Pontormo e Il libro mio

Sergio Nelli



Oltre al carattere di brogliaccio vero, Il libro mio di Pontormo è unico anche per la materia della scrittura: cibo, evacuazioni, malattie, malesseri e accenni alla pittura soprattutto nella sua dimensione di fatica fisica. Sono poche pagine che coprono alcuni anni e nonostante la brevità del tutto è come se ogni appunto fosse scritto il giorno precedente. Ogni parola e ogni frase scarnificate stanno lì e parlano con incredibile sorprendente eloquenza. Se si aggiunge a ciò il fatto che Pontormo sta dipingendo alcune importanti opere perdute, l’irradiarsi di riverberi dà ancora più sostanza a questo testo spolpato.
C’è un artista malinconico e ipocondriaco, segnato peraltro da una storia di lutti familiari, che ascolta il proprio corpo, ha sempre paura di star male e sta male. Ha terrore della morte e presto morirà (il 1 gennaio del 1557) di un morbo, l’idropisia, che egli ha contrastato inutilmente. Deve compiere un’opera a cui lavora dal 1545. Siamo nel 1554, il pittore ha sessanta anni e anche per questo controlla la propria forza, l’energia, l’attenzione... Comunque sia, Pontormo (il cui disturbo alimentare potrebbe avere radici organiche che hanno lavorato nel tempo aggravandosi) sembra mangiare con la paura che gli faccia male e mangia poco, in modo forse sconclusionato e rapace... spesso si sente "gonfio" e allora si impone diete o consuma poco cibo in solitudine, riempito di immagini e di fatica. Col Bronzino, amico e discepolo, che lo invita a casa sua ogni volta che può, sembra più sereno. Poche volte incontra altre persone, come lo storico Benedetto Varchi con il quale dialoga sul tema se sia più nobile la pittura o la scultura, e altri pittori e poeti ormai dimenticati e persi nella sovrabbondanza del raccolto fiorentino. Il Rosso, con il quale ha condiviso importanti esperienze, è morto da svariati anni. Il duca o la duchessa visitano San Lorenzo di tanto in tanto.
Pontormo vive in una Torretta vicino alla S.S. Annunziata, tra via Laura e via Capponi, e dipinge il coro della Basilica medicea di San Lorenzo. Dipinge il Diluvio, la Cacciata dal Paradiso, la Resurrezione delle anime, la Resurrezione dei morti¡ Tutte opere che, costate anni di lavoro, andranno perdute per disaffezione e trascuratezza e che appaiono strane: volti più allungati e sformati, grovigli di corpi, come testimoniano i disegni, tanto da far pensare anche a una specie di alterazione dell’artista. Un’impressione che la lettura superficiale di questo diario potrebbe appaiare. Chi cerca invece con cura può verificare soltanto che Pontormo aveva dei problemi epigastrici. Sicuramente aveva paura della peste, delle malattie e della morte. E soffriva terribilmente di solitudine, a giudicare dalla rabbia psicosomatica con cui accoglie una defezione del garzone Battista che una sera lo lascia solo senza avvertire. Questo episodio ha accreditato un’ipotesi omosessualità, portando a rintracciare nel dettato del diario silenzi e sfoghi significativi in tal senso.
Di sesso, esplicitamente, Pontormo non parla, se non in un vago accenno iniziale al coito, trattato in chiave fisiologico-medicale, come la "superfluità del mangiare". In un recente film dal linguaggio televisivo e dal racconto deludente e semplicistico, Pontormo incontra una tessitrice luterana. Forse è una metafora dell’ Europa eretica che si riconosce nei cuori e sfugge all’ortodossia tridentina, ma la suddetta storia non pare l’aggiunta di un frammento storico-biografico.

Io ho qualche impedimento o di stomaco o di capo
o di doglie pe¡ fianchi
o alle gambe o braccia o di denti che siano continovi,
e¡ non bisogna che io facci
come per l¡ adreto: ma che subito io vi rimedi
col mangiare poco e con lo stare
digiuno perché
io conosco che non lo facendo io me ne pento; e di più
aviene a le volte sentirmi pieno del mangiare,
agravato dal
sonno e dal cibo che pare io sia gonfiato.

Adì 7 in domenica sera di genaio 1554 caddi e percossi
la spalla e’ l braccio e stetti male
e stetti a casa Bronzino sei dì; poi me ne tornai a
casa e stetti male insino
a carnovale...

La vita del pittore vi risulta quanto di più lontano si può immaginare da una esistenza piena di fascino e di gratificazioni, assolutamente distante dal senso di pienezza del pittore realizzato o dalle remunerazioni materiali dei manieristi di successo che si arricchiscono con i loro talenti.
Pontormo vive di pochissimo (quando sta veramente male viene ospitato dal Bronzino) e si intuisce che il centro del suo pensiero e là in quel che sta facendo, nella chiesa di San Lorenzo, nelle figure che evoca nel diario con qualche scarabocchio e che saranno diverse dal miracolo dell’Angelo annunciante dalla veste arancione o della dolcissima Madonna o della Deposizione del Cristo della cappella Capponi in Santa Felicita (una vera apparizione per il turista non distratto che si sottragga al flusso ininterrotto che porta da Ponte Vecchio a Palazzo Pitti per via Guicciardini) o dalla Visitazione di Carmignano.

