Anticipazione #5 _ Una puttana leopardiana

Antonio Moresco



Un’altra buona notizia. Le crude, commuoventi, profonde memorie di una puttana americana dell’Ottocento (già pubblicate nel 1970 da Adelphi) sono state finalmente adottate come libro di testo nelle scuole italiane.
Ad alcuni è capitato di nascere e di vivere in ambienti cosiddetti elevati o privilegiati, altri si sono trovati fin da subito su binari comunque sicuri, altri ancora hanno scoperto il loro posto nel mondo attraverso mille prove e tormenti. La ragazza di cui sto parlando è nata in campagna, è entrata a quindici anni nel suo primo bordello di Saint Louis ed è morta povera e sola a ottant’anni, in Florida.
Un’ esile e nevrotica poetessa della Nuova Inghilterra, vivendo da reclusa e puntando il suo sguardo su un piccolo fazzoletto di terra popolato di fiori e di insetti, ci ha visto dentro l’intero mondo e tutte le sue proiezioni. Un giovane e infelice conte di Recanati ha tratto dai suoi studi e dalla sua irriducibile sensibilità e profondità la forza per guardare negli occhi la creazione. Alla persona di cui stiamo parlando è toccato di vivere in un casino, eppure che cosa ha saputo trarre dalla irriducibilità del suo sguardo e dal suo coraggio! Di lei non è rimasto altro oltre alle parole che ha scritto. Non esiste una sua fotografia. Anche il nome non è quello vero, è un nome d’arte. Ma la sua voce leopardiana ci arriva ancora intatta e bruciante attraverso il tempo e lo spazio:

"Se dovessi dire che cosa sia un buon casino, direi che è una specie di stalla con della gente che va attorno sbuffante e si avviticchia con braccia e gambe e viene. Facevamo il lavoro cui eravamo adibite. Qualche volta magari in posizioni ridicole, con giochi strani, magari lasciando il cliente con la sensazione che la cosa era stata un po’ troppo rapida e l’orgasmo non esattamente come ci si figura. Io credo che sfottere finisce in una rapida, fuggevole sensazione di morte. Gli animali nelle stalle lo sanno; e così, forse, anche i clienti dei Flegel sentivano che la vita e la morte, in quel posto, erano qualcosa di reale."

"Al mattino il posto puzzava come alla prima messa dei campagnoli – di acquavite versata, di orinali strapieni, di catini pieni d’acqua sporca; c’erano bottiglie vuote dentro secchielli di ghiaccio sciolto, fumo di sigaro e odore di carne stanca. Questo era il più forte – odore di corpi nudi, esausti e stremati. Non c’era nient’altro da fare che andarsene al terzo piano, nelle stanze pulite, buttarsi così come una era in un letto, e dormire. Ecco qual era la routine di una puttana – anni e anni senza alcun pensiero, senza alcuna riflessione, anni privi di senso e di significato. Del fatto che stavo passando gli anni della mia gioventù m’accorgevo appena, senza parlare del cambiamento."

"La vita in un casino è noiosa come in qualsiasi altro posto. Dai Flegel, quando non si era di servizio, parlavamo dei clienti, delle loro pretese, delle loro prodezze, del comportamento di qualche gianni mezzo scemo quando era ubriaco, degli scherzi che ci facevamo a vicenda, della minestra che mangiavamo, di come stavamo con una nuova pettinatura, di boccoli, di riccioli. Le puttane sono gente molto comune, che fa un lavoro di cui la gente perbene preferisce non parlare. Io non ero ancora un’adulta, e perciò ci vollero alcuni anni prima che potessi capire come una donna adulta potesse essere una puttana, e come vedesse se stessa. (…) A sedici anni ero piena di quelle che seppi si chiamavano illusioni; nella mia testa c’era una gran confusione, su che cosa era il mondo, su ciò che la vita offriva, quali effetti aveva su una persona, e come sarebbe stato il futuro. M’informavo ascoltando e osservando. Avevo un corpo molto bello e robusto, seni meravigliosi, pieni ma non fuori misura, coi capezzoli di un rosso fragola, non scuri o macchiati come hanno certe donne. Avevo una pelle di un rosa perlaceo, i capelli e la peluria alle ascelle e in mezzo alle gambe di un oro rossastro. Ero prudente per natura, spesso però anche troppo fiduciosa. Non mi ero ancora resa conto che la società fuori dalla nostra portata aveva soltanto una sottile vernice di moralità e di valori sociali – come la crosta di una torta. Frasi convenzionali e cortesia formale. Coperture che per una puttana non riescono a nascondere la vera faccia della società. A suo tempo, vidi che la Chiesa, la politica, gli affari, il matrimonio andavano avanti con regole non troppo diverse da quelle che valevano dai Flegel. Sia gli uni sia gli altri praticavano la corruzione, l’inganno, la menzogna, il peculato in alto loro, la truffa dei contribuenti. Il casino era più onesto, quando dava la sua parola, solo perché era costretto a esserlo. Il nostro droghiere aveva le bilance truccate, il prete che cercava di farci chiudere fu mandato in esilio per pederastia con i suoi ragazzi del coro, gli uomini d’affari che capeggiavano il partito della moralizzazione affittavano la maggior parte dei bordelli e dei lupanari per negri sul lungofiume. Io non avevo creduto che il mondo fosse così; era tutto come in campagna. Per me fu uno shock – un vero calcio negli stinchi."

