“Per devozione al nulla/della poesia”. Conversazione con Livia Candiani

Giorgio Morale



"Perché i poeti nel tempo della povertà?" domandavano Holderlin e Heidegger. Eppure Vivian Lamarque nella introduzione al tuo "Io con vestito leggero" dice che non fai a tempo ad aprire bocca, che è nata una poesia. Il senso di leggerezza di tante tue poesie sembra confermarlo. E’ davvero così facile per te fare poesia?

Ma, non so, per me non c’è niente di facile, sono una sopravvissuta, ma la poesia per me è sempre stata una via, dunque la seguo come una traccia per vedere la vita in trasparenza, è uno strumento di conoscenza. Forse Vivian si riferisce al mio vivere la poesia totalmente, offrirla a tutti e starci dentro anche quando il prezzo è molto alto. Una volta ho scritto: "E’ una dedizione lieve e costante / il miracolo": ecco, alla poesia occorre una dedizione costante ma lieve, non troppo voluta, seriosa, erudita, ci vuole attitudine al volo, leggerezza e poi aspettare il miracolo, perché comunque non la fa nessuno la poesia, arriva per conto suo, bisogna essere svegli e disponibili, tutto lì.

In una delle "Lettere mai scritte" dici: "La lettera che cerco/di non scriverti/…è una lettera/da me a me/da te a te/da te a me/mai da me a te". Quando dici "da me a me" penso alla poesia come una sorta di soliloquio, quando dici "da te a te" invece penso a un’assimilazione della condizione del destinatario a quella del poeta, come se il poeta parlasse anche per il lettore, come faceva Baudelaire rivolgendosi al lettore "semblable" e "frère". La poesia allora come testimonianza di una condizione della soggettività?

Sempre in "Lettere mai scritte" ci sono i versi: "Mi chiedono come ti chiami/ tu a cui scrivo le lettere/ che non scrivo/ ha mai avuto un interlocutore/ la poesia ha mai avuto/un destinatario la lettera?", l’intera raccolta è una riflessione sull’arte di scrivere lettere e sul destinatario e dunque anche sulla poesia. Mi è stata ispirata, oltre che dalle occasioni della vita, dal meraviglioso libro di Sklovskij "Zoo o lettere non d’amore" dove lui prima di lasciare la Russia per Berlino chiede a una donna, che ama non riamato, se può scriverle delle lettere e lei risponde: "Sì, ma non d’amore." Allora, su questo divieto, le lettere che lui scrive parlando d’altro e mai nominandolo non fanno in realtà che parlare d’amore. Così non si sa mai per chi si scrive, non ho mai creduto a chi dice di scrivere per se stesso, ma certo nemmeno alla funzione "sociale" e forse nemmeno socievole della poesia. La poesia è selvatica, forse si scrive quel che si vorrebbe leggere, forse si riflette e certo c’è un punto, come nello yoga o nella meditazione, in cui soggetto e oggetto non sono più separati o così vuoti di senso da coincidere con l’orizzonte. "Entra in corrispondenza con l’orizzonte" aveva scritto Pasternak a una donna che si sentiva abbandonata, lei deve essersi arrabbiata tantissimo, non è certo un consiglio umano, ma poetico sì, è l’orizzonte che conta in una lettera, lo spazio in cui la lettera si scrive e forse anche nella poesia.

Mi fai venire in mente Mandelstam, quando dice che la lettera in bottiglia del naufrago e la poesia "non sono indirizzate a nessuno in particolare. Ciò nondimeno entrambe hanno un destinatario: colui che noterà per caso la bottiglia nella sabbia, e ’il lettore tra i posteri’", perché solo rivolgendosi a un interlocutore sconosciuto è possibile dire "l’inatteso". L’interlocutore di "Io con vestito leggero", e in particolare di "Lettere mai scritte", mi fa pensare a questo tipo di interlocutore.

Ah sì, tu capisci tutto, capisci quel che non capisco io. Sì e bisogna essere il proprio interlocutore sconosciuto, dirsi "l’inatteso". La poesia deve spostare un po’ più in là l’orizzonte del conosciuto, deve strapparmi da sotto i piedi il tappetino di quel che so o aprire la finestra a un vento che faccia volar via il vecchio pensiero. Forse l’interlocutore o il dettatore, non il dittatore, ma quello che detta, è il silenzio.

In "Io con vestito leggero" mi pare di cogliere un’evoluzione, dalla prima raccolta, "La signora", in cui la soggettività è pressoché assente e il poeta solo una voce; a "Lettere mai scritte", in cui appare una soggettività "purificata" come per dire uno statuto generale della soggettività; all’ultima raccolta, "Io con vestito leggero", che include, senza ostentazione, dati biografico-psicologici ed elementi del contesto storico-sociale.

