Diagnosi

Francesco Giusti



Con alle spalle un impeccabile sbadiglio,
alla spicciolata e di buon’ora, sono arrivati.
Nelle valigette, non martelli, scalpelli, oggi,
bensì bisturi, con cui aprire, troncare,
sezionare. I colpi, che ieri mi assediavano
l’orecchio, stavano ancora salendo crepa dopo crepa,
le nere gambine tubiformi a venature
vistosamente cangianti, quando quelli della tosse
di un raffazzonato anfiteatro vegetale
qui davanti, non dandosi pace, si piazzavano
imperterriti sul davanzale, aspettando
solo quella mia mossa sbagliata per farsi sotto.
Ve lo dico: – la casa è grave. La malattia
ha progredito. Inarrestabili parassiti,
tremiti persistenti risalgono le sue carni frolle,
di lacrimante gesso ormai. Le vene, più che altro
ferro vecchio, sussultano e… sussultano.
Del resto anche adesso rumoreggiano, e mica male.
Dentro, in ottima salute, vi scorrono brontolando
il tempo e la ruggine. Se apro il rubinetto,
la ruggine mi riempie il lavandino per un
minuto buono. – Alla faccia!,
come un clone stanco, nella casa mi muovo
come nel mezzo polmone zufolante di un tubercolotico.
Di stanza in stanza, passo di orizzonte foscoso
in orizzonte foscoso. Alla radio (nella garza
di primo torpore si è appena impigliato
il ronzio già lacero di una grassa mosca viola)
danno il segnale orario delle otto. Siamo
in un autunno ospedaliero, in un giorno qualsiasi
dell’era della sanguisuga. E a uno sputo da qui,
là dove l’occhio cade, sembra stiano portando
con solerzia a termine il lavoro.
Anche l’ultima tranche di architravi, stipiti,
braccia e gambe cioè, pare sia stata segata.
Le inani invocazioni e i gemiti,
come la preghiera che li ha preceduti – finiti.
Tutti i pezzi, precisi precisi, affastellati.
Come mesti rami di mingherlini alberi morti,
ogni cosa attinente alla soluzione finale,
affastellata, guarda te, proprio lungo la ferita
di quel primo piano rimasto su, orribile moncone
di dente marcito. (Un tipo, pensieri al posto
del bavero, sosta per poi, mentre sopra
il tempo cambia, voltare schizzando verso
chissà dove). (I gabbiani, voraci
nell’indiscriminato pallore che il mattino
stampiglia in fronte ai promossi sul campo,
hanno rimpiazzato dappertutto gli spazzini).
(Se sbando – e sbando, se mi sporgo – e mi sporgo,
come muco, cielo sudicio mi goccia nelle branchie
che sento essersi formate e che per un attimo
mi tocco.

Francesco Giusti è nato a Venezia nel 1952.
I suoi testi sono apparsi su "Nuovi Argomenti", "Smerilliana", "Anterem", "Doc(k)s", "mini", "Mgur", "Zeta".








pubblicato da t.scarpa nella rubrica poesia il 22 aprile 2006