Estinzione dello stato?

Antonella Moscati



Marx, riprendendo un’affermazione hegeliana sulla possibile ripetizione di uomini ed eventi nella storia, la correggeva e la completava sostenendo che la prima volta i protagonisti e i fatti si presentano nella forma di tragedia e la seconda volta nella forma della farsa. Oggi verrebbe invece da dire che sempre più spesso siamo costretti a constatare che quelli che erano stati considerati principi e obiettivi di una parte politica finiscono per diventare, in forma svilita o rovesciata, obiettivi della parte opposta. Non abbiamo quindi a che fare con dei Napoleone III che sono la caricatura dei Napoleone I, ma con idee che appaiono improvvisamente nel campo opposto a quello nel quale erano nate, si deformano e significano il loro contrario.

Così, per esempio, la fine della guerra fredda non ha significato né la pace perpetua né la fine della storia, ma un inizio di nuove guerre decisamente "calde". Così il comunismo cinese non ha sconfitto il capitalismo, ma al contrario l’ha inglobato o, meglio, ne è stato inglobato, mostrando come la dittatura del proletariato non fosse una fase di transizione, o un male necessario in vista del socialismo, ma una forma del tutto autonoma, in grado di coesistere benissimo col capitale.

Mutatis mutandis, e sul terreno di quella piccola e meschina storia dell’Italia dei nostri giorni, si potrebbe dire che alcune affermazioni di Berlusconi, a volerle prendere sul serio, farebbero pensare che il liberismo della nostra destra nazionale abbia voluto fare propria quell’idea, sorta in tutt’altro contesto e da ben diversa compagine politica, dell’estinzione dello stato.

Il lunedì 3 aprile, infatti, nel suo secondo confronto con Prodi, Berlusconi ha detto, con chiarezza estrema e senza mezzi termini – cioè per la prima volta, mi pare, in maniera esplicita – che l’ultimo dei suoi obiettivi è una qualunque forma di ridistribuzione. Perché la ridistribuzione non è e non può essere in alcun modo il principio o il fine secondo il quale uno stato tassa la collettività. Le imposte si possono esigere solo in quanto spesa, anticipata o preventiva, per una serie di servizi.

Quest’affermazione, buttata lì e poco raccolta anche dal suo avversario, rompe in verità con una tradizione più che bisecolare, e che effettivamente ha che fare in qualche modo con il comunismo, se per comunismo intendiamo le lotte e le conquiste ottenute per riequilibrare la condizione privilegiata di pochi, in nome dell’idea che la società o lo stato o la repubblica debbano avere a cuore il bene, la felicità, il progresso – il termine e il fine specifico qui non contano – di molti. Perché, ed era questo il punto centrale, una delle ragion d’essere dello stato, cioè degli organi della collettività, stava proprio nella funzione di riequilibrio degli eccessi.

Funzione di riequilibrio che poteva avere, ed effettivamente ha avuto, le fome più diverse: da quelle violente e forzate fino a quelle appena correttive. Tradizione più che bisecolare, forse trisecolare, che ha permeato fin da principio la storia della nozione di stato in Europa: perfino nel Secondo Trattato sul governo di Locke lo stato di natura, sorta di paradigma che deve ispirare lo stato civile, prevede un meccanismo di limitazione dell’accumulo e del privilegio.

Da quell’affermazione di Berlusconi si deducono almeno due cose:

la prima è che, se il nostro ex premier definiva "comunisti" tutti i suoi avversari politici, non si trattava solo di un’assurdità o di un insulto. Dal suo punto di vista, infatti, comunista è ogni collettività che non abbia rinunciato completamente all’idea che siano necessarie forme di riequilibrio e di ridistribuzione della ricchezza e delle opportunità.

La seconda è che forse, come per un brutto gioco del destino, ci stiamo avvicinando a quella, da tanti di noi in passato sognata e auspicata, estinzione dello stato. Se infatti lo stato, e le sue casse, servissero soltanto a finanziare dei servizi, perché non privatizzarli subito, delegandoli magari a questa o quella impresa gradita alla classe dirigente?

Questo progetto di estinzione dello stato non è quello dell’utopia marxista. Decisamente no. Nel migliore dei casi – o forse nel peggiore – il suo risultato sarebbe la trasformazione della classe dirigente in padronato, della società in impresa e dei cittadini in una moltitudine di imprenditori, flessibili e mutanti. Nel peggiore dei casi – o forse nel migliore, perché ancora peggio sarebbe appaltare a privati anche queste funzioni – allo stato resterebbero le prerogative violente: governo della polizia e dell’esercito, cioè rafforzamento della politica della sicurezza all’interno dei paesi, e accresciuta aggressività in politica estera. Ed è in fondo proprio quanto sta accadendo un po’ dovunque.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica democrazia il 25 aprile 2006