Ci sono stati anni in cui mi era più facile sentire di essere l’albero che vedevo fuori dalla finestra che quel che sentivo in questo corpo, in questa mente, mi ero estranea, forse ero mezza pazza, ma il mondo mi ha salvato, con tutti i suoi significati sospesi ne ha dato uno anche a me: accoglierlo. Poi, col tempo, ho imparato a soffrire, a sentire il corpo, ad avvertire la mortalità senza andare a pezzi o andandoci e poi tornando intera su un altro piano, a spostarmi. Si perde l’equilibrio e poi ci si ritrova in piedi, solo che è un altro il luogo. Come acrobati o trapezisti. Vivevano tutte le cose e io facevo spazio, ero il loro punto vuoto. Poi, ho scelto di sentire e ho imprestato la voce anche a me stessa. Ma è lo stesso. Se la poesia è solo soggettività diventa cronaca anziché storia e anche egocentrismo, d’altra parte se non c’è la forza del sentimento, che non è l’emozione, l’emozione è italiana, il sentimento è russo, se non c’è, la poesia diventa un gioco di parole o un’enigmistica. Brodskij dice una cosa che mi piace: "A differenza della prosa, la poesia non esprime tanto un’emozione, quanto l’assorbe linguisticamente." Ecco, assorbire col sentimento il mondo, più che esprimerlo. E salvarne il dolore e la gioia, testimoniarli. E’ anche che per me non è mai esistito solo il regno umano, è fondamentale nella mia vita e quindi anche nella mia poesia, entrare in contatto con altri regni, come quello animale, vegetale, minerale, e quello dei morti. Vivere solo tra gli umani mi fa soffocare. Quando mi sento chiusa in una visione ristretta, scopro sempre che sto dimenticando gli altri regni e torno ad aprirmi il più presto possibile e le risposte si precipitano, non aspettavano altro che la mia disponibilità.

Le lettere mai scritte, il sonno, la fiaba, la morte, il "nulla della poesia": sono tutte figure dell’assenza? O tutte figure della poesia?

La poesia per me è uno stato, come è uno stato la preghiera, l’innamoramento, la veglia e il sonno, uno stato di coscienza dove il pensiero discorsivo e descrittivo non la fanno più da padroni, dove sono spiazzati o fanno tappezzeria. I bambini vivono spesso in altre dimensioni rispetto alla paura che fa essere convenzionali, per questo mi piace moltissimo fare seminari di poesia ai bambini, soprattutto stranieri, se il linguaggio è "povero" lo stiracchiano, lo spingono, lo allargano e creano a più non posso, se c’è rispetto, se li ascolti e li lasci in pace. Non so se sono figure dell’assenza, forse, ma come un sentiero è fatto di quel che non c’è, un sentiero è un’assenza, è uno spazio da cui un progetto o la semplice consuetudine a passare ha tolto rovi, piante, ha calpestato l’erba, ha segnato una pista sulla terra, un sentiero si fa togliendo. La mia poesia è spesso onirica e visionaria perché è così che vivo, è la capacità di sognare la realtà che mi ha salvato la vita.

Negli ultimi anni si discute molto il problema della lingua – e quando, d’altra parte, non si discute della lingua, in Italia? Oggi si ha da una parte una lingua letteraria, di cui anche quella sperimentale è una variante; dall’altra una lingua della vita identificata nello slang o nel dialetto, che ha sì concretezza e suono, ma spesso è frutto anche questo di un’operazione letteraria. Costituisce per te un problema la questione della lingua?

C’è una storia in cui un coniglio incontrando un millepiedi gli chiede come faccia a camminare con tutte quelle zampe, se non lo trova complicato. Il millepiedi, che non ci ha mai pensato, comincia a farci caso e barcolla, inciampa, cade. Allora dice al coniglio: "Mi hai fatto perdere la mia semplicità." Non credo che la semplicità si possa perdere, se, come dice Pasternak, è il punto d’arrivo di un percorso, però uso quel che ho a disposizione per scrivere, la lingua che il mondo e la famiglia e i libri che ho amato mi hanno dato. Il mio linguaggio è abbastanza povero e questo mi aiuta, mi costringe a creare. Una poesia è fatta anche moltissimo di "a capo" e riflettere e lavorare sugli abissi dei versi mi è più congeniale che riflettere sulla lingua, è uno strumento, cerco di non controllarlo e di non farmi controllare. Qualche volta lavoro molto a lungo anche su una singola parola o su una virgola o un punto, ma sono le volte in cui non ho un ascolto pulito, di solito lavoro sul prima della poesia, sull’ascolto, sul vuoto che la precede e la precipita. Dedico tempo al silenzio, alla sospensione della mente discorsiva. Cerco di non chiacchierare e di non ascoltare chiacchiere, di mantenere il canale della parola libero per altri ascolti, per altre visite. Cerco di dire e di ascoltare l’essenziale.