"Quando aprii la mia casa in Basin Street, all’inizio degli anni ’80, c’era ancora della gente che si ricordava i tempi selvaggi in cui i casini erano installati nelle chiatte sul fiume e le puttane vivevano, dormivano, mangiavano e bevevano, sulla riva, in quella parte della città in cui le chiatte erano ormeggiate, lungo Tehoupitoulas Street. La Palude cominciava da Girod Street, a pochi isolati dal fiume, presso il cimitero protestante all’angolo di Cypress Street con South Liberty Street. La Palude era il posto preferito dei fiumaroli; quella, e Gallatin Stret, sono sempre state le zone più spaventose di New Orleans.
I vecchi che mi facevano questi racconti avevano le lacrime agli occhi quando mi descrivevano le meraviglie della Palude. Ogni settimana c’erano dieci o dodici morti ammazzati, e nessuno che se ne fregasse, nessuno che chiamasse la polizia. Le autorità cittadine non se ne immischiavano. Tutto si svolgeva alla luce del sole. Nella Palude i poliziotti non mettevano piede; era una specie di legge non scritta, purché il vizio non ne uscisse fuori e non contaminasse la parte rispettabile della città. A Girod Street la legge non esisteva più di quanto esistesse in una qualsiasi città dell’Ovest prima che arrivassero gli sceriffi; e si combatteva con tutto, coi denti, col sacchetto della sabbia, con la pistola e col coltello, erano quelli i tuoi amici, nella Palude.
La Palude si estendeva per poco più di una dozzina di isolati, ma pullulava di casini, di alberghi che affittavano stanze a ore, di sale da gioco e di sale da ballo in cui le ragazze portavano il coltello infilato nella giarrettiera, tenevano le tette fuori del vestito e servivano i Gianni strofinandoli in piedi. C’era un gran puzzo di letame, di cesso e di pozzo nero. Le baracche erano fatte di vecchio fasciame di barca e di tavole di cipresso grezze. Tutta la decorazione consisteva in una lanterna rossa, e magari una tenda; il banco del bar era una semplice tavola. Una vecchia zoccola che aveva battuto la Palude a quei tempi, vendendola o facendo pompini, mi disse il prezzo di una donna: una sorsata di whisky e una nottata costavano da uno o due picayune (un picayune equivaleva a sei cents). Succedeva che degli uomini venissero manganellati, legati, colpiti con un sacchetto di sabbia e perfino ammazzati e gettati nel fiume.
Il gioco è sempre stato il maggior concorrente delle puttane. Svia o trattiene gli uomini da una ragazza che vuole fare una marchetta. A quei tempi si giocava molto ai dadi, e quelli che se lo potevano permettere giocavano al faro, alla roulette e con la palla d’avorio. Tutti i giochi erano truccati e i dadi squilibrati per truffare i gonzi. Se capitava che qualcuno vincesse, non veniva pagato con la scusa che aveva barato, oppure veniva seguito in strada e accoppato con un colpo in testa. I posti peggiori erano la Casa di riposo e il Barcaiolo Stanco. In questi locali nemmeno una puttana era al sicuro. Più di una forte lavoratrice venne spogliata nuda e gettata in strada senza un filo addosso. C’erano poi le epidemie di febbre gialle e la gente moriva come mosche. Quando arrivava la febbre gialla, succedeva un pandemonio. Per tutta la città si sentiva il rotolio dei furgoni mortuari, e la gente sembrava indiavolata. Nei casini, nelle sale da ballo e nelle sale da gioco si scatenava l’inferno. Le puttane, in camicia com’erano, scappavano dalla città a precipizio; molte si ubriacavano, irrompevano nelle taverne coi loro uomini o i loro pappa e si scatenavano. I giocatori facevano fagotto; alcuni fatalisti rimanevano per veder voltarsi l’asso di picche, la carta della morte. In tempi come quelli la natura umana ribolle e viene fuori il lato infernale dell’esistenza."

Nell Kimball, Memorie di una maitresse americana, Editrice La Scuola.








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 4 maggio 2006