C’era due volte un quadro

Marco Senaldi



Mi pare sia passato ingiustamente inosservato lo strano episodio che ha coinvolto Damien Hirst e il pittore berlinese Michael Luther, ognuno all’insaputa dell’altro. Luther è un pittore berlinese molto interessante che produce dipinti quasi iperrealisti che per certi aspetti ricordano le ultime tele di Koons, mentre Hirst, come è noto, ha sbancato il mercato con la sua recente esposizione da Gagosian NY di tele dipinte in uno stile "realista" per lui inedito. Il fatto è che i due pittori si sono ispirati alla stessa foto di copertina del Berliner Zeitung in cui è colto il salvataggio di un iracheno ferito in un attentato (una foto a sua volta debitrice, nella composizione, nel colore e nelle luci, a certe tele barocche) e hanno dipinto due quadri praticamente identici.

Si ignora quale sia stata la reazione di Hirst,ma, stando ad Artifacts.net, che riporta la notizia, Luther è rimasto molto colpito nel soprendere, sfogliando il numero di marzo 2005 di Modern Painters, cheil suo famoso collega aveva dipinto un quadro sostanzialmente identico a quello che lui stesso aveva appena terminato – del resto basta un giro in rete per sincerarsi che i due quadri sono estremamente simili, non solo per la fonte fotografica, ma anche per tecnica e formato. E’ un po’ come se un pittore dell’800 avesse deciso di dedicare una grande tela ad un fatto di cronaca, quale il tragico naufragio di una nave come la Medusa, e poi scoprisse che un genio del calibro di Géricault avesse avuto la stessa idea e l’avesse realizzata più o meno allo stesso modo.

Certo, si potrebbe obiettare che, all’epoca di Géricault, questo non sarebbe potuto avvenire, o non in un modo tanto plateale, dato che la fotografia era ancora di là da venire. Ma forse il problema non è riducibile ad un fatto tecnologico, e deve essere letto nel suo autentico senso culturale. Naturalmente, un artista innovativo come Hirst è stato regolarmente accusato di aver "copiato": secondo un sedicente gruppo artistico denominato Stuckist (www.stuckism.com) anche il famoso squalo in formaldeide sarebbe un plagio o un "furto" di una installazione realizzata a Londra già nel 1989. Tuttavia, il caso del quadro tratto dall’immagine del Berliner Zeitung è ben diverso: qui la fonte dell’opera è apertamente dichiarata (anzi, Hirst ha consapevolmente chiesto l’autorizzazione all’utilizzo artistico di alcune delle immagini impiegate nei suoi ultimi quadri, come quelle di carattere anatomico acquisite dalla Science Photo Library) ed essa precede le opere pittoriche che ne vengono tratte. Il problema è che ne vengono tratte non una ma due opere, realizzate da due artisti diversi, che non si frequentano e che lavorano indipendentemente l’uno dall’altro! Questa sorta di "germinazione" potrebbe anche far pensare che il vero artista, in tutto questo, sia forse il fotografo che ha realizzato l’immagine di partenza. Ma forse non è nemmeno così: per tornare all’ipotesi precedente, quello che è cambiato, dai tempi della Zattera della Medusa, è proprio l’idea che un fatto storico abbia bisogno di un’immagine di partenza per essere convenientemente rappresentato. L’immagine di partenza del naufragio ottocentesco non esiste; sta nella mente di un grande pittore che decide di renderla iconograficamente consistente. L’immagine di partenza del ferito iracheno invece, esiste troppo, insiste continuamente, è su tutti i telegiornali della sera, è quel genere di immagini (il deportato, l’attentato, l’episodio terroristico) di cui non abbiamo carenza, ma semmai abbondanza. Il fatto in sé (l’iracheno ferito) è evidentemente un episodio minore, infimo quasi, nel fenomeno maggiore della guerra di invasione dell’Iraq; per renderne testimonianza, allora, il reporter cerca di fissare un’istantanea che abbia il carattere di un "quadro" (luci caravaggesche, colori alla Pontormo, tragicità alla Géricault). Non lo fa però per ambizioni artistiche, ma comunicative: una foto di cronaca che ha le sembianze iconiche di un dipinto ha un plusvalore comunicativo che un’immagine (anche cruda, o cruciale) che ne è priva non ha. In questo senso, chi non ricorda la foto France-Press, vincitrice del World Press Photo Award nel 1997, in cui una donna algerina piange la morte del figlio, velata e straziante come una Madonna di Niccolò dell’Arca o di Masaccio? Ovviamente, proprio questa è la prova che l’immagine di partenza sta dentro l’archivio culturale della storia dell’arte, non in quello della fotografia di guerra.

Il "caso Luther-Hirst" dimostra però che l’accesso a questo archivio è ormai ostruito dalla cultura popolare: è per difendersi da essa che occorre "ri-farla", cioè letteralmente (metonimicamente, e non solo metaforicamente, come all’epoca della pop art) ri-dipingerla, re-interpretarla e re-impossessarsene. Ma, in subordine (è un subordine che per la verità insubordina tutto!), questo "caso" dimostra un’altra cosa ancor più sconvolgente: che questa operazione di re-interpretazione è una specie di necessità spirituale universale, sovranamente emancipata dai singoli agenti che concretamente ne portano a realizzazione i fini ultimi.

Pubblicato su ExibArt, 2006.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica arte il 25 aprile 2006