In genere nelle tue poesie sembrano addirittura evitati strumenti poetici come rime, assonanze, consonanze e simili. A me questo pare lasciare maggiormente libere le parole nella loro forza evocativa. La tua potrebbe anche sembrare una poesia "tradotta". Solo nella sezione omonima di "Io con vestito leggero" appaiono accenni di figure del suono, che sembrano quasi richiamarsi a una tradizione novecentesca. L’una cosa e l’altra corrispondono a una tua ricerca consapevole?

Io sono figlia delle poesie tradotte, mi piace leggere i poeti in traduzione, perché ci sono espressioni che non useresti mai nella tua lingua, espressioni faticose e che fanno un giro nella mente, un percorso, che non riesci a fare quando la lingua è abituale. La mia ricerca è consapevole, ma la consapevolezza non è il controllo, cerco continuamente quello che "non lo fa apposta", è questo che ci affascina nei bambini e negli animali, un’intelligenza che non lo fa apposta. Paulo Barone in un suo scritto dice che bisogna "crescere rivolti all’infanzia", ecco, mi lascio portare da una guida bambina, una consapevolezza improvvisata. Dall’infanzia ho avuto a che fare con la follia intorno a me e anche questa è traduzione, ho sempre fatto da tramite tra la follia e il mondo, ho tradotto per i matti. E per sopravvivere traduco testi buddhisti dall’inglese. La poesia è traduzione dal silenzio, certe volte suona perché sta giocando, perché segue una legge di leggerezza, non so bene. Ho notato che le voci cambiano nella poesia, nel corso del tempo o delle vicende della vita. Io trascrivo. E rifletto.

Nella tua poesia sono presenti accenni alle tue origini russe e so che i poeti russi sono un tuo costante riferimento. Quello che mi ha sempre colpito nei poeti russi è il senso di una forte contemporaneità; il parlare la stessa lingua, pur nella varietà delle voci; il chiaro riferirsi a una matrice di esperienza comune. Essi stessi sembrano legati da un forte sodalizio, fatto di condivisione, ammirazione, rispetto. Mi sembra diversa la situazione italiana.

In"Zoo o lettere non d’amore", Sklovskij al telefono con un’amica le sente dire "Noi stasera andiamo al cinema" e per un attimo non capisce chi sia questo "noi" e poi capisce, è io più un’altra persona, e aggiunge: "In Russia noi è più forte." I poeti dell’epoca di Stalin sono morti per la poesia, il che dice che esistono martiri della bellezza e non solo della bontà, ma anche che la poesia aveva un peso ben diverso in Russia, che la poesia parlava ed era ascoltata. D’altra parte, "la scienza degli addii" che Mandelstam apprende, "ululando a testa nuda nelle notti", in quegli anni, è l’impossibilità di fidarsi di chiunque, tutti sono possibili delatori. Quindi, non è che fosse solo una situazione di sodalizi e di rispetto. La solitudine di Marina Cvetaeva era abissale. Quel che c’era era probabilmente una visione comune della poesia, una visione di forza, di significato, il ritenerla capace di rivelare e di dire quel che conta. Sì, si erano contemporanei come lo si è nelle grandi epoche tragiche, ma ricordi Pasternak quando si affaccia sul cortile e chiede ai bambini che giocano a pallone che secolo sia? Oggi ho la sensazione che le realtà siano così tante, così tanti i piani di esistenza, come si fa ad avere un’esperienza comune? E certe volte le nostre vite sono così dolorosamente meschine. Io ho fatto tanti lavori diversi e quel che ho sempre trovato difficile in Italia rispetto ad altri paesi è collaborare. Mi sembra che l’invidia e la competizione siano diffuse, forse proprio perché manca la visione e dunque l’etica. Essere affamati di pubblicazione è diverso dall’aver fame di poesia, dal volere che circoli nel mondo. Se davvero esistessero così tanti poeti come sembra, il mondo non sarebbe così com’è. Ma è così com’è e non serve giudicare, piuttosto si parte da dove si è: io sono una solista.








pubblicato da g.fuschini nella rubrica a voce il 8 maggio 2006