Poeta, sei stato nominato! #6

Biancamaria Frabotta



Cara Carla Benedetti,

rispondo alla tua gentile sollecitazione di mettere per iscritto quanto a caldo avrei forse detto a Pisa, se ve ne fosse stato il tempo, con un certo disagio che cercherò di spiegare senza venire meno alla cortesia di quell’ antica civiltà letteraria, senza cui non si capirebbe l’impegno profuso da Alberto Casadei e da chi si è dato da fare per l’organizzazione delle giornate pisane.

Sono stata posta di fronte a un pubblico attento, serio, nella maggior parte dei casi, non pregiudizionalmente mal disposto e una qualche comunicazione, varia nei suoi segnali, incerta nella sua natura e durata, ma reciproca e perfettamente percepibile nel campo di umanità dove talvolta il germe di poesia cade e mette radici, è passata. Di ciò bisogna essere grati. Sarebbe potuto non accadere, ma è accaduto. In molti lo hanno notato, a tu per tu, con pudore e timidezza. Qualcuno, fra cui io stessa, lo ricorderà.

Ma che ne è stato dell’incontro auspicato fra i poeti invitati e i critici, i teorici, i saggisti, i polemisti di professione presenti? Chi conosce le biografie letterarie sa che la misteriosa fatalità del caso che presiede ai destini letterari, preferisce alle strade maestre dei meeting e dei convegni, sentieri fuori mano, vicoli a fondo cieco, insomma, incontri persi nel labirinto di vicende di solito piuttosto confuse, difficilmente raccontabili.

Avete notato che due poeti che non si conoscono e che avrebbero la possibilità di farlo in un festival o in simili occasioni, siedono vicini per ore, senza mai rivolgersi la parola? Per poi, magari, ritornati nelle rispettive residenze, cominciare freneticamente a cercarsi, spinti dalla forza magnetica di un’ attenzione che non subito sa trovare le giuste parole per dirsi. Ecco, ho pronunciato la parola chiave di ciò che così spesso manca in simili incontri: l’attenzione. E per intenderci non è necessario scomodare Simone Weil, né il suo denso lessico.

L’attenzione è quella che sfiora le passioni, in qualche miracoloso attimo, limpide. E’ un ossimoro, ma quasi tutto quello che segna la poesia e la critica, lo è, nei rari momenti di collisione, più che di collusione programmata, decisa, istituzionalizzata. Siamo poi così sicuri che la "lunga fedeltà" di Contini abbia veramente giovato al corso, o decorso, della poesia montaliana? Un matrimonio riuscito è inevitabilmente basato su una storia di compromessi e tanto più essi si "ossificano" (per rimanere in ambito montaliano) tanto più ne perdurano i perniciosi effetti.

Giorgio Caproni ha dovuto lungamente attendere i suoi critici e i migliori furono quelli che lo colsero di striscio, in un solo folgorante contatto, magari, come Pasolini o Calvino o Citati. I suoi esordi sono stati incerti, solitari, provinciali e a lungo le antologie di punta lo hanno evitato, i critici frainteso, gli studiosi circumnavigato l’impegno necessario a una plausibile monografia. La sua vanità ne soffrì, ma non la sua proverbiale "libertà". Non dimentichiamo queste luminose eccezioni.

Prendiamo le antologie, per esempio, spunto di un confronto importante nel convegno pisano e genere da qualche anno prediletto dagli editori che scoprono i benefici della "pluralità", piuttosto che la scomoda singolarità di nuove proposte o la ristampa, quella sì necessaria, ma rischiosa, di libri introvabili, fondamentali almeno a colmare una sempre più diffusa e quasi inevitabile ignoranza, anche fra gli addetti ai lavori. Figuriamoci fra gli studenti della veloce laurea triennale che come si sa, anche per gli autori classici, si avvale quasi soltanto di antologie. Con gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti e su cui non serve dilungarsi troppo.

Il dibattito pisano fra alcuni degli odierni "antologisti", l’unico che mi son trovata ad ascoltare interamente, ha registrato mi pare qualche non secondaria reticenza. Tutti sembravano preoccuparsi del gran numero di scritti poetici, in italiano e da qualche tempo anche in neoitaliano migrante, che ingorgano sempre di più poste e siti telematici. E’ una ricorrente giaculatoria in un paese come l’Italia che nemmeno da un secolo ha superato la piaga, evidentemente rimpianta, dell’analfabetismo.

In Germania, dove quasi ogni cittadino/a studia musica, la quantità di sapere musicale della nazione è considerata parte integrante della ricchezza di una tradizione e non causa della sua decadenza. E allora cosa dire dell’esorbitanza crescente delle antologie? Non è preoccupante l’arbitrarietà dei tanti canoni sovrapposti? Non si azzerano forse l’un con l’altro? E nel caso che il selezionatore voglia esercitare una sua auctoritas, o addirittura imporre agli autori azzerati, orizzontalizzati, misconosciuti, una sua linea, o tendenza, da dove pescherà, senza autori, una simile autorità?

"A ciascuno il suo equo canone" titolava malignamente, ma genialmente un "equanime" recensore delle più recenti antologie. Ma di ciò, mi pare, i nostri teorici non parlano, non intendendo svelarci il segreto della loro sopravvivenza. Discutono fra di loro, si recensiscono a vicenda, si bisticciano del tutto indifferenti a chi solo dispone del lievito necessario al pane quotidiano della critica letteraria, ahimé, altrimenti assai scipita. Non sono dunque, come sentenziò trent’anni fa il loro gran cerimoniere, "effetti di deriva", i poeti contemporanei? O, in una recente grottesca variante dell’originale, "derive di effetti"? Meglio dunque affrettare la loro definitiva scomparsa. Per prenderne il posto, magari, con una certa euforica ferocia.

Ignoriamo dunque i poeti esistenti e resistenti, puri accidenti in questa funerea strategia, ammassiamo i loro testi poetici, accumulandoli, uno sull’altro, come carne da cannone.

Altro che derive! Questo virtuale naufragio a bassi costi, ha i suoi lati comici, se si ha voglia di ridere. Un’antologia che ti esclude può essere motivo di afflizione, spesso raddoppiata da una che ti include. Può capitare di tutto: essere presente per una dichiarazione di poetica, ma non per le poesie che la motivano, navigare in un mare di refusi, in un exploit di nuova filologia postmoderna, o essere oggetto di complesse statistiche, come qualcuno mi confida in tutta serietà. Entra nel canone chi conta più presenze sul campo. Gli altri stazioneranno in banchina. Tirando un respiro di sollievo.

In attesa di tempi migliori.

Tua

Biancamaria Frabotta








pubblicato da c.benedetti nella rubrica poesia il 2 giugno 2006