Domenica mattina desinai con Bronzino
e parevami essere molto pieno, in modo che
la sera io non cenai.
Adì 4 di marzo feci quel torso che è sotto a quella
testa e leva’mi una hora inanzi dì.
Domenica fumo adì 10 detto: desinai con Bronzino e la
sera a hore 23 cenamo
quello pesce grosso e parechi piccoli fritti che spesi soldi
12, che v’era Attaviano;
e la sera cominciò el tempo a guastarsi che era durato
parechi dì bello senza piovere.
E lunedì feci quello braccio di quella figura di testa che
alza e lascia’la
insino quivi come mostra quello schizo: (disegno)
Martedì e mercoledì feci quel vecio, e’ l braccio suo
che sta così: (disegno)
Adì 15 di marzo cominciai quello braccio che tiene
la coregia in testa, che fu in venerdì,
e la sera cenai uno pesce d’uovo, cacio, fichi
e noce e once 11 di pane.

Martedì feci una coscia, crebemi l’uscita con di molta
colera sanguigna
e bianca; mercoledì stetti pegio che forse 10 volte o
più, che
ogni ora bisognava: talché io mi stetti in casa e cenai
un poco di minestraccia, el mio Batista andò di fuora la sera e
sapeva che io mi
sentivo male e non tornò, talché io l’arò
tenere a mente sempre.

Quella terribile diarrea sanguigna e bianca gli passa il giovedì della settimana successiva:
Giovedì mattina cacai dua stronzoli non liquidi e drento
n’usciva che se fusino
lucignoli lunghi di bambagia, cioè grasso bianco; e asai
bene cenai
in San Lorenzo un poco di lesso asai buono e
fini¡ la figura.

Dunque: deiezioni, cibo, malattia, disegni e lavoro. Il problema che non emerge dal libro mio è quello della distanza delle pitture da un’iconografia tradizionale che è verosimilmente all’origine, come sostiene Massimo Firpo nel suo studio sul grande manierista empolese, della stessa versione accreditata dalle Vite del Vasari dello squilibrio mentale determinato anche dall’emulazione di Michelangelo. Pontormo che diventa folle facendo una impossibile corsa su Michelangelo. Ipotesi suggestiva romanzescamente e anche verosimile, ma non certo leggibile nella cifra dell’invidia, tipo Salieri-Mozart, che è trama peraltro altrettanto romanzesca. Perché quanto a talento Pontormo non era secondo a nessuno e perché il suo sentimento era vero orgoglio e convinzione e totale coivolgimento in un’ impresa (il Coro di San Lorenzo) ampia quasi quanto la Sistina.
"Et insomma, dove egli aveva pensato di trapassare in questa tutte le pitture dell?arte, non arrivò a gran pezzo alle cose sue fatte ne’ tempi adietro; onde si vede che chi vuol strafare e quasi forzare la natura, rovina il buono che da quella gli era stato largamente donato." Così il Vasari.
E se questa insinuazione di un Vasari prevenuto e in disistima verso il Pontormo era la ciliegina della versione stravaganza-ipocondria-superbia, d’altronde, a leggere il resoconto vasariano, si capiscono molte cose: cioè, per esempio, il fatto che del Pontormo lo irritasse l’antimondanità, la povertà (abiti, cibi, dimora) di chi continua a vivere da artigiano invece che da pittore arrivato, l’inquietudine della ricerca, la volontà di sfondare l’iconografia andando oltre i canoni già acquisiti e sperimentati portandovi un nuovo segno proprio, magari anche di antibellezza, e l’autonomia di chi non si sentiva vincolato nemmeno al galateo della gratitudine rispetto a un mecenatismo distratto e autoritario. Quella distrazione e quell’autoritarismo che ritroveremo poi nella svalutazione post mortem del Pontormo (continua, fino alla riscoperta novecentesca), e addirittura nella incredibile cancellazione dei dipinti, salutata da tanti come una perdita "da non piagnersi".
Così oggi, per questa stoltezza, abbiamo una chiesa in cui vedere Michelangelo e le sue cose possenti, Donatello, Filippo Lippi ecc. ecc. ma non più i dipinti del Pontormo: non il diluvio che ha enfiato i corpi, non i cadaveri risorti, né le anime in ascensione, né il Cristo giudice di ispirazione teologica(sembra) valdesiana, né il peccato originale e la cacciata dal Paradiso e Adamo ed Eva che lavorano o il sacrificio di Isacco. E questo è tanto più impressionante se si pensa alla casualità della cosa, al fatto che tutte le questioni dottrinali che urgevano Pontormo vivente erano ormai sbiadite nel 1738 (?), quando gli affreschi furono dilavati, dopo la devastazione dell’incuria e del fumo di un incendio. Ma io non credo che il perché di uel gesto si trovi qui, nella rimozione di una cosa sciupata, né nella dissonanza dello spirito teologico. Allora, io mi racconto un’altra storia: forse essi subirono tale sorte perché apparivano ed erano apparsi anche prima semplicemente osceni, tristi, contorti, "brutti"e presuntuosi, come erano giudicati dal Vasari; com’era presuntuosa ogni arte che si vuole più vera dell’ esperienza "realisticamente" riprodotta. Nessuno volle forse salvarli. Al loro posto potevano ben stare tutti quei dipinti paccottiglia totalmente inerti che, se appena degniamo di uno sguardo nei musei e nelle esposizioni o nelle ammucchiate dell’erudizione, accompagnano tuttavia la vita degli uomini senza farsi troppo notare con il loro effetto ricreativo, agiografico, rassicurante, bozzettistico, ecc. ecc. ecc.








pubblicato da s.nelli nella rubrica arte il 29 aprile 2006