CineraGramsci

Nero Luci / Sparajurij



Il dato più evidente ed inquietante delle ultime elezioni politiche è quello dei nove milioni di persone che hanno ancora votato Forza Italia, rinnovandolo primo partito del Paese.

Un’adesione al berlusconismo che si protrae da più di un decennio e che non dà cenno di cedimento è ormai da considerarsi un vero è proprio cancro nelle coscienze civili degli italiani.

Abbiamo a che fare con un blocco social-ideologico forte e compatto: televedente e televisivo, bottegaio ed usuraio, egoista e pauroso, edonista di superficie e di consumo, moralista senza morale. Un “nulla ideologico mafioso” che difende questo indegno status quo e la realtà così com’è, e che relega l’evoluzione al solo consumo di merci materiali ed immateriali.

La piccola e media borghesia italiana si svela ancora una volta come la più immatura e degenerata d’occidente, e ancora egemone su operai fisici e cognitivi.

Il tecnofascismo spettacolare forzaitalietta s’impone e schiaccia tutta la rimanente destra wannabegollista, federalista e vaticanesca in salsa democrista e missina, (il papa stesso è uno sconfitto, essendo il neoguelfismo un potere non critico ma funzionale e subalterno al tardo capitalismo). Eppure Pier Paolo corsaro veggente vaticinò questa degradazione antropologica, ma pochi lo ascoltarono e molti lo uccisero.

È rincuorante la mancata affermazione di democratici e cattolici di sinistra e dei radicali che hanno cercato consensi nella classe media mediocre da mass media col loro stempiato social-liberismo. Come è rincuorante la crescita di verdi e soprattutto del Prc (anche se minore alla camera, dunque meno giovanile).

Il nuovo governo non potrà erodere il berlusconismo cercando consensi in questa borghesia, muovendosi sul terreno nemico, ma solo dando il segnale di una netta discontinuità ed alterità; realizzando il suo programma e forzandolo a sinistra, osando. Solo mostrando un’altra Italia si possono (con)vincere milioni di italiani, non lusingandoli come solo il loro padrone e idolo sa fare.

Ma il problema è più che politico, è culturale; ed è sulla cultura che occorre intervenire urgentemente.

Mai come ora (più che nel ventennio) l’intellettualità deve avere la consapevolezza di trovarsi in un’epoca di crisi, di dover assumere la missione di poetare una nuova coscienza morale e un nuovo umanesimo fondato sul rispetto e l’incanto delle diversità, sulle volontà liberate dalla falsa coscienza, sulla giustizia senza la quale non v’è pace.

Se il tipo umano borghese che abbiamo di fronte – e dentro – è un’estrema degenerazione, la costruzione di soggettività da contrapporre ad esso richiede la critica estrema; richiede l’uso di tutto il pensiero-azione artistico e politico antiborghese nell’essenza (giacobino, mistico, decadente ecc.), osando l’eresia.

L’homo oeconomicus lo si può e deve battere anche con la nostra tradizione culturale, cos’altra da lui nei suoi picchi. Il borghese non ama il passato, se non cinicamente, monumentalmente e con sacrilegio, sa interiormente che un affresco di Masaccio o la Comedia di Dante demoliscono i suoi valori.

La difesa della tradizione culturale ed etnica (nei suoi aspetti evolutivi, non dogmatici) è un compito urgente (ricordando gli scritti di don budget bozzolo per la castafininvest dei primi novanta: distruggere le tradizioni e imporre il modello umano del teleconsumatore), come è urgente il dare ascolto a voci nuove e critiche. È tempo di bilanciare l’esterofilia ed il cosmopolitismo imboccatoci dai tempi di dj television con la cura nazional-popolare (che non significa fascista e pop).

Lo scontro è sull’immaginario, e come macchine da guerra-scrittura servono i miti antichi e da creare; per vincere il neoguelfismo ed i fondamentalismi e la religione dello spettacolomerce occorre essere diversamente credenti (buddisti punk da battaglia, francescani spirituali, pagani elleno-romani, satanisti carducciani ecc.) e non solo anime belle laiche e razionali illuminate; è la ragione insonne, come scritto ne “L’anti-edipo”, a produrre mostri, e li producono anche ideologismi, preconcetti, chiusure identitarie.

Ora sì che occorrono vitalismo per forzare i limiti del reale, sperimentazione, diffusione ed educazione; e chi lavora nella scuola, nell’editoria, nella comunicazione deve essere consapevole del suo ruolo, della necessità di unità e lotta.

Appaia chiaro come il proletariato di intelletto debba muoversi, la sua marginalità economica e sociale ha messo fine alla distanza dall’operaio massa, la sua lotta contro l’ideologia borghese può, liberandolo, liberare tutti.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 22 aprile 2006