarda un litigio, una sordomuta? Che cosa ne capisce? Soltanto i rapporti di forza dei corpi, le deformazioni dei volti, la coreografia del conflitto.

Recitano come portenti. Il testo non ci dice niente di nuovo, i loro corpi e le loro voci, i movimenti e la scena sì.

"Prima della pensione" è in scena al "Teatro i" fino al 21 maggio. Via Gaudenzio Ferrari, 11 20123 Milano 02 8323156 info@teatroi.org








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 8 maggio 2006