Montagne cancellate dalle mappe

Carla Benedetti



Perché su Il nome della rosa e Se una notte d’inverno un viaggiatore si sono versati fiumi di inchiostro, mentre lo strepitoso e sorprendente Cima delle nobildonne di Stefano D’Arrigo, uscito nel 1985, è rimasto come un clandestino a bordo della nostra letteratura?

Per forza poi si formano i luoghi comuni storico-critici come quello sulla debolezza del romanzo italiano. Diciamolo chiaramente: ciò che è radicalmente nuovo non ha molta probabilità di essere valorizzato in Italia. I non pochi capolavori non vengono compresi. Non si dà loro visibilità e prestigio.

Aprite le storie letterarie e i tanti canoni del Novecento e vedrete quale posto vi occupa un romanziere potente e originalissimo come D’Arrigo. Il suo smisurato romanzo Horcynus Orca viene di solito sbrigato in poche righe. Non sanno dove collocarlo dentro alle piccole griglie teorico-critiche su cui sono state costruite le mappe della narrativa italiana. Per Cima delle nobildonne, molto più breve e meno arduo del precedente, la cancellazione è addirittura scandalosa.

Dopo vent’anni è stato oggi ristampato (Rizzoli) e lo si può finalmente leggere o rileggere. Si può misurare la potenza visionaria e quasi premonitrice con cui D’Arrigo affrontava i grandi temi della postmodernità, i dispositivi dell’immagine e la tecnologia che entra nel campo del bios.

Il romanzo inizia con un lungo intervento chirurgico ripreso dalle telecamere e descritto passo passo, per ben 72 pagine, dalla voce del chirurgo-attore, mentre sta aprendo una neovagina nel corpo narcotizzato di un giovane ermafrodito amato da un emiro. Non semplicemente lo spettacolo, la televisione e ciò che è a essi è omogeneo, ma l’effetto dello spettacolo e del diaframma televisivo in sala operatoria: l’intervento di creazione chirurgica trasformato in un evento teatrale per una strana platea, di cui fa parte l’emiro con le sue tre mogli.

Il seguito non è meno sorprendente: un placentologo decifra il mistero della paletta votiva del Faraone Narner, scopre la storia di Hatshepsut, l’unica donna Faraone (il suo nome significa appunto "cima delle nobildonne", metafora della placenta). E poi una partita a baseball con Giove e Mercurio, una cagna suicida e un finale spiazzante. Pieno di invenzione e straordinariamente anticipatore nel tema (la bio-tecnologia, la ricerca sul sacco vitale della placenta), si sviluppa intrecciando sarcasmo e enigmi con un’arditezza ancora oggi stupefacente, nonostante ci siano arrivati dall’America Pynchon e De Lillo.

Su cosa riflettono le non poche riflessioni sul cosiddetto romanzo postmoderno in Italia negli anni ’80 se non fanno i conti con questo libro affascinante, visionario e anticipatore? Dato il suo tema e data la sua costruzione romanzesca non lineare e di sconcertante originalità, viene voglia di mandare al macero tutte quelle pseudo-mappe, come si farebbe con delle carte geografiche che si sono dimenticate di registrare una montagna.

Purtroppo però nemmeno questa tardiva ristampa sembra scommettere fino in fondo sul libro, a giudicare dalla copertina antiquaria e dalla confezione spenta con cui lo ripropone ai lettori di oggi.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica libri il 18 aprile 2006